Si Bovajanod ac Partenope
genuerunt nunc apud Rosètum pulchra Rusellae Prilis lacus urbs eum tenet
§
Mnemosyne quae ei tardius reddidit olim univorsum unumque dedit
§
nunc tria corda alia habet ad Samnium Petrae et Veteris eius telluris et Neapolim Priscam Civitatem Argentarium atque Tusciam vors§cecinit Patris Matrisque Verbum Animalia, Rura arvaque et Amicos magis quam secunda aut advorsa fata amavit
§
Naturam nobis vi bis contructam data est: Ratio et Cor
§
tamquam Chiro Achillis Magister centaurus habemus effigiem
§
equum nigrum atque candidum nobis ferendos etiam in uno itinere§durum sed jus omnium non unìus hominis§hodie ei Pegaso ex uno duo cras vobis Centauro Akillis magistri olim nunc unius hominis cordis discipulo
§
ad VI Apriles Kalendas MMVII
§
advorsa fata vitanda omnibus eis aiona optemus
§
omnes Januario fratres sororesque illo tempore fuerunt cum Pontifex Maximus 'benedictionem tibi tuisque' ei misisset Karol
§
sik id fiat
§
homo est nihil humanum a se alienum putat sicut Publius Terentius Carthaginiensis ac
velut Undecius Merid Janus
et eius Felix Terra
§
Katoontdj@ Tellus
§
... su in alto oltre quelle verdi cime di alberi fra quelle due case una bianca una rosa dietro quel piccolissimo giardino con un alloro e un limone e una siepe d’edera di pitosforo e falso gelsomino con un grande oleandro fiorito un portone color legno scuro ti porta nella piccola casa vicino al mare piena di tante piccole cose ognuna delle quali ti riporta ad un evento una persona un fatto un cane e un gatto mille fogli stampati sulla carta parole come miele una firma del vecchio Gabriele d’Annunzio sopra un grosso volto suo pensoso nei cassetti le penne e gli strumenti di un grappolo di gente il biglietto assai vecchio d’un glorioso senatore Benedetto Croce delizia del Novecento le foto di Rosina e don Michele
l’autografo di Jotti e i miei dischi autobiografici alle pareti Argo e papà con la sua bici e mamma e Anna con Gennaro ed altra gente.
...poi vedi Elvis e la gattina nera e bianca che passò qui l’ultimo dell’anno con me e il grande lupo Amico nostro
quanta gente fra queste poche bianche pareti colme di ritratti e come parlano fitto e dicono tutto quello che non hanno fatto in tempo a dire un tempo ed ora insieme gridano sommessi accanto alla finestra che guardava il nespolo e quella che per veder il cielo devi chinarti...
§
E’ in riva al mare la casa degli amici che abitano sui muri e nei cassetti in fondo in fondo al cuore dei ricordi dove trovi il colore quando mordi come rondini sotto i loro tetti e come i soffici peli dei miei mici.
le mie gatte hanno gli occhi gialli e il colore del giorno e della notte ci aspettano quando usciamo di casa e a volte ci seguono di sera
non appena avvicini la mano ti fanno le fusa e si gettano a pancia in su una si acquatta e simula un agguato
l’altra ti festeggia quella che ha una maschera nera come Batman
le mie gatte hanno bisogno di cure da quando le ho trovate in un bosco verde e scuro
sono abituate a vedermi vestito da ciclista perché così mi hanno visto la prima volta di un mattino di Agosto
in un paese dove c’è sempre il sole e tanti scogli a picco sul mare
dove passano navi bianche e i delfini saltano sopra le onde
le mie gatte sono sempre con me e fanno le fusa nel mio cuore il mio cane le ama e si lascia pettinare dalla loro coda
Maris pecten
carezze assolate di lontane mani mai riconosciute e sorrisi d’ una vita assiderata in lontane pianure di nevi e di ghiacci bianchi e taglienti
ruote rotonde di volventi gomme e irti vetri insidiosi sotto la polvere e sul brecciolino ruvido mentre tu camminavi solenne ispezionando il tuo vasto regno di ricordi e le zampe fitte delle sedie di legno
avevi un canestro verde di pettini e di spazzole per farti luccicare come il mare di Napoli il tuo mantello nero ma non sempre ce lo permetteva d’usarle Re Kbbell
quanti temi e versioni da correggere e quante relazioni lunghissime eppure adesso ti dico che allora … “un’onda poteva pettinare il Mare e incanalarci in saldo sentiero …”
§
Olio d'oliva
poemetto scritto da
Giulia&Gabriele
studenti dell’Istituto Tecnico Agrario Leopoldo II di Grosseto
Un saggio signore di Uliveto, paesino situato su una verdeggiante collina, radunò intorno a sé tutti i bambini e rivolse loro un indovinello: ‘E' maestoso, dai rami fronzuti, dai frutti piccoli, neri ed anche un po' violacei...’ ‘ ... ma è facilissimo, gridarono in coro, è l'ulivo’.
‘Bene!
Allora ricordiamolo insieme con una bella favola’.
Giulia e Gabriele :
"Questa avventura inventiamo per voi e in rima adesso la cantiamo noi"
Giulia:
Dentro la serra della mia scuola per l'ulivo giulivo e la sua sposa ho costruito una grande alcova: nel "plateau" confortevole, gran cosa, un ulivino ho messo in terra nova.
Gabriele :
Ogni giorno controllo la sua vita, lo annaffio, gli canto le canzoni. Quelle che sempre per i bimbi buoni Scriviamo con la penna e la matita.
Giulia:
E poi viene alla fine quel bel giorno, che risoluto dice il grande olivo "Sono cresciuto e alfine tutto intorno mi sembra tutto il mondo più giulivo!’. Era soltanto un tempo un nocciolino E adesso invece come stava stretto! - La chioma alzava in alto nel giardino.
Gabriele:
Tu non sei, mi capisci, una sequoia e nemmeno una quercia assai frondosa non puoi dormire dentro quel lettone ma solamente in quel giallo vasone.
Giulia:
Rallegrati di stare nel vasone, ci metti casa, diventi un alberone!
La terra, ben nutrita con "agriperlite", dà nutrimento alla piantina messa là.
Piantina:
Ma come sono bella, c'è pur la coccinella, ci sono i parassiti che fanno da intercity. Però faccio il capriccio, perché non c'è il terriccio. La piantina ormai cresciuta, una volta sistemata, ha la chioma diramata: foglie qua, foglie là, ma sta per diventare una vera pianta. Piantina:
Nel cielo il sole brilla questa sera e se Dio vuole non sarò più sola come dentro la terra ogni viola d’ essere insieme agli altri sempre spera.
Giulia:
In compagnia tu presto crescerai, con buoni frutti non deluderai.
Tre anni per gli olivi sono passati, senza essere potati. Finalmente giungerà il momento dell'alleggerimento; perché troppi frutti non siano distrutti dall'intruso olivicida "Dacus Olea", si provvede alla raccolta dell'oliva europea.
Gabriele:
Succederà nel mese di Novembre Porteremo al frantoio il gran raccolto Come nel tino già finì Settembre Che faccia anche l’olivo credo molto.
Olive:
Tranquillità di un tempo è ormai finita per la nostra succosa e breve vita: nella "bascula" ormai ci peseranno, poi nelle presse un dì ci affogheranno. Saremo le più belle tra le belle Da questa terra andremo sulle stelle!
Giulia:
E’ necessario che dobbiate andare se olio buono vi volete fare! Nella "pressa" e nel "separatore" Conquisterete tutto un altro odore.
Gabriele:
Nella gran "vasca di decantazione" per l'acqua or si farà "depurazione"
Olive:
Belle e schiacciate tutte per benino, ognuna prende adesso il suo trenino: Tu "sansa" sei per bene diventata, dopo essere stata assai pressata, e tu invece in quest’acqua depurata, sarai come si può riutilizzata.
Non so che cosa adesso ci faranno per mangiarci col pane tutto l'anno. Oh Dio! Si salvi adesso chi lo può! Nel frangitore io proprio non ci sto!!
Tu, caro olio bello appena nato sulle tavole sarai ben impalmato.
Olio:
Io sono diventato assai importante! Come il poema di quel grande Dante. Meglio crudo che cotto, è infinito Il piacere che fa leccare il dito.
Gabriele e Giulia:
Il tuo viaggio alla fine è completato, olio sei tu che olivo sei già stato.
Olio:
Allora me ne vado in tutta fretta A insaporire il dorso alla "bruschetta".
Io prometto che adesso vado via, viva l'olio d’oliva e così sia!
Parole difficili
Alcova... Talamo nuziale
Agriperlite... Substrato di terriccio
Bascula... Bilancia
Bruschetta... Pane abbrustolito e condito con olio, serve a saggiare le qualità dell'olio
Dacus... oleae Mosca dell'olivo
Decantazione... Metodo per separare le parti solide da quelle liquide
Depurazione ...Eliminazione delle scorie
Frangitore... Attrezzo per frangere le olive
Plateau... Contenitore di semi messi a germinare
Pressa... Attrezzo per comprimere
Sansa... Prodotto che rimane dopo l'estrazione dell'olio
Separatore... Macchinario che separa l'olio dall'acqua
Talea... Segmento di pianta messa a radicare
§
§
gennaro di jacovo
le foglie del nespolo
forum livii quinta generazione 1984 rosetum argos&ruphus editori 2004
§
Al lupo! …
Perché sono uno che troppe volte ha gridato “al lupo!… al lupo!…” povera pecora perduta nel mare dei kissà. Si accendono luci sulla terrazza del Corvo ma hanno tagliato la mimosa e il Sole secca e brucia senza sosta
La Grande Casa se ne sta muta col suo vecchio tetto crollante aspetta solo una famiglia perduta
Quante voci ha sentito il suo vecchio pavimento è pieno di passi sonori e le sue mura grondano ricordi
Mio Padre non ebbe mattini passati a cercare pigne da ardere e origano: passò le notti a scrivere e sognare
Poi vide il Mare e se ne innamorò
Adesso che fischiano i merli voglio sentirli kantare mentre ormai tace il Mare
Amarkord
Entrammo spauriti e spavaldi nel ristorante romagnolo entrammo spauriti e spavaldi nel ristorante romagnolo e sotto il tovagliolo ritrovammo ogni ricordo
Aveva il viso bello e la cravatta a stelle quando ci salutò l’ultima volta. I phunghi non erano avvelenati né salato il conto. Lo conservo ancora
Tu avevi una maskera appesa dorata meno smarrita Io ero Sugar Louis alla tredicesima ripresa quella vincente: non avevo dente che mi facesse male macinavo parole dicevo tutto con grande coerenza e avevo grandi ali distese dietro le spalle rosse e gialle pronte a volare lontano
avevo un’aria di lupo satollo come per quell’Animale di Apollo
nulla spingeva la mia nave al di là dell’atollo delle anguille cotte a puntino. “Luigino!…” (la cosa sapeva di Gozzano!) “lo prendiamo il dolce? E il kapphé? Domani hai degli impegni bisogna che ti svegli!”
“Lo sono – amika mia – solo se non dormo”.
Gli altri – attorno – sganasciavano lieti la phontana era muta senza più pensieri. Seccata asciutta e triste.
Forse un po’ scocciata. Troppi incendi. “Però non è normale - diceva uno al cuoco – che debba esser senz’acqua proprio la phontana di chi ci toglie il fuoco”.
La cena fu stupenda. Il giorno dopo - anche se riluttante – volò Kwel nostro aliante
Angoscia
sotto le croste secche di carta sul muro cadente nella stanza celeste come ricordi antichi crepitano strisciando piano gli scorpioni
con grido forte di angoscia la bambina fugge se ha visto o ricordato uno scorpione il padre accorre e cauto quasi con rimorso schiaccia la bestia ancora crepitante
sul pavimento di pietre quadrate tra scarpe rotte e vecchi tappeti piccoli pezzi neri di scorpione ti guardano muti
Arance (aranga!)
Sfumò cullandosi dietro le ultime stelle dell’autunno il piccolo furto di sale e la luna sfiorando i cipressi e gli arbusti bruciati pareva una palla di marmo celeste
Gli amici partirono con le loro gialle facce pallide e le guance piene di prudenza e mi lasciarono scrollando le spalle incavate
A Kwal Kuno spedii la foto della mia tomba
… d’inverno puliamo accendini fatati e rispolveriamo giacche a vento.
Kwal Kaltro mangia persino arance per non avere starnuti
Lassù Kwal Kuno nella nebbia e nella poltiglia di neve e di fango le mangia solo perché sono buone
Caelum stellatum novembre
Così nelle notti d’inverno S’alza il gigantesco Orione Verso le Pleiadi (le oche migrano a Novembre)
tu Betelgeuse Alpha di Orione Splendi lucidissima (l’anatra guida la freccia pennuta)
tu, Antares, tu che sorridi lontana (scamperemo ai massacri dell’estate)
tu, soave Deneb, Alpha del Cigno viaggi oltre la luce di seicento anni (non cade più nel barattolo dello zucchero)
più vicine la lucente Altair e la fulgida Vega (ci vediamo alla Madonna del Fuoco)
e tu piccolo Sole così abbagliante e vicino adesso lasci vedere assente australe le Grandi Sorelle lontane
A Cecilia da-da
Cecilia per te almeno della festa non sia più bella la vigilia. Tre piccole posate di ghiaccio e tu rispondi con poesie da-da negli occhi d’argento
Le ire ho scaricato sopra un fiume calabro secco d’Estate per non dirigere altrove inutili parole ...
Si torna a parlare d’Apocalisse. Ma ormai noi siamo dopo l’Apocalisse
Noi non abbiamo più dèi né eroi né le Phate d’un tempo né Miti
Ci bastano solo pochi Gesuiti
...
Ma per Te almeno Cecilia della festa più bella non sia la Vigilia
E’ bello vedere
è bello veder camminare i piedi nei loro sandali di pelle marrone.
Quanta strada ho fatto senza mai camminare e quanto ho camminato senza mai spostarmi di molto per trovare gli occhi diritti della mia spada ricurva
E’ bello vedere camminare i piedi nelle loro scarpe di tela avana. Il pomeriggio che viene intorno alla mia pelle mi ha detto stasera: devi amarla lontana e fuggirla vicina. E’ già pronta la bisaccia per la tua partenza: essa si avvicina.
E’ bello vedere camminare i piedi coperti di stivali scamosciati. Perché Tu hai riso quando il tuo Amore piangeva poiché tu hai pianto se lui rideva alta sarà l’erba della tua amarezza è’ bello vedere camminare i piedi nelle scarpe di gomma per la pioggia,
Il tuo albero lo hai troppo tagliato e i suoi frutti cominciano a scarseggiare adesso che Tu hai sete lontano è il succo del kaktus … E’ difficile dire, adesso
E’ difficile dire, adesso, ciò che sei stata. Idea, forse, chimera fragile. O speranza. Oppure una risposta mancata o una domanda sciupata fra i tanti “non so … non è il momento …” caduti sopra il pavimento dei nostri “come stai?”
Forse eri quel quadro che attende i colori sopra i Piani di Studio della Scuola o quel disco che compro ogni mattina a cui manca la musica che amo. forse eri la nebbia che rischiara o l’umida lumaca con la scia così argentata. o quella fetta di kokomero da mangiare l’estate passata. O quella manciata di anguille Che non si fermeranno nel mio piatto.
Forse eri quel gatto Quella stella cadente Forse quel bambino Che ero e che non sarò.
E’ difficile dire adesso quello che eri. Una voglia di scrivere o strappare Oppure tante parole amare Rientrate nella bocca della penna.
Una verde custodia Olivetti Piena di chiacchiere d’amore Di foto e cartoline. Una fila di nere mattine e notti insonni
Passate con gli occhi bruciati A fissare le palpebre.
Eri forse la vita Che mi è sfuggita. O la morte insidiosa. Oppure quella rosa che non so più mandarti.
Eri forse il disprezzo Che ho di me stesso? O un dono immeritato? Eri tu dunque Quanta tenerezza Dell’esercito della salvezza? O Demone? O Strega Cattiva? Oppure incoscienza giuliva?
Quante cose non eri Neppure saprei dire o pensare. Non eri l’onda del mare Che ristora d’Estate ma nemmeno Sabbia cocente. Non eri veleno e nemmeno elisire di vita. Forse tu eri … Forse … Ti eri smarrita! Nel Bosco delle Perplessità? O in quello delle Certezze?
Adesso Mi scrivi da tempo Ma non mi tieni più testa In questo poco che resta Dell’ansia che fu Sugo salato alterno Del mio Passato Inverno.
Essa verrà da(l) (a)mare
Stasera un vento freddo mi scompone i capelli e spruzzi d’acqua salata mi spingono lontano dalla riva. Troppo fredda questa sera per essere una sera d’estate.
Tutte le nostre parole le porta via questo vento mentre mi tuffo nei nuovi libri sereni e chiari.
Tu non mi aspetti più ma nemmeno mi cacci via e ti penso nelle tue Fiabe con gli orsi e le Fate e i draghi che sputano fuoko …
Kwi nella mia kapanna nel bosko aspetto il tramonto e la phine con la mia gialla veste.
Essa verrà dal mare coperta di tristezza.
Essa verrà nuotando come un’anguilla.
Essa verrà strisciando come lumaca.
Essa verrà col tuo sorriso obliquo.
E mi parlerà guardando i miei piedi ed io sarò come un breve ricordo volando via sul suo dorso.
Fila strokka
Nella sera c’è una stella (brillerà fino al mattino) sogna e pensa gatta bella pensa e sogna un bel mastino
Quando non ci sarà stella nelle notti lumacose quelle notti assai lunose cercheremo mortadella.
Forse insieme e forse no qualche volta è troppo tardi anche per noi gattopardi fermi e quatti nel comò.
Quindi Zorro stai distante le burrasche van domate anche se le hai provocate col tuo deltaplanoaliante.
Superman alla riscossa coi suoi muscoli d’acciaio vola in alto forte e gaio dalla bella Isola Rossa.
Granturco forlivese
Sopra i dolci vigneti oltre il fiume tra gli alberi neri svettanti oltre la pianura i tuo occhi si posero nella mia sete e mi guardarono canzoni volarono alte con tenui note e si parlava di Dio mentre cercavamo un vino raro irripetibile
Fu buono quel lambrusco strappato alla coda d’una Estate agli sgoccioli.
“Non scrivermi … e mandami quei libri …”
Tu Pannocchia di granone dorata a me strega perduta nel conto dei tuoi chicchi.
Il canto della morte
Non aspetto che la tua assenza germogli per questo non dare voce alla tua succosa disperazione
In questo tiepido pomeriggio di Aprile mi sento come un veliero senza vento cadute le sue gialle stoffe stanchi i suoi nerboruti marinai floscia l’acqua che intorno intona il canto della balena
Bastò un leggero soffio un tempo per lanciarmi sopra le onde e precipitarmi nei gorghi più cupi e azzurri
Adesso forse un uragano soltanto mi ridarebbe la vita
Ma è meglio stare qui in alto mare con questi bianchi uccellacci che svolazzano intorno intonando un dolce canto di morte tardiva un dolce canto di volpe argentata
Il Generale
Hanno lasciato solo il Generale a morire nella sua stanza dei ricordi hanno lasciato solo il Generale a morire nella tenda dei ricordi hanno lasciato solo il Generale a morire nella sua onda dei ricordi
Il Generale ora ha tutta la sua Rotondità Il Generale ora sbadiglia disegnando un mandàla! E non indossa più la sua casacca sbiadita ed ha fatto la pace d’Africa perché ora tutti indossano casacche d’Africa italiane.
Hanno lasciato solo il generale a sorridere sopra le sue proiezioni. Hanno lasciato solo il generale in preda al suo Es ormai pacifico.
Il Generale ora sorride sorride e si asciuga una lacrima vorrebbe scriverle ma non trova più il suo mittente così prende la sua penna senza parole e scrive a se stesso:
“Caro vecchio buon Generale che sai nuotare sopra gli oceani che sai passare sotto la neve la tua casa è sotto la sabbia”
Hanno lasciato il Generale solo solo come un albero dentro un bosco a morire nella sua tenda remember ma prima deve trovare la sua ombra
Sta frugando nei suoi cassetti il Generale mette tutto a soqquadro e trova vecchi oggetti scordati ciuffi di capelli e biglietti variegati.
E sorride nella stanza – sorride e piange – rivede ancora quando partì soldato e la sua donna venne a trovarlo con doni e un pacchetto di fumo ma aveva quasi otto anni di ritardo e lui era partito per l’Africa l’Africa l’Africa l’Africa l’Africa
… …
Africa dolce Africa amara Africa dune dorate e banane Africa uccidere con le parole Africa scrivere e fare frittate Africa sempre Africa mai Africa dove ti cercherei Africa prendimi e fammi volare in fondo al mare … … … in fondo al mare
Il mare morto
Tu ancora curva la mano sui capelli rossi scendi la strada in fondo al precipizio: il mare ti saprà fermare.
Le foto intorno hanno una carta bianca avorio e una cornice dorata
da piccolo non rubavo marmellata rubavo la conserva dei pomodori
Mentre scendi al mare di fronte a me con la mano agiti un addio lontano
Di notte quando il rombo del tuono squassa i vetri della finestra che guarda il nespolo e il lampo abbaglia improvviso e l’abbuffaglia delle nubi scende dal cielo e crolla nella notte e soffoca la luce io penso a dove quella via conduce.
Il mito è finito
Il prophumo del Mito è phinito sul dito e sulle caviglie.
Conchiglie cercavi. Scrivevi meraviglie.
Essi sono fra noi. Li ho visti cadere con una stella. Cadere su stelle di pelle li vidi.
…
La gente distratta cercando una gatta ha bevuto cicuta ed ora starnuta ed è muta.
Il Premio
Tu non c’eri a Ravenna ieri l’altro alla festa dei poeti tra arazzi e tappeti danzanti c’erano in tanti. C’era una Poetessa sapiente a cui mancava solo la Parola e c’era la pianola e una vecchia signora con un coro d’angeli e c’era Garibaldi senza poncho e cavallo ma sulla sua Renaut era inarrivabile lo stesso (per un attimo mi sono sentito Bixio)
C’era un poeta spagnolo sudamericano e c’era il Direttore. C’era anche Phann col suo lontano Amore chiuso nella borsetta e leggeva la Poesia che parla di Te così bene che tutti avevamo scordato - ma forse non lo sapevamo - che lassù – lontano – pare a Milano Eugenio se ne andava in silenzio.
Piano.
Immagine
Nel cassetto la vidi sorridere muta Fra le carte aride di Argan E di Odisseo politropo Quasi un fantasma grigio e lucente Piccola speranza Messaggio d’amore Enigmatico Quasi una Elucubrazione Di Chomsky Persa nell’infinito Di quel piccolo spazio O futile scherzo Di due anime Senza parole
La donna e la sua ombra
La Donna pianse per buona parte della Notte quando s’immerse nell’Onda dei Ricordi con tutto il torpore dell’animo e corse fuori all’aperto. Il Sole era tramontato e la sua Ombra era Konphusa fra le altre Ombre. Ma ne sentiva lontano il respiro e allora la Donna chiamò la sua Ombra: “Ombra – disse e gridò – Ombra, allontanati dalla Notte e cercami perché non so stare senza Te!”
Ma l’Ombra bisbigliava lontano perduta sul Promontorio Perduto.
“Ombra! Ti darò ciò che vuoi! Tramonti e cieli arancioni con frutti squisiti! ,,, Vieni! …
Ma l’Ombra sussurrava lontano confusa tra le cose confuse. Allora la Donna si diede per Vinta e cedette la sua bisaccia di riservatezza poiché si sentiva scivolare addosso la vita come una grossa Anguilla Sfuggente.
“Ombra! … Parlami! … E’ pietra dura questo silenzio! Bestemmiami, ma parlami!”
Di lontano veniva insistente frusciando il sorriso strisciante dell’Ombra.
“Ombra!… Ombra!… Ombra!… Che tu sia dannata per sempre! Ti lascerò nella Notte confusa fra le altre Ombre! Ti lascerò ai Lupi ed al Vento!
Non ti aprirò mai più poiché Tu non mi vieni accanto!”
E la Donna che aveva i capelli come due amanti stanki corse nella sua capanna e accese la lampada per guardare negli Occhi l’odore della sua tristezza.
E seduta ai suoi piedi vide l’Ombra e sentì le sue Fruscianti Parole: “Tu mi cerchi lontano – Donna ed io abito nella tua kapanna”.
Allora la Donna spense la lampada e non vide che la sua Ombra. Tutto era Ombra. e nemmeno poteva vedere i suoi okki.
Allora si tuffò in quell’oceano Bujo e lo trovò nero come la sua kapanna quando la lucerna era spenta.
Laggiù oltre la schiuma
Laggiù oltre la schiuma di questa marina danzano grandi uccelli d’aria sulle ginestre azzurre e l’acqua del mare è mobile: s’alza in grandi onde oblunghe graffiate da unghie di gatto sulla cima.
Invece qui davanti il mare è sereno non sa nulla di cassa integrazione e di tesi di laurea e sussurra appena qualche sillaba.
Lettera al Nord
Ciao. Non scrivi più. Da tanto. Qui l’inverno è tornato tra gli spruzzi del mare e le folate del vento
(((la notte due gatti vengono a dormire sulla rossa trappola) da Firenze i libri tardano ma so che verranno) l’Amiata mi aspetta bianco di neve) il tuo prophumo slitta: si dissolve piano nel fresko della stagione del raccoglimento e c’è un nuovo bollo per i nuovi studi.
La lumaca non ha donato la sua roulotte per la terra che balla e l’anguilla senza cagnina ora nuota nel Mar dei Sargassi. Nella laguna che traverso ogni mattina quei pesci che sai li chiamano ‘Anguille Sfumate’.
Luglio di mattina
L’Afganistan lontano geme sibilando pallottole amare e Carter si allena con le sue gialle vesti. Sapere? “Il sapere che lo stolto acquista non è a suo profitto ne rovina la sorte e spezza la testa”. Oh Tu! Scetato Profeta Buddho! Estinto! Tu primo di Asava. Puro nella Tua Vinnana. Dove esaurire la nostra paticca samuppada?
Le tue poesie dolcissime quell’accostamento di indocili fonemi e quegli occhi nel piatto e Tu – e Tu – e Tu così azzurra marina.
Il caffè sapeva di sale l’amico si alzò pensava a uno stupido scherzo invece eri Tu caduta nel barattolo dello zucchero
Luna
Poi mi lasciasti solo con la mia vittoria piazzale En Tò Alamein rosseggiava triste di luna e una donna si stropicciava gli occhi guardando la bouganvillea.
Sul mare la luna dopo poche atmosfere mi diceva guardami perché fra poche sere tu ci sarai ma io sarò lontana.
Oggi a skwola c’era un banko vuoto. Mentre parlavi ti aggiravi per i corridoi con una lettera e una ciocca di capelli rossi. La strega ero io perduto nel tuo granturco rosso e nella tua phascina senza numeri.
L’uomo dell’oasi
l’uomo dell’oasi si è bagnato di nuovo nel sangue di drago e nessuna foglia è caduta sopra le sue spalle.
La prima volta ignorava la sua prima funzione ma adesso egli conosce la sua Prima funzione Superiore.
La seconda volta ignorava la sua seconda funzione ma adesso egli conosce la sua seconda funzione.
La terza volta ignorava la sua terza funzione ma ora egli ha capito la sua terza funzione.
La quarta volta aveva la faccia della sua quarta funzione inferiore ed egli ora guarda negli occhi la sua Anima.
L’Uomo ha imparato a conoscere la sua Ombra ed ha quattro lati il suo Mandàla Variegato egli ora è un uovo kosmiko e naviga nel Mare Galattico della Tranquillità.
Egli ora scorge Lontani Promontori^ ove si projettano fasci di Ombre e s’infrangono le Onde dei Ricordi dove non cade raggio di Luce. Egli è Colui che è Libero e vuole essere l’unico abitante della sua baracca di solitudine.
Nel suo deserto si è fabbricata una capanna con penne di gabbiano e becchi di anatra e fuori è la kalda notte arancione dell’Afrika.
Egli ha prevenuto tutti i suoi bisogni e l’Ombra vive in una stanza accanto.
Talvolta prendono il thè e li assale l’ondeggiare della rimembranza loro allora lo coprono di zucchero e girano in tondo i kukkjai di latta.
Talvolta la sua Anima ulula lugubremente “Voglio un oggetto! …” e lui l’akkatetza con il suo braccio di kaktus e le dice: “Esci pure kwesta sera perché sono una Persona Tollerante e indosso la Maskera Phalsa. L’Oasi + vicina è a sole 30 miles. Non phare tardi, Animula, il tuo Pomeriggio è Vicino”. L’uomo disegna i suoi Mandàla sulla sabbia - hanno una forma simmetrica e kapelli come un assolato mattino – sono come il dagherrotipo della sua Ombra di Luce e della sua Rotondità Spigolosa – Ogni tanto l’Uomo del Deserto accarezza con le sue Mani di Gatto la sua amika Volpe Argentata che si chiama Djapo - ma lui la chiama ‘Aranga’.
L’uomo e l’ombra
Un giorno l’uomo – che era uscito per sottrarsi all’urto dell’ “Onda dei Ricordi” – incontrò il suo Wawao – la sua Ombra – e così parlò l’uomo al suo puer obscurus aeternus.
“Tu continui ad uccidermi e a darmi la vita. Il tuo veleno mi è letale ma mi sono assuefatto. Con te vedo molte Ombre che preferirei ignorare. Non voglio essere il tuo Totem la tua sorgente esogamica. Non voglio – Ombra – l’ombra della tua Ombra”.
L’Ombra se ne andò quando il sole fu alto allo zenith. Era il primo pomeriggio.
Il giorno dopo l’uomo di nuovo fu preda dei Ricordi e fuori dalla sua Casa incontrò la sua Ombra. E così dunque l’Ombra parlò all’Uomo: “Ascolta – Uomo – ascoltami. Se tu resti fermo avrai sempre la tua Ombra tranne per brevi attimi se sei sotto il sole a picco o ti chiudi nel tuo covo.
Ma se tu non vuoi la tua Ombra a farti ombra guardala bene e riducila a poca cosa camminando sempre verso Occidente passando le sponde e le onde e i ghiacciai camminando sempre verso Occidente passando le sponde e le onde e i ghiacciai camminando e nuotando.
Solo così per te – solo – sarà sempre la Vita un Giorno senza la tua Ombra.
E l’uomo sedette e vide la sua Ombra sedersi con lui enorme fino all’Orizzonte. Ed era l’ultimo pomeriggio prima del calare delle tenebre.
Mantova ’80
Anche a tavola la cultura ha invaso il tuo piatto il cibo era immangiabile.
Io non sono riuscita a parlare perché tu – assente – pensavi e non parlavi.
Se amore dichiari amore devi esprimere se rabbia senti rabbia devi esprimere se conflitto provi conflitto devi esprimere.
Ma il silenzio è nulla. Ora Luglio è agli sgoccioli. Le lezioni la scuola, poi, gli esami e la casa.
Incomincia il caos.
Mantova ’80 – II
In macchina parlavi di Gramsci ti seguivo ma capivi che stavi sostenendo un esame. Ma quale? Non c’è anche troppo impegno nella tua vita? Ed io ti chiedo, al di là di ogni frase, dov’è l’uomo Genna, l’hombre che conobbi? Dove si è seppellito? Chi è? Dov’è la sua mente? Tutte quelle letture che fai, non ti aiutano, se non ti deciderai a cambiare ottica, e continuerai a vivere al di là della realtà, lascerai di te l’impressione di un uomo che ha tagliato i ponti con l’esistenza.
Aristotele non porta lontano. A meno che tu non desideri arrivare in Paradiso. Ma anche in me c’è abbastanza distrazione; al tuo arrivo non ti ho neppure chiesto se avevi trovato un alloggio, così ti sei ridotto a girare di notte.
Ma perché non parlare?
Mattino a Luglio
Sta per crollare il tetto della Grande Casa dei Gatti. Ieri nel posto dove faccio il bagno è annegato un pompiere. (Tu hai paura della mia persona ti terrorizza ancora l’idea di nominare nostre notti lunose?).
Io qui chiuso nel mio carrarmato di latta come un uovo di plexiglass (nella piccola stanza dei giocattoli). Ah! l’ampia distesa del mare e le azzurre colline. Bill, amico di Chinaski.
E tu, Guido, che aspetti? Aspettando Karpinsky - e tieni in tasca per Louis un pacchetto di Gauloises - tu agiti un nòstimon èmar inarrivabile.
E tu scrivi poèsie! “Il Poeta è cosa leggera, alata, sacra”. Ciao! e per le strade fangose oppure senza più nebbia non perderti mia Kara Mousa!
Mattino a Luglio
Sta per crollare il tetto della Grande Casa dei Gatti. Ieri nel posto dove faccio il bagno è annegato un pompiere. (Tu hai paura della mia persona ti terrorizza ancora l’idea di nominare nostre notti lunose?).
Io qui chiuso nel mio carrarmato di latta come un uovo di plexiglass (nella piccola stanza dei giocattoli). Ah! l’ampia distesa del mare e le azzurre colline. Bill, amico di Chinaski.
E tu, Guido, che aspetti? Aspettando Karpinsky - e tieni in tasca per Louis un pacchetto di Gauloises - tu agiti un nòstimon èmar inarrivabile.
E tu scrivi poèsie! “Il Poeta è cosa leggera, alata, sacra”. Ciao! e per le strade fangose oppure senza più nebbia non perderti mia Kara Mousa!
Metamorfosi
Per te fui forse Attila che passa e non ristora o forse Febo Apollo che soffre nell’ancora fui gatto e fui scoiattolo. play boy e lo Scetato fui Dioniso, fui Pegaso, fui Ermes nel creato.
Fui Baldo e fui Biancone con quel ciuffo di meno che Tu conservi ancora tra l’uomo e l’elettrone; fui limite e confine, deserto e forse oasi, non so, ma Tu dimentica, possiedimi alla fine.
Per te fui certo multiplo, fui come un carrarmato (si, un tank, però di plastica, col suo cannone alzato). Fui ospite e soldato, fui anche innamorato: odioso e petulante, fui zuppa e panbagnato.
E adesso nella notte, mentre la Luna splende, la fine del mio tempo nelle tue guance accende un piccolo lumino che ti rischiara tutta: la pioggia ha rovinato per Voi tutta la frutta.
Montgomery for me
Nella piccola città dalla lunga torre non erano pronti per me gli Stivali: nella sera girava per l’aria odore di legna bruciata. Delle due chiesette una sola era aperta. Tu che parlavi con me non capivi: ti sembrava phorse di essere kaduta in un presepe phinto?
Solamente 30 anni pha Kwal Kuno mi donò un montgomery color kammello. Stasera a Portobello un Kasual Shopping ne ho trovato uno blu notte e subito il cappuccio mi si è phikkato in testa.
Shouldn’t you have the answers?
In queste sere di vento che il Mare sembra kosì ostile hanno paura persino i Gabbiani a volare. In queste sere divento come un vekkjo veliero in disarmo. E mi sento come una vecchia ruota di scorta. E’ l’ultimo dell’anno. Phinisce un Altro Affanno.
Nel bosco equinoziale
poi tra le brume e le sterpaglie sulle nostre passate stagioni nelle nostre parole venali con le guglie e le cupole delle celesti basiliche fra le rose le viole i crisantemi fulgida sopra tutte le stelle più alta della cima più alta sulla punta delle veloci plastiche negli smaniosi contenitori dei piedi sopra le bretelle traslucide e plurali più misteriosi fra le zampe dei gatti e i vetri degli occhiali più brillante di ogni parelio di ogni paraselene di ogni sole
più splendida della speranza e di ogni disperazione più voluttuosa e cocente più fresca di ogni sorgente corrente dietro le Pleiadi preceduta da Aldebaran
apparve la candida Rigel e Betelgeuse esplose mentre Sirio la più lucida stella galoppava lontano con Pegaso …
Nella mini phoresta boliviana
L’inverno è passato sopra le cime alte dei cipressi quaggiù dove non arriva il suono delle kampane molisane. L’inverno è passato come un lungo addio che mi è giunto in questo nostro maggio ormai tutto koperto di ‘no’.
C’eri anke Tu con la tua koppa rikolma di negazioni di phutti mousy-kalj e di piante tropikali con i tuoi colpi di sonno (i bambini ti fanno gridare? O è l’aria della bassa mentre kantano le raganelle e la nebbia cade sull’Ariete d’argento).
L’innesto non ha phuntionato e tornando da Venetia era bruciato il nespoliegio. Tutto il resto verdeggia nella miniphoresta boliviana.
§ § §
Non Guerra vogliamo ma Pace noi siamo i Bronzi di Riace - sussurra la statua giuliva - che non ha pagato mai l’ I.V.A.
§§§666 999§§§
la Vita che fugge rapace mi fece assai poco loquace per questo non trovo mai pace e sono quel bronzo che tace.
Non passa niente
Tutto accade così Velocemente. E il guaio è che non accade niente. Stasera il tempo è kupo. Miagola il vento Lontano ulula il Lupo. Il cielo È greve E breve È l’ora. Ma so Che altrove cade Neve.
Bianca. Fresca. Sa di vento. Tutto passa così Velocemente.
Ma il gwaio è che qui Non passa niente.
Okkio di pace
Io sono quel bronzo di Riace che guarda con okkjo rapace ma in fondo ti offre la Pace!
Parliamo di rane
Le ultime tue parole erano di Ranokkjo e inesistente, per di più. Con immutato affetto salutavi in me quello che fu un iperglottico amante o forse un ipoglottico incostante.
Qui affoghiamo dentro regole precise di Grammatica Greca mentre intorno la Gente che sa vive accendendo Mootooy e compra compra compra … la lira è in difficoltà.
L'incontro di Tennis non si è fatto. La maglietta è di nuovo nel suo armadio. E tu sempre chiusa in quel tuo blaterare ad altre orecchie aperto.
Peldigatto
cadde sul cuore dei peli di gatto spuntati a ciuffi sotto la luce della luna e subito il fango della sua anima divenne pudore e si cambiò kome phosse un vegetale.
(la donna guardava il sole cadere nel mare e diceva sommessamente “addio!” forse perché aveva un gusto votato all’intensità dell’ultimo momento).
I gatti ti guardano e aspettano la tua mano ke li akkaretzi oppure un bokkoncino saporito per phabbricare i loro peli di gatto.
Parliamo di rane
Le ultime tue parole erano di Ranokkjo e inesistente, per di più. Con immutato affetto salutavi in me quello che fu un iperglottico amante o forse un ipoglottico incostante.
Qui affoghiamo dentro regole precise di Grammatica Greca mentre intorno la Gente che sa vive accendendo Mootooy e compra compra compra … la lira è in difficoltà.
L'incontro di Tennis non si è fatto. La maglietta è di nuovo nel suo armadio. E tu sempre chiusa in quel tuo blaterare ad altre orecchie aperto.
Pensieri d’un bronzo nel cassetto
In un grande cassetto bucato d’un vecchio armadio tarlato ho testé ritrovato la foto d’un Bronzo di Riace che non si vuol dare più pace perché Tu sei poko lokwace.
La gente che ama è rapace e parla con lingua salace talora con verbo mordace ma il Bronzo ama solo chi tace per questo non trova mai pace.
La statua era un tempo giuliva quando nel tempio saliva. La gente che nulla capiva per poco non la divertiva. Ma ora non sa darsi pace: nessuno è più tanto audace da viver mostrando il torace.
Piazza Saffi
Di te il ricordo ancora innaffi: poke parole skrivi dietro la kartolina di Piazza Aurelio Saffi.
Non sai farti capace k’io sia bronziphicato come un guerriero ke tace.
Ma si. Hai phuso e deposto tu stessa me fatto metallo rovente nella phorma di njente che sono ke sj-amo che phummo (e phumo noi ormai non più saremo).
Piccolo paese
C’è un piccolo paese qui vicino poco lontano dal Mare ha strade chete e strade e torri e chiese e tutto è così minuscolo che quasi lo diresti abitato dalle Phate.
C’è un piccolo bar con cartoline e gente che gioca a scopone. D’inverno qui dentro i cacciatori si esaltano e si akkalorano rincorrendo lepri e phagiani immaginari.
Questo paese così piccolo vorrei girare ora con Te nella nebbia e nella pioggia di questo Aprile tedioso.
E’ un paese dove fanno stivali come un tempo li portavano i butteri. E c’è una torre e una bella terrazza sopra una valle ora verde ora rossa sempre piena di kanti pennuti.
Premilcore
strizza il cuore stasera tornando a casa e respirane il prophumo dei ricordi. Rikordati di kwel pagliaccio ke un anno pha ti sphiorò i kapelli e voleva contarli ma sapeva che eri kalva.
Al buio cercavate l’orekkino sulla spiaggia deserta skonphinata (!) di Romagna. Dapprima con l’aiuto di una piccola luce erotica (acquisto ignaro).
In pisseria al tavolo vicino studenti parlavano d’esami e tu: “ah! … ma stavolta vengo io … a Natale … …”. E ancora: “se almeno tu abitassi + vicino! …”.
Non ti ho rivista + ma Tu stasera premilcore e vola Amore!
Questo tempo passa
Non vedi come questo tempo passa e come tutto si perde nel nulla? Lo vedo perché sempre + frequentemente tagli la cima della siepe e i rami del marasco.
Quest’anno ho colto solo sette nespole e altre quattro sono rimaste in alto nel caso arrivassi Tu.
Le hanno mangiate grossi coleotteri verdi. Ho scritto “vendesi” sulla Grande Casa dei Gatti: forse ogni speranza d’un improbabile ritorno all’inizio scompare.
Il vento cercava di strappare il grosso foglio e pioveva forte.
Non vedi come questo tempo passa e come tutto si perde nel nulla?
Rimasuglio
che resta adesso di quello che eri? Lacrime e lutto, cenere e rimorsi, ora che tutti ci siamo accorti che solo i rettili sono sinceri.
E tremeranno poi le stelle verdi si spaccherà il cuore del Pianeta - il giorno che viene: ritmo la notte che va: perfezione.
Fermati sulla porta, non uscire!!! Qualcuno ha rubato le scale.
Santa Lucia
Adesso a San Leo sarà caduta la neve. Immagino bianca sotto la Luna la piccola Pieve. Tu cosa fai? Ke leggi? Non voglio saperlo. Immaginarlo. Forse. Phra poko è Natale. E’ lontano il tempo di Ci-cale. Il tarlo del ricordo riprende a scavare. Ma è lontano nel Mare quel giorno lontano. Non ti ho mai letto la mano?
Ma si. Però era bujo. Ricordo solo una mano uguale alla mia. E’ notte. Kome due anni pha. Allora si conphuse la pioggia e la phontana. Avana è la mia nuova agenda. A djorni è phiera. E’ Santa Lucia. Ci saranno mille bankarelle e Tu kamminerai esitante in kwel parapiglia se comprare piadina oppure una nera conchiglia.
Sbrano
e quando mi sono rivelato mi ha detto “sei simpatico” però la Luna è tonda. Il mare? Sa di umido e cerco l’altra sponda”.
Spesso – Felicità – sei sopra l’altra riva. Idiota chi ci arriva.
Sorrisi e sospiri
Nella nebbia che grigia s’addensa non bastò un sorriso tardivo coperto di neve futura a sciogliere il groppo di sale e di spuma marina.
La mattina è sempre fatica levarsi. La sera tuffarsi nel buio non sempre sicuro.
Sul muro ho appeso sorrisi appena accennati sopra sospiri improvvisi e lontani. Passati.
Stralunare I
Ancora non riesco a farmi capace. Stanotte nel sogno ero di bronzo. Ero uno dei Bronzi di Riace. Nella Notte di Santa Lucia ero immerso in curiosi miscugli: ero a bagnomaria.
Mi toglievano a Kroste il tempo passato il tempo perduto nel mare a nuotare a remare.
Il mio Tempo Passato cadeva a brandelli: ero uno dei due Giganti Gemelli. Ed avevo perduto lo scudo ed avevo smarrita la lancia. A bagno negli acidi avevo persino un po’ mal di pancia. Intorno a me discutevano a frotte artisti. E la notte era come di giorno: c’era sempre Kwalk Uno Di Torno.
Un tempo eravamo a migliaia. Ma adesso io proprio non so più pharmi kapace. Come due sassolini di ghiaia scampati al massacro immobili e stupidi a Riace ci guardano muti e un po’ tristi clienti e turisti studiosi dai vetri appannati studenti e dottori incantati. Arrivano un po’ stralunati persino ministri.
Li chiamano qui ‘deputati’ gli odierni ripritanizzati.
Un destino davvero rapace essere un Bronzo di Riace a me poco piace.
Mi dispiace così senza scudo né spada a ciascuno far viso di pace.
Speranza
Credo che prima o poi e me lo lego al dito (io) fonderò un Partito! Piccolo come il Mondo e grande come un granello di sabbia sottile. Un gioiello. Un monile. Il suo simbolo? Un orecchino leggero e fino di oro zecchino come quello perduto nel Mare senza nemmeno nuotare né bere o affogare.
Un Partito con crisi e con scismi in cui sia sempre Natale e mai Carnevale.
Sarà un Partito spartito in confetti.
Qualcosa di nuovo coperto di stucco e vecchio direi come il kukko.
Un Partito di Pace di bronzo ma non un partito di Riace. Un Partito senza dissensi. Senza parenti.
Con pochi denti e senza consensi di assenti. Un partito pieno di okkj ermetico e chiuso ai pinocchi ai fessi ed ai pederasti.
Un gruppo senza contrasti.
Un Partito senza canestri per gli extraterrestri.
Il suo stemma sarà una stella.
Ma non coperta di sangue.
Un po’ forse simile a quella che i Re detti Magi seguirono lemme e rilemme fino alla Santa Betlemme.
Una stella kaduta.
Finita.
Svanita.
Perduta.
Aspetto Kwal Kuno da lontano che voglia darmi una mano.
Non aspetto consigli e lanute creature sperdute e nemmeno conigli o fameliche lupe.
Aspetto qualcuno spero Ti rassomigli.
§§§
§§
§
Trinità 15
Nelle tue bianche buste colme di conchiglie e di nastri musicali e nei tuoi occhi come di uno scosceso animale in agguato c’è un arcaico passato.
Qualcuno si lamenta per lettere difficili da recapitare e lassù al Nord organizzano premi e premi per gli analfabeti eredi di Saffo.
Al nespolo del Giappone ho messo due rami a spacco di ciliegio marasco.
Stanotte, in sogno, ti ho parlato. Pochi minuti, alla stazione, di passaggio. Non so dove. Dalle parti tue. Svegliandomi, ero offeso. Perché Tu non mi hai chiesto di restare.
E intanto gira l’orologio. Di questo passo, Agata, finisco in Paradiso.
Un mare di piccioni affamati
Oggi a Piazza del Campo c’eravamo proprio tutti...
Due bambini mi facevano volare addosso un mare di piccioni.
“Quali colombe dal desio chiamate” gli amanti ci restano fedeli come cani accucciati...
a un nostro fischio tutti rispondono.
Ma c’è qualcuno un bambino non capisce il gioco che non risponde all’appello.
Questo mare di fedeltà molteplici che ci tiene avvinti Sulla strada dell’Appetito.
A Lui siamo fedeli.
Questo mare di legami abnormi che ci rende così liberi e servi.
Quest’oceano di frasi arbitrarie che avvinghiano le nostre così sante menzogne.
E tutto è solamente un volo di piccioni affamati.
Vattene
tutto è pronto per la Tua Partenza.
Vattene. Non voglio più parlare con Te.
Che io non Ti riveda mai più.
Non voglio + dirti ke passo le Ore a parlare con i tuoi phantasmi né che ti detesto se riesci a respirare a leggere a godere Altro dal tormento del mio pensiero.
Vattene.
Tutto è stato preparato per questo Addio Astioso.
Anche la mia blesa dolcezza.
Ho bisogno di saperti Perduto e di rimpiangerti per sempre di passare i miei minuti ad aspettarti Amore.
Per kwesto vattene.
Tutto è pronto per la mia partenza e per questa inutile disperazione.
§§§
§§
§
Verso l’Universo
l’Uomo si chiuse nel suo Uovo Cosmico perso nel Mare Galattico della Tranquillità dopo che la sua Ombra fuggì verso l’altra sponda – senza più misteri.
Nulla e nessuno più avrebbero infranto quel suo solare torpore d’anima nemmeno con rikiami d’amore.
Mise un ultimo kammello marrone sopra una poesia scritta in Latino con parole greche e anglosassoni e partì sul suo vascello d’avorio.
Il dio ritornò sul Parnaso un dio piccolo e vero ed amabile solamente se assente e lontano.
Spedì la poesia alla sua ultima Musa che nemmeno lo riconobbe e voleva condurlo nel mondo dei Poeti: ma lui di là proveniva.
E ne conosceva l’essenza: il Nulla che urge alla Forma. Lasciò i suoi allori a Dioniso e tenne per sé il Nulla Puro Assoluto. Eterno e Lontano: il Futuro.
§
Argos
Quando poi lui solcato lo stretto tratto di mare azzurro che separa Itaca petrosa dalla terra di Ellene io scorgessi ritratto sulla bianca tunica della sabbiosa sua laguna natia forse non reclinerei commosso il capo
e pensando ai suoi lunghi annosi giorni passati nella mia vita non tornerebbe quotidiana nei miei occhi nera un’immagine sua tenace e dell’avana andatura dondolante e dei suoi bianchi denti immacolati eburnei e intatti
speranza per sempre mia vivente che nel cuore e nella mente abita adesso alato compagno attento leggero e silenzioso della sua pastorale forte squillante voce memore adesso?
aggiornamento
quando a scuola mi incaricavano di fare un corso di formazione o aggiornamento o di accompagnare una gita scolastica salivamo in macchina e si partiva per Siena
tu dovevi aspettarmi per qualche giorno in una pensione
convincerti a viaggiare in macchina era facile un po’ meno a non agitarti troppo così forte ed energico
abbaiavi ad ogni passante così mettevo una cassetta e cantavo sulla musica
per farti entrare nella tua stanza era un bel lavoro infine ti lasciavo la tua branda una coperta e una mia maglietta
così sapevi che non t’avevo abbandonato
i giorni senza di te non passavano mai ed erano così strani e irreali come se tutto il mondo passasse dentro di te nei tuoi occhi si riflettesse il cielo e nel tuo cuore risuonasse il mare
badabam
dopo tanti mesi di buio e di nebbia passati fra polvere e pagine di carta incredibile dentro scaffali di assurdità e di miopia proprio nel ventre della ignorante cecità venne sontuosa una incantevole lunga primavera di passeggiate e di lettere di lunghi percorsi all’alba dentro le strade antiche d’una città nemica che si rivelava compagna e complice
partivamo da casa e si arrivava alla vasca fra fischi continui di rondoni mentre in alto le foglie fresche degli alberi sussurravano e si passavano vie deserte fino a Leopoldo alto sul piedistallo con un piccione in testa
prendevo il caffè nel bar preferito e sebbene tu fossi nero lasciavi solo a me questo piacere forse non volevi che scurissero anche le tue belle zampe avana
poi partimmo per il mare e fu un mese di favola eravamo tornati ai tempi antichi e un nume ci assisteva
voglio che tu sia sempre con me come la passata estate come la futura estate
batuffolo
eri un grosso batuffolo peloso e morbido quando ti portai a casa seduto accanto a me grande come un gatto eri già a tuo agio e sembravi il pilota
io ti portavo a casa e ti guardavo ogni tanto bastava poco per capire che ti avrei fatto da secondo
biblioteca
quando ci siamo conosciuti facevo il preside poi sono tornato a insegnare infine sono passato in biblioteca e a conti fatti avevo più tempo per le nostre conversazioni e le nostre passeggiate
sembrava che tu non dessi molta importanza al lavoro che facevo e quando tornavo a casa mi accoglievi ogni giorno allo stesso modo
poi se ti accorgevi che avevo con me qualcosa di buono non mi davi tregua e così divisa la schiaccia quella saporita con le cipolle facevamo a metà
tu naturalmente eri il primo a finire la tua parte e ne volevi ancora
cominciava così un lungo pomeriggio di studio e di bicicletta fino alla sera e oltre e la notte mi dormivi accanto vegliando su di me tuo gregge mio pastore mio amico mia amicizia vivente
Camillo
ti ricordi? sei stato proprio tu Camillo a convertirmi all’amore per voi cani tanto più eloquenti e umani degli umani
soffice bianco marroncino e nero abbaiavi alle ombre ed eri fiero e così felice di uscire all’aria aperta
“sssenti …” ti dicevamo e tu capivi dalla esse che dovevi varcare quella porta arcana e scura
e la vita non ti faceva mai paura dolce Camillo e adesso sei lì fuori e aspetti di vedere noi che usciamo e ci accompagni e non abbai più
sorridi e aspetti che anche noi varchiamo a turno le grandi porte arcane per tornare insieme a dire “sssenti …”
e provare invano a ritornare dentro il corridoio scuro che conduce in questa stanza buia e senza luce
Aspettare
dalla vetrata del corridoio che fiancheggia la biblioteca guardo verso le case di fronte una verde l’altra marroncino ed è come se ti vedessi mentre mi aspetti
adesso sei come non sei mai stato silenzioso e paziente
non hai mai sopportato le cure del dottore né che alcuno ti toccasse eri geloso della tua persona
soltanto da me ti facevi avvicinare
aspetti me lo so
e rivedi dentro il tuo grande cuore il mare e le coste d’argento i fili d’erba e i gabbiani alti nel cielo sempre più luminoso
stella lucente perché non ci prendi insieme?
giovanotto
crescevi così in fretta e divoravi tutto ti facevi sentire e presto tutto il vicinato conobbe la tua voce
ero preoccupato mi dispiaceva disturbare e quello che mi scandalizzava era il tuo coraggio: ti esprimevi senza riserve
comprai persino un aggeggio che avrebbe dovuto impedirti di parlare era come un collare con un barattolino
quando abbaiavi forte scattava una scintilla che ti fermava
ma questa cosa mi piaceva poco così ti accolsi in casa dal giardino dove dimoravi e la tua bella cuccia verde di legno e di metallo col tuo nome sulla porta restò disabitata
dentro non avevi molte ragioni di gridare e te ne stavi sul divano giallo guardavi la finestra e il cielo tutto azzurro d’estate un po’ grigio d’inverno
La nostra biblioteca
Sei sempre stato amante dei miei libri e delle buone letture o faticose che facevo quando insieme abitavamo nella casa del mare parva sed apta nobis
sedevo per interi pomeriggi e tu mi facevi compagnia sdraiandoti nella piccola branda sotto lo scrittoio come un precettore paziente mi vegliavi fino alle ore della notte e qualche volta uscivamo in quelle ore buie a contare le stelle lontane fredde e belle
mi manchi Argo e dal vetro del grande corridoio accanto alla nostra biblioteca guardo la luce fioca della tua ultima casa ed è come se il tuo grande Spirito fosse sempre con me e la tua forza sostenesse il collare amaranto che ti ho comprato l’estate passata e che metto al mio collo ogni tanto
perché sarò il tuo cane umile e fedele Argo e tu sarai per sempre il mio pastore
portami tu lontano tirami forte ancora con la tua grande mano sostienimi bene sopra le tue braccia come facevo io con te quando eri piccolissimo e ti portavo in collo nel paese del mare dove per tanti anni hanno sorriso ai nostri sogni
dormi adesso mio caro pastore e assai veloci passeranno le ore come un tempo sorvegli che io lavori che io legga e che scriva aspettando che venga il giorno che lasciati i miei libri io ti ritrovi
sorveglia questa grande stanza colma di volumi amico mio di sempre mentre io leggo vedo ancora la tua culla
se tu sei qui con me non mancherò di nulla
*** ** *
§§§
§§
§
Lontano
lontano nel sogno e nella notte tu sei vicino a me e la mia mano cerca ancora l’anello del tuo collare
ancora mi sfuggi dispettoso e giri la testa
sei la mia guida e il mio pastore nella vita che mi resta nel cuore sei sempre presente e nella mia mente tu sei il mio Signore
fra poco con astuzie e perfidi raggiri chi potrà più riuscire a scacciarci?
Quando saremo neri nella notte nera professori impauriti dalla verità alunni raggirati dagli ipocriti genitori machiavellici vicini e bibliotecari succubi della noia che un tempo ci hanno odiato non riusciranno a trovarci e correremo insieme senza guinzagli ma solo col nostro collare d’argento e amaranto
Argo Argone Argottone belle zampone belle orecchione bello cotone
maris animalia multa
con un bel gruppo di ragazzi e qualche insegnante siamo partiti per Genova di mattina presto
alla stazione c’era un signore con un cane nero e le zampe avana che rassomigliava a te Argone tu non hai detto nulla mi hai sorriso
a Genova il tempo era stupendo un sole mai visto dopo tanti giorni di pioggia in maremma tanto che persino le tortore saranno state contente e le rondini veloci
siamo entrati nell’acquario e all’improvviso in un tunnel dal pavimento felpato abbiamo visto le meraviglie del mare foche otarie delfini e squali ci passavano accanto quasi senza neppure vederci
a sera c’era ancora l’uomo col cane nero e gli ho dato una banconota per il suo amico
il giorno dopo gli ho portato biscotti e scatole di cibo “grazie da parte di Argo” … mi ha detto e io “grazie a Argo da Argo, Signore …”
scuola
fin da quando eri piccolo ti avevo abituato a frequentarla di tanto in tanto con molto rispetto per i miei Alunni e tutti ti volevano bene finito l’addestramento sapevi darmi retta e sederti sdraiarti e venirmi incontro
era maggio con un tempo splendido e passeggiasti con me e la classe fuori del Liceo
in macchina avevi tutto lo spazio posteriore per te come un Ministro il Ministro dell’Amicizia e della Concordia Adesso spesso mi volto a guardarti e ti vedo ancora attento al paesaggio ma non ti sento più la tua voce non la ritrovo ma è come se fossi sempre con me posso portarti ovunque parlare con te senza voce e tenerti in ogni luogo senza che nessuno ti possa impedire di essere presente mia amicizia vivente
‘Argo, che fai?’ ti chiedevo e Tu mi guardavi e ti avvicinavi con il tuo passo possente e dondolante come una speranza così ti vedo ora e ti vedrò per sempre
§§§§§
§§§
§
§§§
§§§§§
Argos
Quando poi lui solcato lo stretto tratto di mare azzurro che separa Itaca petrosa dalla terra di Ellene io scorgessi ritratto sulla bianca tunica della sabbiosa sua laguna natia forse non reclinerei commosso il capo
e pensando ai suoi lunghi annosi giorni passati nella mia vita non tornerebbe quotidiana nei miei occhi nera un’immagine sua tenace e dell’avana andatura dondolante e dei suoi bianchi denti immacolati eburnei e intatti
speranza per sempre mia vivente che nel cuore e nella mente abita adesso alato compagno attento leggero e silenzioso della sua pastorale forte squillante voce memore adesso?
aggiornamento
quando a scuola mi incaricavano di fare un corso di formazione o aggiornamento o di accompagnare una gita scolastica salivamo in macchina e si partiva per Siena
tu dovevi aspettarmi per qualche giorno in una pensione
convincerti a viaggiare in macchina era facile un po’ meno a non agitarti troppo così forte ed energico
abbaiavi ad ogni passante così mettevo una cassetta e cantavo sulla musica
per farti entrare nella tua stanza era un bel lavoro infine ti lasciavo la tua branda una coperta e una mia maglietta
così sapevi che non t’avevo abbandonato
i giorni senza di te non passavano mai ed erano così strani e irreali come se tutto il mondo passasse dentro di te nei tuoi occhi si riflettesse il cielo e nel tuo cuore risuonasse il mare
badabam
dopo tanti mesi di buio e di nebbia passati fra polvere e pagine di carta incredibile dentro scaffali di assurdità e di miopia proprio nel ventre della ignorante cecità venne sontuosa una incantevole lunga primavera di passeggiate e di lettere di lunghi percorsi all’alba dentro le strade antiche d’una città nemica che si rivelava compagna e complice
partivamo da casa e si arrivava alla vasca fra fischi continui di rondoni mentre in alto le foglie fresche degli alberi sussurravano e si passavano vie deserte fino a Leopoldo alto sul piedistallo con un piccione in testa
prendevo il caffè nel bar preferito e sebbene tu fossi nero lasciavi solo a me questo piacere forse non volevi che scurissero anche le tue belle zampe avana
poi partimmo per il mare e fu un mese di favola eravamo tornati ai tempi antichi e un nume ci assisteva
voglio che tu sia sempre con me come la passata estate come la futura estate
batuffolo
eri un grosso batuffolo peloso e morbido quando ti portai a casa seduto accanto a me grande come un gatto eri già a tuo agio e sembravi il pilota
io ti portavo a casa e ti guardavo ogni tanto bastava poco per capire che ti avrei fatto da secondo
biblioteca
quando ci siamo conosciuti facevo il preside poi sono tornato a insegnare infine sono passato in biblioteca e a conti fatti avevo più tempo per le nostre conversazioni e le nostre passeggiate
sembrava che tu non dessi molta importanza al lavoro che facevo e quando tornavo a casa mi accoglievi ogni giorno allo stesso modo
poi se ti accorgevi che avevo con me qualcosa di buono non mi davi tregua e così divisa la schiaccia quella saporita con le cipolle facevamo a metà
tu naturalmente eri il primo a finire la tua parte e ne volevi ancora
cominciava così un lungo pomeriggio di studio e di bicicletta fino alla sera e oltre e la notte mi dormivi accanto vegliando su di me tuo gregge mio pastore mio amico mia amicizia vivente
Camillo
ti ricordi? sei stato proprio tu Camillo a convertirmi all’amore per voi cani tanto più eloquenti e umani degli umani
soffice bianco marroncino e nero abbaiavi alle ombre ed eri fiero e così felice di uscire all’aria aperta
“sssenti …” ti dicevano e tu capivi dalla esse che dovevi varcare quella porta arcana e scura
e la vita non ti faceva mai paura dolce Camillo e adesso sei lì fuori e aspetti di vedere noi che usciamo e ci accompagni e non abbai più
sorridi e aspetti che anche noi varchiamo a turno le grandi porte arcane per tornare insieme a dire “sssenti …”
e provare invano a ritornare dentro il corridoio scuro che conduce in questa stanza buia e senza luce
Aspettare
dalla vetrata del corridoio che fiancheggia la biblioteca guardo verso le case di fronte una verde l’altra marroncino ed è come se ti vedessi mentre mi aspetti
adesso sei come non sei mai stato silenzioso e paziente
non hai mai sopportato le cure del dottore né che alcuno ti toccasse eri geloso della tua persona
soltanto da me ti facevi avvicinare
aspetti me lo so
e rivedi dentro il tuo grande cuore il mare e le coste d’argento i fili d’erba e i gabbiani alti nel cielo sempre più luminoso
stella lucente perché non ci prendi insieme?
giovanotto
crescevi così in fretta e divoravi tutto ti facevi sentire e presto tutto il vicinato conobbe la tua voce
ero preoccupato mi dispiaceva disturbare e quello che mi scandalizzava era il tuo coraggio: ti esprimevi senza riserve
comprai persino un aggeggio che avrebbe dovuto impedirti di parlare era come un collare con un barattolino
quando abbaiavi forte scattava una scintilla che ti fermava
ma questa cosa mi piaceva poco così ti accolsi in casa dal giardino dove dimoravi e la tua bella cuccia verde di legno e di metallo col tuo nome sulla porta restò disabitata
dentro non avevi molte ragioni di gridare e te ne stavi sul divano giallo guardavi la finestra e il cielo tutto azzurro d’estate un po’ grigio d’inverno
La nostra biblioteca
Sei sempre stato amante dei miei libri e delle buone letture o faticose che facevo quando insieme abitavamo nella casa del mare parva sed apta nobis
sedevo per interi pomeriggi e tu mi facevi compagnia sdraiandoti nella piccola branda sotto lo scrittoio come un precettore paziente mi vegliavi fino alle ore della notte e qualche volta uscivamo in quelle ore buie a contare le stelle lontane fredde e belle
mi manchi Argo e dal vetro del grande corridoio accanto alla nostra biblioteca guardo la luce fioca della tua ultima casa ed è come se il tuo grande Spirito fosse sempre con me e la tua forza sostenesse il collare amaranto che ti ho comprato l’estate passata e che metto al mio collo ogni tanto
perché sarò il tuo cane umile e fedele Argo e tu sarai per sempre il mio pastore
portami tu lontano tirami forte ancora con la tua grande mano sostienimi bene sopra le tue braccia come facevo io con te quando eri piccolissimo e ti portavo in collo nel paese del mare dove per tanti anni hanno sorriso ai nostri sogni
dormi adesso mio caro pastore e assai veloci passeranno le ore come un tempo sorvegli che io lavori che io legga e che scriva aspettando che venga il giorno che lasciati i miei libri io ti ritrovi
sorveglia questa grande stanza colma di volumi amico mio di sempre mentre io leggo vedo ancora la tua culla
se tu sei qui con me non mancherò di nulla
***
**
*
§§§
§§
§
Lontano
lontano nel sogno e nella notte tu sei vicino a me e la mia mano cerca ancora l’anello del tuo collare
ancora mi sfuggi dispettoso e giri la testa
sei la mia guida e il mio pastore nella vita che mi resta nel cuore sei sempre presente e nella mia mente tu sei il mio Signore
fra poco con astuzie e perfidi raggiri chi potrà più riuscire a scacciarci?
Quando saremo neri nella notte nera professori impauriti dalla verità alunni raggirati dagli ipocriti genitori machiavellici vicini e bibliotecari succubi della noia che un tempo ci hanno odiato non riusciranno a trovarci e correremo insieme senza guinzagli ma solo col nostro collare d’argento e amaranto
Argo Argone Argottone belle zampone belle orecchione bello cotone
maris animalia multa
con un bel gruppo di ragazzi e qualche insegnante siamo partiti per Genova di mattina presto
alla stazione c’era un signore con un cane nero e le zampe avana che rassomigliava a te Argone tu non hai detto nulla mi hai sorriso
a Genova il tempo era stupendo un sole mai visto dopo tanti giorni di pioggia in maremma tanto che persino le tortore saranno state contente e le rondini veloci
siamo entrati nell’acquario e all’improvviso in un tunnel dal pavimento felpato abbiamo visto le meraviglie del mare foche otarie delfini e squali ci passavano accanto quasi senza neppure vederci
a sera c’era ancora l’uomo col cane nero e gli ho dato una banconota per il suo amico
il giorno dopo gli ho portato biscotti e scatole di cibo “grazie da parte di Argo” … mi ha detto e io “grazie a Argo da Argo, Signore …”
Archivio blog ▼ 2007 (1) ▼ febbraio (1) Ruphus Samnìs Informazioni personali
Gennaro di Jacovo Si Bovajanod ac Partenope genuerunt nunc apud Rosètum pulchra Rusellae Prilis lacus urbs eum tenet § Mnemosyne quae ei tardius reddidit olim univorsum unumque dedit § nunc tria corda alia habet ad Samnium Petrae et Veteris eius telluris et Neapolim Priscam Civitatem Argentarium atque Tusciam vors§cecinit Patris Matrisque Verbum Animalia, Rura arvaque et Amicos magis quam secunda aut advorsa fata amavit § Naturam nobis vi bis contructam data est: Ratio et Cor § tamquam Chiro Achillis Magister centaurus habemus effigiem § equum nigrum atque candidum nobis ferendos etiam in uno itinere§durum sed jus omnium non unìus hominis§hodie ei Pegaso ex uno duo cras vobis Centauro Akillis magistri olim nunc unius hominis cordis discipulo § ad VI Apriles Kalendas MMVII § advorsa fata vitanda omnibus eis aiona optemus § omnes Januario fratres sororesque illo tempore fuerunt cum Pontifex Maximus 'benedictionem tibi tuisque' ei misisset Karol § sik id fiat § homo est nihil humanum a se alienum putat sicut Publius Terentius Carthaginiensis ac velut Undecius Merid Janus et eius Felix Terra § Katoontdj@ Tellus § Visualizza il mio profilo completo lunedì 26 febbraio 2007 Ruphus Samnìs
Gennaro di Jacovo
Rufus il Sannita
Ruphus Samnìs
§ §§ Aesernia Isernia Kamb Wash Campobasso §§§ §
Argos Talasifron Editore Roseti, lunedì 26 febbraio 2007
§ Pietrabbondante §§ § §§ § In fondo al racconto Polilitio cenni a Benedetto Pierini Grossetano §§ § §§§ §§ § Il treno sferragliava in maniera assordante mentre si preparava ad affrontare la grande curva prima di Cosa e percorrere sempre meno rapidamente il tratto pianeggiante che portava alla stazione del centro etrusco.
Dai finestrini aperti entrava aria calda nella primavera che avanzava e si vedevano le campagne verdi, gli alberi in fiore e l’azzurro del mare intorno alla collina di Ansedonia.
Rintanato in uno scompartimento Rufus sonnecchiava e guardava l’incanto vegetale dal finestrino spalancato.
Veniva da lontano, dalle montagne del Sannio selvaggio ed ellenizzato, terra dalla doppia anima, di Aesernia e Kamb Wash, dove aveva lasciato un clima più freddo e neve sulle alte montagne intorno ...
... il racconto continua dopo le nore bibliografiche seguenti ...
§§§ §§ §
§
gldj i tecum comes Vetus Frater Gaudium lorumqe donat Juventus § §§ mare mm'mano sistema bibliotecario maremmano sistema bibliothekario maremmano §§ §
§ §§
itc vf i tecum comes Vetus Frater GldJ Gaudium lorumque dona Jano
SBG
Sistema Bibliotecario Grossetano catalogo collettivo
SBG catalogo singole biblioteche
Biblioteca Nazionale Firenze
biblioteca Nazionale Roma
Biblioteca Alessandrina Alessandria d'Egitto
Biblioteca Carlo Montanari
§ §§ §
*** Grammatica contestuale Donatello Donato Djako
05:13 Rabbia e commozione a Sarroch, domani i funerali dei 3 operai Apcom: TopNews - 28/05/2009 05:15
Roma, 28 mag. (Apcom) - Erano in 2.500 ieri mattina, già alle sette, davanti ai cancelli della Saras, la grande raffineria di Sarroch, alle porte di Cagliari, dove hanno perso la vita in un incidente tre operai. Per ricordare commenta Italia, Società, Lavoro, Cagliari, Scioperi
La Corea del Nord minaccia Seul Metronews - 28/05/2009 07:30
La Corea del Nord fa salire ancora la tensione in Estremo Oriente. Dopo il test atomico sotterraneo effettuato lunedì e i lanci di missili dei giorni scorsi, Pyongyang ieri ha infatti lanciato un altro missile a corta gittata verso il Mar Giallo , mentre si ritiene che abbia riattivato uno dei suoi impianti per la produzione di plutonio destinato alla costruzione di armi atomiche. E per alzare ancora
commenta Asia, Corea del Nord, Corea del Sud, Pyongyang
I Cesaroni, Claudio Amendola nel cast per altri due anni Televisionando - 28/05/2009 08:30
Fiero dei risultati de I Cesaroni, commenta Tempo libero, TV, Personaggi TV, Silvia Toffanin
Morta la figlia di Mike Tyson Gossip blog: pettegolezzi e star - 28/05/2009 10:01
Non ce l’ha fatta la piccola Exodus, la figlia di 4 anni del campione di boxe commenta Gossip, Pugilato, Mike Tyson
sik id fiat catharsis
§§ §
gldj
§ §§
donapaideia gldj
ekogramm@
SBG
Sistema Bibliotecario Grossetano catalogo collettivo
SBG catalogo singole biblioteche
Biblioteca Nazionale Firenze
biblioteca Nazionale Roma
Biblioteca Alessandrina Alessandria d'Egitto
Biblioteca Carlo Montanari
§§ §
§ Ksantomo Gramkartaut §§
Ekogramm@
Ekogrammatica
Gramkartaut
ecologia grammaticale
§ Gramkartaut xoomer Virgilio
ecogramma ecogrammatica ekogramma ekogrammatika
by Ksantmo Ksant Homo Ksantomo
ecogrammatica ekogrammatika
ecogramma ekogramma
grammatica ecologica ecologia grammaticale
§ §§ Gramkartaut Grammatica Karta Charta Carta dei Diritti Autonomia scolastica voci su Google §
** *
Grosseto aprilis 2006/2009
*
Gennaro di Jacovo Louis Onussen Ruphus Samnìs Pietrabbondante Pretavnniend Ekogramm@
§ epos&kleos logos kai melos antos ecogramm@ GldJ §§
ekogramm@ ekogrammatika nuova grammatica contestuale ecogrammatica ecogramma
ekogramma
Epos&Kleos: logos
Epos&Kleos: melos
Wikio
Katanews
Ksantmo in Economia ...
** *
§ §§ §§§
... torna Ruphus il Sannita ...
Osko Tosko ...
... Il suo Matese, le Mainarde, il Monte Saraceno erano già quasi dei ricordi mentre la sua mente si adattava ad un nuovo e diverso contesto ambientale.
La sua terra, e questo non si poteva negare, era perennemente in guerra, eppure lui sapeva da sempre che amava la pace come nessun’altra.
Le guerre dei Sanniti non erano certamente solo delle guerre interne.
§§
§
Nel Sannio i residenti avevano in comune la proprietà della terra, si spartivano secondo precisi canoni di giustizia sociale il frutto del lavoro agrario, formavano una federazione di piccoli stati città e armavano un esercito comune che si muoveva ‘dalle balze di Boviano l’Antica’ all’occorrenza e solo in caso di reale pericolo. Sui monti dell’alto Sannio, presso il Monte Saraceno, o Sarecino, o Caraceno, protetto da morge e alture, era situato un centro sacro, ove i capi religiosi e militari si riunivano per prendere le decisioni politiche di comune interesse.
Rufus era nato proprio in quel centro religioso e sacro a tutto il popolo del Sannio.
I Sanniti erano stati ultimamente attaccati dai Romani, i loro nemici eterni e paradossalmente i loro futuri grandi ospiti, visto che un giorno le genti di Ausonia, o Saturnia, antichi nomi della penisola, avrebbero letteralmente invaso la grande città, non con le armi che lei stessa prediligeva, ma con attività lavorative d’ogni genere.
La contesa verteva sul possesso delle ricche terre campane. Ai Sanniti, rude gente di montagna, ma autenticamente civilizzata, ellenizzata e conoscitrice delle arti e della letteratura prima ancora di Roma, ancora agreste e incolta, facevano gola le fertili e vaste zone verso gli Aurunci, oltre la fertile ma esigua piana di Venafro. presso Formia e Gaeta.
Occorreva arrivare dunque a Formia, a Gaeta, a Minturno, addirittura a Paestum, Pompei, Ercolano, Neapolis.
Ma Roma decisamente intendeva impedire la sannitizzazione dei campani.
Di qui lo scontro.
La federazione del Sannio aveva scelto lui per una trattativa con gli Etruschi, in vista d’un’alleanza antiromana, o comunque di una intesa ad ampio raggio utile anche per il futuro.
Per questo Rufus viaggiava su quel treno, in una zona del tempo proiettata in avanti quasi da un turbine affettivo bipolare, da una potente esigenza e richiesta contestuale espressa dalla sua gente. Può accadere di restare presi da un turbine così, sebbene a nessuno che sia accaduto convenga raccontarlo, per via delle conseguenze sociali ed anche storico politiche.
I politici e gli storici sono figli più della poesia e della creatività che della scienza, ma detestano la fantasia e la memoria estrema, che della poesia è madre stessa. Il rumore assordante e continuo delle ruot e di ferro sulle rotaie scosse il sannita che iniziò ad alzarsi, scrollando dalle tempie e dalla nuca l’ampio e scintillante elmo di stagno e di rame, sovrastato da un’ imponente criniera nera e lucente, ondeggiante come grano d’estate colpito dal vento caldo del Sud.
Si alzò dondolando, si assestò sulle gambe forti e protette da schinieri, afferrò palleggiandola a fatica nell’angusto scompartimento l’asta dalla punta armata di bronzo e caracollando lentamente iniziò a percorrere lo stretto corridoio pieno di luce, d’aria tiepida e vento.
*
Si fermò davanti alla porta sbarrata ove c’erano altre persone in attesa.
Il treno cominciò lentamente a frenare, con un lacerante e insoffribile stridio di ferro, con le ruote che sotto le carrozze tremanti scintillavano per l’attrito sulle dure rotaie lucide in superficie e rugginose in basso, sulla carreggiata.
Si fermò di scatto con un sobbalzo alla stazione.
Rufus aspettò pazientemente il suo turno e scese, armeggiando con la lunga asta.
Attraversò i binari, la stazione semideserta, si fermò all’edicola. Acquistò un settimanale con una raccolta di canzoni di composizione greca e locale.
Era incuriosito e desiderava informarsi sul tempo e sull’ambiente. Poi salì sul pullman per l’Argentario.
Prima di imbarcarsi a bordo della navetta, affidò il suo semplice bagaglio, uno zaino di stoffa amaranto, all’autista, che lo sistemò nella stiva.
**
*
Era diretto, secondo quanto programmato, ad una scuola di Porto Santo Stefano.
Era una scuola dove gli insegnanti avevano mostrato particolare sensibilità per i problemi della giustizia, della innovazione, dei rapporti con l’ambiente.
**
*
Mentre la corriera lo portava nel paese di mare, leggeva la rivista. Guerre, troppe guerre.
Guerre e dichiarazioni di guerra. Come poteva perorare la giusta causa dei Sanniti, con tanta guerra intorno?
Avrebbe fatto molto probabilmente meglio a trasformare la sua missione in una missione di pace.
Poteva contare su una larga autonomia decisionale in merito. Roma dopo tutto avrebbe potuto piegarsi ad accettare una compresenza sannitico romano campana nella terra di Neapolis.
***
Mentre stava meditando su questo tema, il pullman aveva oltrepassato la piccola piana di prato fiorito, il bivio di Santa Liberata, Baia Domizia e si stava avvicinando alla spiaggia della Soda.
Dopo pochi minuti, fu alla discesa sopra il Valle, in vista dell’intero paese, luminoso e sgargiante nel sole del mattino. Appena il mezzo si fermò, scese e si diresse verso il mare. Il porto era pieno di barche, d’ogni dimensione e forma. L’acqua scintillava intorno alle prore.
Una miriade di gabbiani volava tutto intorno. Alcuni si posavano vicinissimo alla gente, accettando pezzi di schiaccia, altri volavano in alto, solenni, sfruttando le correnti. Dopo aver ammirato il luogo si avviò subito verso la scuola.. Ne aveva appreso prima l’ubicazione.
Lungo la via, notò un negozio ampio, da cui usciva molta gente mangiando schiacce e pizzette o con in mano buste di pane che in parte assaporavano, staccandone pezzetti.
Entrò.
Vide un vassoio di pizzette rosse, si avvicinò scansandosi per evitare il contatto con la gente, per non creare sconcerto, e ne divorò una buona quantità.
Era decisamente affamato, e si vedeva.
§§§
§§
§
"Appoggiato alla lancia mangio la focaccia impastata …" Si girò, riconoscendo il verso di Archiloco. Un giovane l’aveva pronunciato vedendo il guerriero sannita che divorava le pizzette.
Rufus salutò, sistemò il sottogola dell’elmo, mise alcune monete sul tavolo e se ne andò senza aspettare il resto. Camminò velocemente e fu presto all’ingresso della scuola.
Lo accolsero gentilmente e lo accompagnarono dagli alunni. Avrebbe dovuto incontrare una classe e parlare agli studenti.
beta
Le scale dell’edificio scolastico erano brevi. Si accedeva presto al piano superiore. Le classi avevano le porte chiuse. Una delle custodi si avvicinò ad una porta semichiusa.
***
Rufus mise piede nell’aula, piegato di lato su un fianco, il piede destro in avanti con lo schiniere scintillante, il braccio destro piegato all’indietro ad accarezzare l’impugnatura dell’elsa, lo scudo appiattito sul corpo ben saldo al braccio sinistro, l’elmo e la cresta piumata dondolanti con il capo. I ragazzi si alzarono ammutoliti, pieni di stupore. L’insegnante che stava spiegando tacque.
"gl’invertebrati … casualmente …"
Mi parve di riconoscere la voce.
Mi voltai verso la cattedra e riconobbi il docente.
Capelli bianconeri, con la scriminatura a sinistra.
Abbigliamento trasandato.
Naso enorme, carnoso e guance scavate.
Si fece da parte e lasciò la cattedra, un vecchio tavolaccio sgangherato, al guerriero.
Questo iniziò presto a parlare.
Parlò degli Etruschi e dei Sanniti.
Di cosa li rendeva diversi e lontani e di cosa li accomunava rendendoli simili e vicini.
Parlò della loro lingua e della traduzione delle opere di maieutica che era stata compiuta in lingua osca e della traduzione in latino che non era stato possibile effettuare.
Parlò delle occasioni precedenti in cui i due popoli erano stati alleati contro i Romani e di come Roma li avesse sopraffatti con una strategia intelligente e con un esercito meglio addestrato, battendoli separatamente.
E infine parlò della necessità di instaurare nuovi rapporti di amicizia e di alleanza fra i loro popoli, sulla base delle comuni e delle individuali esperienze di arte e di cultura.
Poi tacque, e rispose ad alcune domande dei giovani.
Quando fu il momento di salutarsi, riprese l’elmo che aveva posato sul tavolo del professore, lo indossò e si pose di nuovo lo scudo al braccio sinistro.
Non ricordava dove aveva messo l’asta.
Forse era rimasta nella grande panetteria.
Doveva trovarle un posto fisso, stabile, dove lasciarla e dove poterla ritrovare se mai le fosse servita.
Sicuramente l’avrebbero restituita.
Casa potevano farsene quelli che l’avrebbero trovata?
Così, pensando alla sua lancia Rufus s’incamminò verso l’uscita della scuola.
Su piazzale c’era poca gente.
Genitori e professori in attesa dell’uscita dei figli e del turno per qualche altra lezione.
Lo guardavano tra l’incuriosito e il divertito, con quell’abbigliamento eclettico, forse persino stravagante, avrebbe detto la preside della scuola da cui si stava allontanando. Il guerriero si incamminò nella direzione che gli era stata indicata prima ancora che salisse sul treno. Saliva rapidamente lungo una salita che lo portava al di sopra del paese.
Vedeva i tetti delle case, gli orti e i giardini, le strade interne e il mare azzurro intenso, le barche bianche, le vele, i traghetti. A destra, la collina con la città di Cosa, a sinistra Telamone e la pianura maremmana.
La Maremma, un tempo fertilissima, poi divenuta incolta e paludosa, infine prosciugata dal Granduca Leopoldo Secondo. Leopoldo era stato ripagato con l’esilio per i benefici donati a quella terra.
La Toscana, l’Etruria non era generosa con i suoi figli migliori. Forse ci sarà qualche speranza per i nipoti. Giunto alla sommità, compì un altro tragitto a semiluna, poi scese una leggera salita con un ripido tratto a esse ed arrivò di fronte ad un fabbricato giallo ocra.
Girò intorno e in fondo ad un vialetto trovò la casa che cercava. Un albero dalle foglie larghe e verde tenero, vellutato, cresceva rigoglioso nel giardinetto.
Un altro, con frutti gialli, era accanto. Il giardinetto era delimitato da una siepe alta, di edere. Rufus assaggiò un frutto giallo.
Era aspro.
Lo posò su un tavolino bianco, rotondo. Non conosceva il limone.
E neppure il nespolo, che iniziava a fruttificare allora. C’erano delle sedie bianche.
Ne prese una e si mise seduto.
Guardava il cielo, le prime rondini, uguali in tutte le terre, distingueva i rondoni velocissimi, in volo continuo, dalle rondinelle con la pancia bianca, dal volo più variegato, discontinuo e morbido.
Fu preso dal sonno. Reclinò il capo e si addormentò.
§§§
§§
§
Sognò di essere una rondine, e di partire verso l’Egitto, di volare sulle piramidi, sulla Sfinge, di fabbricarsi un nido di creta in un casa bianca in riva al Nilo, popolato di lenti coccodrilli e solcato da barche di giunco.
Le ore passarono.
Fu svegliato da un forte abbaiare.
Un grosso cane nero, dalle zampe avana ringhiava e abbaiava verso di lui.
§§
§
Rufus era imbarazzato.
Sapeva di sanniti che erano stati usati a Roma e a Pompei nei combattimenti contro i molossi, grossi mastini. Ma lui non aveva esperienza di cose del genere. Si ricordava degli insegnamenti di suo Padre.
"Se un cane ti attacca o ti minaccia, resta il più possibile immobile.
Si calmerà".
La porta della casa era aperta.
Sulla soglia un uomo richiamava il cane, uscendo e sistemandogli un guinzaglio al collare di metallo.
"Argos, buono, Rufus è nostro amico …"
Il cane entrò in casa obbediente e Januario accolse il guerriero, facendolo entrare.
Le armi e la lorica furono sistemate in un armadio. Januario telefonò per rintracciare la lancia, che si trovava in panetteria.
L’ avrebbero recuperata più tardi.
Intanto era tempo per il pranzo.
Sapendo che aveva un ospite davvero speciale, Januario aveva preparato un piatto saporitissimo: la ‘mbaniccia.
Era un piatto tipicamente molisano, dell’alto Molise.
Indicatissimo per l’inverno, ma buono anche nella primavera.
Aveva lessato dei cavoli in foglia e li aveva saltati con olio, aglio e peperoncino.
A parte aveva lessato in po’ di patate e preparato una focaccia di mais.
Aveva poi mischiato il tutto, aggiungendo un po’ di acqua di cottura della verdura.
Non aveva usato carne, perché sia Rufus che lui non la mangiavano, per rispetto verso gli animali.
Rufus non conosceva il mais, e ne fu assai sorpreso. Ne volle un’altra porzione abbondante.
Anche Argo mangiò con buon appetito.
La cosa che divertì ancora di più il guerriero fu l’acqua con le grosse bolle di anidride carbonica.
La beveva di gusto, poi si fermava sgranando gli occhi per il pizzicorio alla gola.
Per frutta c’erano delle nespole di Spagna, già mature. Rufus raccolse i semi lucidi e grandi come unghie, bruni e scivolosi.
Li sistemò in un fazzoletto di carta e disse che avrebbe voluto seminarli nella sua terra, magari vicino al fiume, dove il clima era più adatto.
A questo punto il guerriero si appartò nella sua stanza per redigere il suo rapporto giornaliero.
Chiese delle tavolette cerate e uno stilo, ma gli fu spiegato che certe cose non si usavano più, che c’era la carta o il computer. Rufus era piuttosto perplesso.
Gli avevano parlato di un mondo popolato di gente strana, diverso, quasi magico, ma la realtà superava veramente ogni immaginazione. Poco prima quasi non era svenuto vedendosi accanto una modella televisiva sgambettare in uno spot pubblicitario sulla lingerie. Povero Rufus.
Che strano compito gli era toccato.
Essere spedito da un tempo all’altro della storia, dell’eternità, per una missione di guerra e di pace contemporaneamente. La Missione Giano doveva predisporre un nuovo assetto sociale e politico nella penisola italica.
Rufus però pensava che l’aver inviato un solo delegato, in modo così plateale e dilettantesco, poteva nuocere al successo della missione.
Per quanto, a dire il vero, l’inizio fosse stato piuttosto incoraggiante. Si adagiò sul letto, e inavvertitamente sfiorò il comando dello stereo.
"Partirono le rondini …"
Una voce possente e melodiosa invase la camera.
Rufus ebbe un sussulto.
Poi ascoltò a lungo il succedersi delle melodie.
Gli ricordavano i canti epici degli aedi e le canzoni dei poeti lirici, accompagnati dalla cetra o dalla phorminx.
***
**
*
Quando si svegliò era notte.
Andò nella sala di fronte al mare e trovò Januario, che gli insegnò ad usare la televisione.
Trasmettevano un documentario sulla distruzione di Pompei ed Ercolano per effetto della eruzione del Vesuvio del 79 avanti Cristo.
Rufus era attonito.
Lui veniva da quell’epoca ed era stato da poco ospite d’un suo parente che faceva il gladiatore.
Chissà cosa ne era stato di Lucilio e di tutti i suoi colleghi gladiatori della casa di Muzio Catone? Fece rapidamente i conti.
In effetti mancavano ancora un anno e sei mesi alla eruzione. Avrebbe fatto in tempo, forse, ad avvisare i pompeiani. Ma gli avrebbero prestato fede, oppure lo avrebbero considerato un invasato capace di parlare in totale tèia manìa senza un aggancio contestuale saldo e sicuro?
Più tardi videro un programma di attualità sugli animali. I leoni, gli elefanti, i serpenti, i ghepardi.
Rufus era stupito che animali tanto grandi fossero contenuti in un recipiente tanto piccolo.
Non si stancava di guardare, ammiratissimo, e di esclamare ogni sorta di facezia, per esprimere il suo stato d’animo. E intanto beveva la sua acqua con le bollicine di anidride.
***
*
La piazza naturale alla grande curva sul lungomare era gremita di gente, la strada era ostruita.
Sui grossi sassi frangiflutti fra il mare e il largo marciapiede di mattoni bianchi e rosati c’era come un monumento di due torri inclinate di pietra bianca.
§§
§
Su un palco un prete parlava alla folla.
Una figura minuta accanto a lui ascoltava con gli altri.
Era Teresa di Calcutta, invitata all’inaugurazione di un monumento per lei.
§§
§
L’idea era stata d’un pio prete locale, solerte e zelante, assai benvoluto dalla popolazione e destinato ad una carriera eccesiastica esemplare.
Intorno alle due minitorri di pietra bianca c’era un tappeto di sassi rotondi, levigati dal mare.
Terminata la cerimonia, la folla lentamente si sciolse ed il lungomare restò deserto.
Radi gruppi di persone sostavano o passeggiavano. Persone.
In latino significava ‘maschere’, dall’etrusco Phersu. Stranamente nella lingua italica quella parola indicava non solo la scorza dell’uomo, ma tutta la sua sostanza. Una sineddoche, quasi.
Rufus aveva smesso i suoi abiti bellicosi. Indossava scarpe sportive e pantaloni avana, una camicia blu ed una sahariana.
Camminava lentamente lungo il mare.
Il sole stava tramontando e un vento fresco soffiava da nord. Il mare si arruffava leggermente al largo, in direzione di Talamone. Argo camminava al suo fianco e Januario era poco distante. Il paese era immerso in quell’atmosfera calma e serena che solo i paesi marinari hanno la capacità di acquistare al tramonto, quando la luce rosa e arancia del sole si fonde con il grigio sereno del cielo e dell’acqua, vicino alla linea dell’orizzonte, lasciando in alto e in basso l’azzurro profondo, sempre più sfumato del cielo e del mare e le nuvole si colorano delle stesse tinte che hanno tutto intorno l’aria e l’acqua confuse insieme dove il cielo tocca la liquida distesa.
Rufus riusciva a rilassarsi e si gustava quella calma serata, lontano dal fragore degli scudi e delle lance battute insieme per atterrire amici e nemici, lontano dai pupazzi di legno colpiti con spade e giavellotti, come per uccidere un nemico, lontano dalle stalle dei cavalli odoranti di sterco e di orina. Lontano.
Lontano lontano dall’origano che da ragazzo coglieva sotto la morgia del castello, lontano da tutto, dalle sue montagne e dal mare di terra che le circondava.
Passeggiava tranquillo.
Non avrebbe mai immaginato niente del genere. Esistevano dunque posti dove il sole scotta, e le navi salutano intonando sirene …
Aveva indossato un buffo abbigliamento.
Pantaloni amaranto con molte tasche, short avana scuro con una specie di dinosauro a rilievo sul petto.
Un giubbetto senza maniche con tasche comodissime. Lo aveva trovato a casa.
Doveva essere di Januario.
Il suo amico e ospite.
Argo e Januario si erano un po’ allontanati.
Rufus ripensava a certi consigli sul nuoto che Januario gli aveva dato.
Nel farlo, mimava con le braccia i movimenti. Non si era accorto che si era avvicinato a lui un signore dai capelli brizzolati.
"Tu ce la metti la patata sugli occhialini? … Io la porto sempre con me …"
Rufus restò interdetto.
Non capiva nulla di quel che il tizio diceva.
Si girò istintivamente dall’altra parte, perché era stato educato a non rispondere mai a domande oscure e vaghe. Ma l’altro insisteva.
"Devi battere velocemente i piedi, quando fai lo stile libero …"
A Rufus avevano parlato di crawl, e avevano spiegato tutto sull’equivoco di chiamarlo ‘stile libero’.
"Quando nuoterò il crawl seguirò il ritmo del dattilo e del valzer. Tre battute di piedi e una bracciata a destra, tre battute e una bracciata a sinistra. Così mi è stato detto".
"Chi te lo ha detto?"
"Januario, un mio amico.
A lui lo ha insegnato suo padre, Albert, che è bravissimo". "Si. Come lui nessuno sa nuotare. Ha nuotato nei fiumi dell’India quando ha accompagnato l’esercito di Alessandro il Macedone.
E sicuramente avrebbe conosciuto fiumi ancora più a oriente, se i soldati non si fossero ribellati costringendo Alessandro a ritornare in Egitto.
Forse il condottiero macedone sarebbe ancora vivo, se avesse potuto seguire i suoi disegni".
§§
§
L’indigeno lo guardò un po’ meravigliato.
Poi si girò verso una donna che lo accompagnava e continuò a parlarle ad alta voce di quando aveva tentato di compiere la traversata Giannutri Argentario e di uno strano macinino da caffè che si trovava nel negozio di alimentari dei genitori.
Ormai imbruniva ed erano giunti sotto un palazzo sovrastante l’ufficio postale e il Monte dei Paschi. In alto, a destra, rivolto a nord c’era un piccolo balcone con una ringhiera verde.
La serranda era chiusa.
Rufus istintivamente stava scrutando quel balcone.
"Cosa vedi?"
fece Januario, che gli amici chiamavano anche Camillo.
"Una luce.
Come una luce dentro quella casa.
Trabocca come un liquido bagliore bianchissimo.
Si direbbe che un dio sia presente in quella casa lassù. Dio parla spesso agli uomini, più spesso di quanto non si creda.
Ma gli uomini sono distratti.
Non capiscono.
Non leggono gli infiniti segni in cui si mostra la parola di Dio.
Il Verbo.
E anche quando lo percepiscono distintamente, provano spavento e paura, e tacciono.
Anticamente era quasi doveroso riuscire a percepire il divino. Guai a non farlo.
Ogni evento era percepito come straordinario, eccezionale. Adesso invece siamo nell’era dell’ordinario, del normale e tutto quanto esca dalla norma è definito banalmente ‘paranormale’. Era normale un tempo consultare Apollo, l’oracolo, proprio in presenza dell’ordinario, non solo di fronte ad un evento straordinario e mostruoso.
Ad Apollo si chiedeva una illuminazione su cosa fare nel futuro. Ora si chiederebbe cosa succederà.
Al greco importava cosa avrebbe fatto.
Come si sarebbe comportato.
In assoluto.
Conoscere, significava ridurre alla normalità una realtà che era del tutto fuori dalla norma, eccezionale, incomprensibile nel suo susseguirsi totalmente fuori dal logoV, dalla logica della mente umana.
La mente cataloga, scheda, distribuisce per categorie, la natura procede in un ordine interno rigido, ma in una realizzazione relazionale caotica, all’insegna dell’estemporaneo. L’uomo non sfugge a questa legge del logico caos.
La sua mente tende all’ordine, elimina quanto può il superfluo, mentre il suo corpo vive in un logos caotico, fatto di azioni e reazioni imprevedibili.
Al di sopra di tutto, la luce, la conoscenza, pura, eterna e inafferrabile.
Queste cose ho sentito da un sapiente che era capitato a Verrinia, nei pressi del centro sacro di Vaianod. Parlava ai giovani.
Diceva di essere un filosofo ateniese, ma di amare anche Sparta, città rivale.
Diceva di aver conosciuto Socrate.
Di esserne stato discepolo.
Era basso e tarchiato, con grosse spalle.
Lo chiamavano infatti Platone.
Ci insegnò molte cose.
Ma soprattutto, che noi portiamo dentro di noi tutto il mondo, sotto forma di idee".
§§§
§§
§
Dentro la nostra mente: cuore e anima.
Si diceva che questo sapiente fosse il discepolo prediletto di Socrate e il maestro di Aristotele, che ebbe un alunno eccezionale, Alessandro di Macedonia.
Un alunno che non deluse del tutto il suo addestratore …".
§
Rufus aveva parlato a lungo, ispirato dall’evento ordinario, a suo dire, della piccola casa alta sul mare.
Aveva percepito con la sua straordinaria sensibilità atmosfere e profumi di anni prima.
Notti di studio, vigilie di Natale, visite di parenti, sorrisi e racconti.
Si girò verso Camillo e sorrise.
Era assonnato, la giornata era stata intensa.
E ricca di novità.
Aveva visto il mare, cosa magica per un abitante delle montagne. Il bello dell’Argentario era che si toccava il mare, quasi, ma si era circondati da alture e si vedeva il Monte non appena si girava intorno al paese, esposto a nord.
I due tornarono a casa.
Cenarono velocemente con pane nero e formaggio.
L’ospite non mangiava carne.
Si nutriva di verdure, latticini e pane, preferibilmente nero. Davanti alla porta trovarono la lancia.
Rufus la palleggiò e la provò per finta.
Poi la sistemò in giardino, mimetizzata sotto l’edera.
Sul manico di frassino era scritto in osko: Hèktor.
Ettore.
In ricordo dell’eroe di Ilio, dell’eroe più grande per chi si batte per la propria città.
L’eroe a cui era venuta a mancare la lancia per potersi difendere da Achille, il terribile acheo.
Athena aveva impedito a Deifobo, scudiero di Ettore, di fornirgli la lancia da scagliare contro il mirmidone veloce e invulnerabile. Così Ettore era stato ucciso.
Con l’inganno atroce di una dea amante della guerra intelligente e giusta, ma in questo caso la vittima era un uomo giusto, intelligente, fedele alla sua terra, al figlio, alla sua donna. Januario adorava la musica.
Scelse un CD e lo inserì nel lettore.
"Ci sposeremo a Napoli bimba dagli occhioni blu …"
Massimo Ranieri gorgheggiava felice.
gamma
Rufus fu svegliato dal canto di una streptopelia.
Era assai prossima alla porta.
Si affacciò alla finestra e la vide sporgersi da un nido che aveva intessuto di rametti sul limone.
C’erano dei piccoli, e questa era la causa del trambusto di prima. Avevano fame e i più prepotenti reclamavano le parti migliori e più abbondanti.
Sorrise e si diresse in cucina.
Armeggiò intorno alla macchina del caffè.
Ne versò una buona parte nella vaschetta sotto i beccucci.
Una parte del nero umore finì nella tazzina.
Lo bevve.
Tornò in camera e si vestì.
Prese Argo e uscì per la passeggiata mattutina.
Si diresse alla panoramica.
Dopo un centinaio di metri prese una strada più stretta sulla sinistra.
§§
§
Percorse cinquanta metri, sulla sinistra c’era un ingrasso di giardino con villa, con una nicchia e una piccola Madonna bianca.
Ancora più avanti, prima d’un gruppo di case color crema, c’era una casetta minuscola, di poche decine di centimetri, alta circa due metri e con un’apertura di cristallo, con la luce accesa.
C’era una scritta: Il popolo di Lividonia - 1954.
Dentro, una statua della Mamma Celeste bianca e azzurra. Una campana di ottone e fiori.
Un rosario.
§§
§
Rufus guardava con stupore le statue sempre diverse e sempre simili della Madonna.
Non erano come le statue, i simulacri degli dei sanniti. Erano dolci, tenere.
Come quelle simboleggiavano la parte fiera e violenta della potenza divina. Altrettanto queste mostravano l’aspetto blando e mansueto dell’entità divina.
Proseguì ancora, attraversò un centro abitato, incontrò alcuni gatti, un cagnolino, poi ridiscese lungo una scuola d’infanzia. Ad un nuovo incrocio, prese a destra e trovò una nuova statua, bianca e azzurra, con fiori e decorazioni varie. Proseguì verso casa.
Chi era quella Donna tanto venerata che accompagnava i viandanti lungo il cammino con un sorriso leggero, un gesto di amorosa accoglienza e compassione?
Non era una delle divinità femminili da lui conosciute.
Queste ricordavano, con il loro aspetto fiero, la guerra o la caccia, rudi attività aristocratiche, erano poco inclini alla compassione nell’aspetto e assai di più alla dominazione. Proseguì la sua camminata fino a completare il giro di Lividonia. Imboccò in discesa la strada che lo portava nei pressi della casa dell’amico.
Sostò sul piazzaletto a contemplare il meraviglioso panorama del sottostante paese e dell’immediato, continuo susseguirsi di terra e di mare fino a Cosa, la città etrusca.
Quando stava per entrare in casa, dalla porta posteriore che dava nel garage, notò una macchia scura sul pavimento. Argo la annusò.
Era una rondine nera.
La prese delicatamente.
Era spaventata e le unghie delle sue zampette si afferravano fortemente alla stoffa, entravano nella pelle.
La afferrò per le ali, man mano che la sua tensione diminuiva, e la lanciò in aria.
La rondine roteò le ali vorticosamente e si allontanò, confondendosi con le altre.
Era felice per aver aiutato un altro essere.
Gli sembrava di avere, adesso, un figlio pennuto. Un figlio appena trovato, e già partito e perduto. Entrò in casa.
Argo si sdraiò sul divano.
Era il suo posto preferito.
Cominciò a sonnecchiare con gli occhi socchiusi e un’espressione tranquillissima, serena.
Poi si girò sul dorso, con le zampe dirette verso l’alto in atteggiamento di pace e sottomissione.
Rufus uscì per la porta posteriore e avviò la vespa. Il motore partì fragorosamente.
Indossò il casco.
Gli sembrava buffo, privo di cresta piumata.
Partì con una certa prudenza e dopo poche curve in salita fu subito sulla strada.
Scese in paese e proseguì a destra, verso la Giannella, la striscia di sabbia a settentrione che univa l’Argentario alla costa della penisola italiana.
Al bivio di Santa Liberata proseguì a destra per la cittadina di Orbetello, di lontana origine etrusca, come potè arguire dalle mura ciclopiche sistemate all’ingresso della città.
§§§
§§
§
Parcheggiò il bizzarro veicolo, più piccolo ma molto più veloce d’un cavallo, vicino al tempio, nei pressi d’un palazzone color crema con un telone bianco su cui si leggeva: frontone di Talamone.
Scese e si avviò in direzione d’un archetto.
Lo superò e si trovò in un’ampia piazza.
§ §§
Camminò verso l’ospedale vecchio, lo oltrepassò, passò le porte e proseguì.
Giunse ad un fabbricato di cemento, preceduto da un vialetto circondato da arbusti e cespugli.
Il cancello era aperto.
Entrò e salì delle scale di ferro per entrare.
Girò a sinistra, proseguì e vide una porta semiaperta.
Guardò all’interno.
Un tizio, tarchiato, con grossolani pantaloni chiari, la camicia malmessa e le scarpe grossolane stava spolverando gli scaffali.
Lo salutò e l’altro rispose: ... ‘ngiorno’…
"Cosa è questa stanza?"
Chiese.
"Una biblioteca"
Rufus fu sorpreso di non vedere rotoli di papiro.
"Sta pulendo?"
"Si.
Sono il bibliotecario da qualche anno".
"Questa è forse una scuola?"
"Si. Ma ormai mancano gli iscritti. Fra qualche tempo chiuderà".
"Come mai?"
"Purtroppo la generazione degli alunni del ’95 non ha generato figli, per ragioni misteriose, così è saltata l’iscrizione alla prima classe di quest’anno".
Rufus era davvero perplesso.
§
§§
Non aveva mai sentito niente del genere.
Uscì dalla biblioteca lasciando il bibliotecario alle prese con la polvere dei libri e i pesciolini d’argento, con il vecchio computer pieno di ormai inutili dati bibliografici.
... Pulvis et umbra vita hominis super terram ... pensò ... e ... mai peggio, Signore ...
§
S’inerpicò su per una scala di legno a vista.
Al piano superiore le stanze erano basse.
Tre stanze in serie, illuminate da finestre lungo tutta la parete di fondo.
Rufus entrò nella stanza immediatamente a sinistra.
Una piccola scrivania con una sedia rossa sulla parete in compensato che separava la stanza dalla biblioteca, la solita finestra lungo tutto la parete di fondo, qualche mobile.
Un paio di armadi.
Uno conteneva l’enciclopedia Treccani.
Si mise a sedere sulla sedia rossa.
Aprì il cassetto di sinistra, provò con quello di destra, ma era chiuso.
Nel cassetto di sinistra trovò una chiavetta e poté aprire l’altro. Documentazione riservata.
Poche carte.
Lettere al preside di genitori che non desideravano far iscrivere la figlia in una certa classe.
Lettere contro certi insegnanti.
Una lettera lo colpì.
Una preside si lamentava degli atteggiamenti ‘stravaganti’ d’un docente, però diceva che questo tizio aveva la incondizionata approvazione degli Alunni e dei Genitori.
Evidentemente il giorno in cui questo favore si sarebbe interrotto anche solo per un secondo, per quell’insegnante sarebbero iniziato un periodo assai movimentato.
Rimise a posto quelle vecchie carte e richiuse i cassetti.
§§
§
Restò seduto a guardare davanti a sé gli alberi alti, verde scuro, le case in lontananza, il camposanto e la caserma dei carabinieri.
Lui non sapeva ancora bene cosa stesse realmente vedendo. Per ora quella vista era una generica distesa di campi e case. A destra, Cosa col suo promontorio e più in fondo Porto Ercole.
Dalla porta situata sulla destra, per cui si accedeva all’altra stanza, poteva vedere l’altra finestra, con in fondo Portus Cosanus, Porto Ercole.
Tutto era irreale, così abbandonato e privo di personale, ma lui se ne rendeva conto relativamente, visto che non aveva molta esperienza di questi ambienti.
Si alzò ed uscì, scese la scala e si diresse verso l’uscita della scuola.
Lasciò il liceo e con la vespa partì per l’Argentario.
Il viaggio fu breve.
Una volata sulla diga in mezzo alla laguna, poi lungo la costa del promontorio costeggiando parte dello stagno e poi il mare, infine l’arrivo a S.Stefano,
Sistemò la vespa nel garage ed entrò a casa.
Non era tardi.
Gli venne in mente che avrebbe potuto rimettere in strada la bella bicicletta argentata che aveva visto nel garage,
Uscì di nuovo, aprì la porta del box e calò la bici dalle cime che la tenevano sospesa al soppalco di legno.
Controllò le ruote.
La valvola non era perpendicolare al cerchio della ruota posteriore, era piuttosto inclinata.
Sgonfiò il tubolare e si accorse che non era bene incollato al cerchione.
Prese il mastice dalla borsetta agganciata al manubrio della bicicletta e incollò a settori il tubolare sul metallo nero del cerchione.
Finita l’operazione, lasciò che la colla seccasse e tornò in casa. In serata avrebbe fatto qualche chilometro fuori paese per controllare la riuscita della riparazione.
**
*
Stava imparando presto tutto quanto era necessario sapere sulla vita normale di questa terra così diversa dalla sua, così calda, colorata di tinte forti, azzurra di mare e serena di cielo. Januario gli spiegava tutto, la sera, quando sceglievano un film da vedere.
Il film scorreva e loro discorrevano, finché il sonno non sopraggiungeva.
"Andare in bici – diceva Jano – è come nuotare.
*** ** *
Solo che invece delle braccia si usano le gambe. Occorre dosare le forze, dopo essersi allenati bene, e usare i rapporti giusti.
Ognuno sa quali sono i suoi rapporti, li impara quasi a memoria a furia di usarli, di innestarli.
Secondo me, non bisognerebbe mai usare rapporti troppo bassi, perché una pedalata eccessivamente frequente distrae dal pensare, e pensare è indispensabile per il ciclista.
Aiuta a passare il tempo, a concentrarsi, a dosare la giusta rabbia ed energia, a sognare i trionfi e ad accettare le sconfitte.
** *
Importante è anche sintonizzarsi con il paesaggio, sentirne e decifrarne i messaggi, percepire il fascino delle ombre, degli alberi e delle siepi, delle montagne, dei fiumi.
Ogni cosa è come personificata, ti parla.
Ma le sue parole non sono quelle nostre, sono parole loro. Parole non dette, immagini, sensazioni forti.
E sono importanti le rondini, che ti sfiorano e gareggiano con te, battendoti regolarmente, in discesa.
I gabbiani ti volano sopra, e ne vedi l’ombra grande quando sono sopra di te".
Jano parlava a volte come una specie di invasato, un poeta della natura posseduto da un dio.
*
Rufus lo ascoltava attento e intanto pensava ai suoi monti, alle sorgenti fresche, alle valli e alle strade di montagna, alle distese d’erba uniforme e al Trigno presso San Mauro, dove formava verdi catini d’acqua profonda che risuonava cupamente quando qualcuno vi lanciava un grosso sasso.
§§§
§§
§
Multos per annos et multam per vitam relatum pulchra parvaque hirundo olim suum cor mihi dedit creber laeta transibat, volitabat super tectos tempus velociter ibat menses annosque vorabat tunc hirundines nigrae redibant pro una meam domum ita non erat transire tempus, sed hirundines meae.
§
Argillam tenuem coactam parva ore ferebant pulli velociter pipiabant alas moventes et rediebant frequentes pariter facies parentum dulcia verba patris et cursus ludique natantes inter virides agros Petrae Crebri civitatis tempus inesorabilis transit super omnia mundi similiter volitat nigris alibus creber hirundo unus tempus velociter, crebres hirundines volant
****
**
*
Cum hiems mundum relinquit floresque tellurem nigram tamquam candidum nimbum ferunt undique colorem tunc hirundines novae sicut pristinae agminis nigerrimum ferunt coelum volitantes in aere sereno...
§§§
§§
§
Rufus ricordava questa poesia ...
... Hirundo ...
che per suo Padre aveva voluto comporre in latino, la lingua degli avversari^ d'un tempo dei Sanniti.
Aveva conosciuto da giovane Nevio, il poeta che aveva tre cuori, tre anime, tre lingue.
Ne era divenuto amico e lo aveva frequentato finché quello non si era trasferito a Roma.
Aveva così appreso la lingua dei Romani, i futuri padroni dell’Italia.
La poesia metteva le rondini e il tempo sullo stesso piano.
Il tempo passa, e logora, ma non distrugge la rondine, che si avvicenda con le altre ed è sempre ‘alia et eadem’, diversa eppure la stessa.
Ora il guerriero sannita si sentiva pronto per la bici.
Si vestì della tuta adatta, delle scarpette, del casco e dei guanti. Jano gli spiegò tutto.
Aprì la porta di casa, prese delle chiavi di ricambio, aprì il garage e prese la bicicletta argentata, sollevandola leggermente la passò accanto all’automobile, richiuse, salì e partì.
Dopo una strada stretta e in salita, fra le case del vicinato, fu sulla Panoramica.
In parte la conosceva, perché c’era stato con Argo.
La strada saliva, fino ad un tratto pianeggiante.
Non si sentiva stanco, perché le gambe erano allenate alla corsa. Dopo il tratto in pianura, venne altre salita, fino ad un piccolo tratto pianeggiante, con una strada che scendeva ed una che saliva. Prese questa, fino alla sommità.
Qui vedeva in mare dall’una e dall’altra parte.
Il paesaggio era molto bello.
Addirittura stupendo.
Di fronte a lui, una strada sterrata saliva lungo un monticello cosparso di arbusti d’erica ancora fioriti di lilla. Bevve alla borraccia.
L’acqua era ghiacciata, perché l’aveva fatta congelare prima di partire.
Sostò qualche minuto a mirare quel paesaggio di terra verde e di mare azzurro.
Poi ripartì, scendendo per la discesa ripida veloce come un gabbiano, e provò l’impressione che aveva provato l’inverno passato quando con suo padre avevano preparato delle rudimentali aste di legno, fissandole ai piedi con legacci, per scendere scivolando sulla neve del monte che sovrastava il centro sacro di Verrinia. Rientrò nel garage immerso nell’ombra dopo il bagno di luce nell’ambiente circostante.
Sistemò la bici, aprì la porta di casa e si tolse i panni del ciclista.
Ormai era quasi sera.
Si sentiva gradevolmente stanco e affamato.
Cenò velocemente e si addormentò.
§ §§§ Sognò le falangi di Polilitio e i frombolieri Castelverrino e di Vastogirardi, gli opliti di Bovajanod e di Poggiosannita, la piana di San Mauro e Staffoli, i cavalli al galoppo sulla piana di Pescopennataro e Capracotta, verso il Gran Sasso, i giovani guerrieri Pentri e Caracoeni coperti di metallo, scintillanti al sole, la neve bianco blu sotto la luna di Gennajo e i lupi della Rocca e di Collemeluccio ululanti alla ricerca di cibo per i loro piccoli. §§§ §
Sognò, e le sue membra si rilassarono e si irrigidirono, seguendo il ritmo dell’immaginazione, sognò i suoi amici e i suoi nemici, confusi e in pace, mischiati nei nomi e nei volti, finalmente solo sostanze viventi e non maschere personate ... sognò finché la luce dell’alba non filtrò nella stanza, provenendo dal cielo e dal mare antistante Talamone.
Le luccicanti legioni marsicane, pentriche e caracene si dileguarono. I giovani sanniti dagli elmi rutilanti e le spade corte e affilate ritornarono nelle montuose pianure del Molise.
Rufus si svegliò rapidamente.
Desiderava quella forte bevanda nera che aveva bevuto nei giorni precedenti e che lo faceva sentire ancora più sveglio. La radio, che come di solito era rimasta accesa, suonava una canzone gradevole.
Ne cominciava a riconoscere alcune, fra le più trasmesse.
A quell’ora trasmettevano dei classici, dei vecchi successi.
A lui piaceva Lisa dagli occhi blu …
Si vestì in fretta
Scelse degli abiti di Januario. Gli sembravano strani.
Quei tubi di stoffa intorno alle gambe, le calze e le scarpe.
La camicia e la giacca, con quei contenitori di tela sui fianchi e sul cuore.
Era abituato ad essere più libero, con la tunica e le protezioni di cuoio e metallo.
Sistemò nelle tasche gli oggetti indispensabili, secondo quanto consigliato da Januario e uscì.
La giornata era davvero meravigliosa.
Il mare ed il cielo erano di un intenso azzurro.
Il sole era appena alto all'orizzonte e ancora completamente rosso. I gabbiani volavano e cantavano con i loro versi sagaci, potenti. Le rondini volavano velocissime e fischiavano stridule.
Insomma tutta la macchina della Primavera era in pieno movimento. Januario era già pronto.
Presero la macchina, una grossa Lantra, e si diressero a Grosseto. Giunsero nei pressi d'una grossa villa di campagna.
Era ora di pranzo.
Un'ampia tavola era apparecchiata nel patio.
Li accolsero numerosi amici e li invitarono a sedersi. Molte verdure d'ogni tipo, crude e cotte erano apparecchiate. Pane di vario tipo era pronto.
Integrale, scuro e bianco.
Rufus notò che non c'era carne, né pesce a tavola. Solo verdure, latticini e cereali.
Chiese perché.
"Questi signori sono persuasi che gli animali hanno un'anima, sono più evoluti addirittura di noi.
Infatti noi abbiamo la necessità di parlare, di usare un'infinità di versi, molti registri sonori e fonetici.
Loro invece non usano lingue diverse, dialetti complicati, ma modulano infinitamente analoghi fonemi con ottimi risultati esegetici.
La violenza nel mondo animale non è fine a stessa, ma strumentale e finalizzata alle necessità connesse alla sopravvivenza.
E' innegabile la sua presenza.
Ma è legata al presente, alla necessità momentanea.
Negli umani la violenza è invece dilatata nel tempo, programmata e quasi prodotta come un manufatto.
La caccia è praticata come uno sport, un passatempo.
Uccidere è un diversivo.
Una distrazione, non una necessità vitale.
Per questo qui gli animali vengono rispettati, quasi adorati, e non vengono mangiati..."
*** ** *
Continuarono a scegliere varie vivande, fino alla frutta.
Poi si appartarono e infine ripartirono per il Promontorio. Giunsero che era già sera.
Sistemarono l’auto nel box e si addormentarono nelle rispettive camere.
Fu presto l’alba, e Rufus fu svegliato dall’abbaiare furioso di Argo.
Januario non c’era.
La porta era aperta ed il grande lupo nero abbaiava ad alcuni passanti.
"Senta – diceva uno di loro – siamo venuti per accompagnare a Grosseto un certo Rufus Samnìs, sapete dov’è?’
"Sono io. Lascio un messaggio al mio compagno e vengo. Posso portare Argo?"
"Ma certamente … ci sarà posto anche per lui".
Rufus rientrò e si preparò in fretta.
L’armatura di bronzo scintillava a sole del mattino e la lunga asta vibrava nella destra del guerriero vigoroso, mentre l’elmo crestato ondeggiava.
Argo seguiva fiero, simile, nelle sue proporzioni gigantesche e poderose per un cane lupo, a Xanto, il nero cavallo di Achille.
Fu un problema sistemarsi nel pur capace fuoristrada.
La punta della lancia fuoriusciva dal finestrino, e pareva una grossa antenna radio.
Il viaggio fu breve.
Giunsero nei pressi d’una casa isolata nel mezzo d’un largo prato.
Un cancello grigio fesso permetteva l’accesso su un lungo viale alberato.
In fondo alla doppia fila di cipressi sorgeva una casa bianca. La Voyager si fermò su un ampio piazzale, di fronte al portone. Scesero.
Salirono alle stanze e poi scesero per il pranzo.
Rufus vestì una tunica rosso porpora, con greche blu alle maniche e lungo il bordo che arrivava alle ginocchia.
"Qui farai l’insegnante.
Abbiamo bisogno di giovani docenti che sappiano la lingua greca, e tu sei uno dei Danai, praticamente un greco per i romani e per noi.
Insegnerai al Liceo Classico, in una zona centrale della città. Gli alunni sono di un tipo particolare.
Appartengono ai ceti abbienti, per la maggior parte, e quindi occorre una cautela notevole nel trattarli.
Imparerai col tempo e con la collaborazione armonizzata con i tuoi colleghi".
Chi gli parlava era un vecchio saggio, dai capelli canuti ma ancora vigoroso.
Evidentemente la sapeva lunga sulla scuola e sull’apprendimento.
Ma ancora di più su quell’attività che veniva definita sbrigativamente ‘insegnamento’ e che a Rufus avevano sconsigliato di praticare, in quanto inesistente.
Gli fu detto anche dove avrebbe trovato casa. Sarebbe stato ospitato da una famiglia locale, lui ed Argo. Rufus si accomiatò salutando cordialmente.
Si diresse con l’auto che gli era stata messa a disposizione, un fuoristrada argentato dall’aria molto sportiva, pieno di fari e dai paraurti possenti.
Si diresse dove gli era stato consigliato e parcheggiò in una piazza a forma di losanga.
Suonò al campanello.
Venne ad aprire una signora minuta.
"La stavo aspettando.
Fra poco arriverà Madelaine e la saluterà".
Lo accompagnò nella sua stanza.
La casa era a pianterreno, con grandi finestre di fattura antica, o vecchia per capirci.
La vista dava su un orticello incolto, con una palma ed altri arboscelli.
Un casotto bianco troneggiava nell’angusto spazio.
Subito dopo si ergeva una casa nocciola, con un portoncino sovrastato da una piccola tettoia.
Una rete con edera separava l’orto dagli orti circostanti. Accanto al portone, una struttura metallica a gabbia conteneva due canine bianche e nere,da caccia.
Sistemò le sue poche cose ed uscì per comprare una branda con altre cose per Argo, che sarebbe stato ospitato nella stessa stanza. Parcheggiò il fuoristrada dopo aver percorso un certo tratto nella città sconosciuta e continuò a piedi.
Il viale era lungo, ampio.
D’un tratto vide l’insegna d’un negozio per animali. Entrò e girò fra gli scaffali ben allestiti.
Scelse delle crocchette a basso contenuto calorico, così da evitare fastidi dermatologici al suo canone ed un bel cuore d’acciaio su cui fece incidere il nome Argos ed il suo numero di telefono personale.
Scelse anche una bella branda dalla struttura di metallo rosso e dalla tela blu e rossa.
Argo aveva l’abitudine, quando pioveva ed i tuoni lo innervosivano, di rodere il filo di plastica o di metallo che teneva la tela, così da ritrovarsi a terra e innervosirsi ancora di più. Caricò gli acquisti sul Rover e ripartì.
A casa sistemò branda e crocchette nella stanza di Argo, come l’avrebbe chiamata.
Nell’orto c’era un’aria un po’ abbandonata e disordinata, per questo si mise all’opera e ripulì tutto. Quando ebbe finito uscì per mangiare qualcosa. Percorse un tratto di strada in direzione del centro. Arrivò ad una piazza rotonda con una fontana al centro. Entrò in un bar.
Bar della Vasca, lesse. C’erano tante cose buone davanti a lui. Prese due schiacce, una bianca e l’altra rossa e dell’acqua da bere. Fu sorpreso nell’assaporare l’acqua: era fresca e frizzante, con grosse bollicine che solleticavano la gola. Uscì e proseguì.
A quell’ora c’era poca gente in giro. La strada si faceva più stretta, dopo una piazzetta dalle molte strade confluenti.
Andò dritto e giunse ad una piazza più ampia, con una cattedrale, un palazzo di contenute dimensioni costruito in epoca non antica ed imitante un castello medioevale, un porticato e, al centro, una statua suggestiva con un personaggio che sorreggeva una giovinetta, aiutava un bambino e teneva a bada degli animali marini dall’aspetto temibile.
In testa alla statua s’erano fermati due piccioni. Avrebbe scoperto più tardi la storia di Leopoldo II di Lorena, il Granduca che aveva bonificato la Maremma, permettendo lo sviluppo della Maremma, ma che poi era stato esiliato. La Toscana gli sembrava avere delle strane caratteristiche, sul piano sociale ed umano, da quel poco che fino ad allora aveva appurato ed imparato dalle conversazioni con Januario e dalle letture che aveva fatto su vari libri di storia e di letteratura. Infatti era stata sede di grandi scuole poetiche, dottrinarie, filosofiche e movimenti artistici, ma i protagonisti di questi movimenti letterari, umanitari, dottrinari, scientifici erano stati immancabilmente perseguitati, processati, addirittura giustiziati. Alighieri, Savonarola e Galilei ne erano gli esempi più rappresentativi.
Don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana, era l’esempio più recente.
§§
§
Il prete fiorentino aveva intuito l’inesistenza dell’insegnamento quale travaso passivo di informazioni e concetti da una mente all’altra e l’importanza dell’apprendimento pilotato, della via individuale alla costruzione di un sistema culturale proprio mediato dalle conoscenze contestuali.
§
§§
Il suo messaggio non era stato compreso, né ascoltato ogni suo appello.
Aveva realizzato un modello didattico di attività didascalica estremamente funzionale, basato sullo scambio di apprendimento fra gli stessi discenti, che erano simultaneamente docenti e alunni gli uni degli altri.
Era nel frattempo ritornato a casa.
Entrò nella sua stanza e si buttò sul lettino.
Argo dormiva accanto a lui.
Il suo sonno era leggerissimo.
Al minimo rumore apriva i suoi grandi occhi e drizzava le orecchie lunghe e vellutate.
Argos, il cane del paziente Ulisse.
Si stava addormentando.
Cominciava a vedere le immagini della realtà mediata.
Mediata dalla realtà precedente e divenuta un patrimonio di immagini e di sensazioni.
Si era chiesto spesso cosa fosse la realtà.
La tanto declamata e da tutti citata realtà.
Era giunto alla conclusione che la realtà è una realtà molteplice. Quindi, in un certo senso, la realtà non è, ma sono molte realtà. Fortunatamente, e sintomaticamente, per questa parola il singolare è, o ‘sono’, uguale al plurale.
C’è una realtà sensibile, percepibile dai sensi, che cambia a seconda del soggetto capace di percepire. Questa è una realtà trasferita dai sensi agli apparati neurocognitivi. C’è una realtà immediata e non trasferita, che è quella inserita in noi dall’eredità cromosomica e genetica, e riguarda le strutture primordiali dell’organizzazione percettiva e le finalità schematiche della stessa.
C’è una realtà mediata e trasferita, che consiste nella massa di cognizioni inserite nella memoria attraverso l’esperienza, in base alle realtà precedenti.
Questa realtà è confermata e convalidata nella sua certezza dal fatto che si è costituita in base a continui esami e indagini che abbiamo potuto aver fatto, ma non necessariamente e non sempre correttamente, all’atto di assumere cognizione di conoscenze.
Poi ci può essere una realtà mediata e non trasferita, ma ingenita, ossia generata nell’interno stesso del nostro apparato neuro cognitivo, in quanto nascente dalla rielaborazione delle precedenti realtà, delle conoscenze e delle cognizioni, fino alla generazione di sistemi di idee e di concetti talmente autonomi dalla materia che li ha prodotti in primis da poter essere considerati ad essa opposti o addirittura estranei.
Si poteva supporre quindi l’esistenza di piani diversi della conoscenza della realtà, e quindi di diverse realtà, oppure d’una realtà sola, esterna alla mente.
Rufus era propenso a credere che le realtà fossero molte, e tutte in qualche modo collegate, come le dita delle mani e le mani stesse, che non sanno cosa fanno le altre parti, ma cooperano con funzioni diverse e complementari alla realizzazione d’una azione. Per questo aveva importanza per lui la realtà onirica, e quella invisibile delle perdute cose, dei morti, del passato, in quanto tutte le nostre esperienze restano presenti per sempre dentro di noi, nella realtà mediata non trasferita, e possono essere evocate da un evento improvviso oppure a lungo maturato.
I sogni provengono da questo deposito immenso, una eidoteca sconfinata piena di corridoi, di scaffali, di armadi, di mucchi disordinati di immagini, di ricordi solo in parte catalogati e distinti dagli altri affini.
Durante il sonno ci aggiriamo in questa nostra biblioteca dei ricordi, in cui regna spesso il caos.
Se abbiamo provveduto ad un accurato ordinamento, almeno parziale, possiamo trarre beneficio dalle ore del sonno, altrimenti questo si trasforma in una odissea nel labirinto infido in cui ci aspetta un uomo sovrumanamente forte dalla testa di toro.
Il Figlio di Pasifae, alla ricerca inquieta d’una ragione che gli spieghi il mistero doloroso della sua figura e della sua natura.
***
**
*
Il sonno arrivava, e con lui una sensazione come d’una dolcissima morte, la fine delle fatiche del giorno, ma contemporaneamente la sensazione della continuazione della vita, del risveglio che ci sarebbe immancabilmente stato.
Passarono le ore come in un lampo, fra immagini collegate fra loro da una catena invisibile e apparentemente alogica. Rufus si svegliò e uscì con Argo, per la prima uscita del giorno con il suo amico.
Aveva con sé varie buste di plastica per raccogliere lo sporco che il cane avrebbe potuto produrre.
Girarono intorno ad un grosso isolato.
A metà percorso circa, arrivati ad un grosso cancello di ferro, sentirono un grosse cane abbaiare.
Videro un enorme pastore abruzzese bianco correre verso di loro e appoggiarsi al cancello.
Argo avvicinò il suo muso a quello dell’enorme canone bianco e i due si salutarono.
La camminata proseguì fino al ritorno a casa. Dopo essersi preparato, si avviò al luogo di lavoro. La Scuola Montaprichi non era lontana.
Il palazzo era ampio, di cemento grigio con ampie finestre. Intorno una zona di verde.
L’ingresso era arioso.
Nella zona antistante c’era un asilo nido e tra le due scuole volavano soffici ed eleganti tortore.
§§§
§
Entrò.
Chiese del preside.
Gli fu indicato dove andare.
Scese alcune scale, si diresse lungo un corridoio fiancheggiato da uffici fini all’ultima stanza.
Entrò e salutò.
"Lei è nuovo ... professor ...
Per ora resti in presidenza".
§
§§
C'era un computer del tipo Olivetti ed un elegante, grosso tavolo di legno color cioccolata.
Gli avevano detto anche che avrebbe potuto stampare, in caso di necessità, e consultare il computer non appena sarebbe stato operativo.
Sedette al tavolo.
§
Dopo Natale lo chiamarono.
"Venga con me ...
... L’accompagno in biblioteca".
§§§
§§
§
delta
La biblioteca era una grande aula illuminata solo su un lato da quattro finestre strette e alte e da una lunga vetrata in alto sopra queste.
Lungo le pareti, scaffali di metallo verniciato di grigio pieni di libri.
La parete di fondo era occupata da quattro simili armadi sistemati a pettine.
§§
§
Passarono i mesi di gennaio e febbraio.
Poi quelli della primavera e dell’estate.
Rufus rispondeva alle domande eccentriche del collega ... sine consule, e non sempre la sua pazienza era all’altezza delle necessità.
Arrivato settembre, cominciò ad avvertire la necessità di un cambiamento.
Non avrebbe resistito ad un altr’anno come il precedente. Così decise di mettersi a disposizione della scuola per un eventuale incarico in segreteria.
Dapprima gli fu risposto che non era possibile una cosa del genere.
Poi invece gli fu detto che poteva prendere servizio all’ufficio Alunni.
§
Cominciò a prendere dimestichezza con il nuovo lavoro.
A Rufus fu assegnata l’organizzazione dei viaggi degli alunni, delle visite guidate e didattiche, degli stages.
§§
§
Per fortuna un giorno di dicembre gli installarono un computer nuovo, di limitate capacità e dallo schermo piccolo, con una stampante lillipuziana.
Fu felice e battezzò la macchina Lazzaro, perché quel giorno di dicembre era San Lazzaro.
Lazzaro ... lo aveva resuscitato, e lui un giorno avrebbe fatto altrettanto con il suo caro e amabile Amico Computer bianco e azzurro.
§§
§
Sapeva che non sarebbe restato per sempre in segreteria.
Lì si sentiva piuttosto indaffarato, ma vedeva e conosceva tutti i docenti e gli alunni della scuola, a poco a poco.
Si sentiva un docente, e del resto era sempre stato un insegnante molto vicino agli alunni, disponibile verso i genitori, persino eccessivamente laborioso, capace di sembrare spesso un impiegato, per la meticolosità del suo impegno, per l’amore verso la carta, i documenti.
§
Alcuni, fra gli umani, e non solo fra essi, hanno un fascino particolare, per cui obbedire ad essi diventa quasi un piacere ed un onore.
Altri sono adatti ad ordinare quasi a se stessi, visto che realizzano quanto predisposto insieme ai loro collaboratori o subordinati, per chiamarli così.
Poi vi sono quelli, e sono la maggioranza, che nell’atto di dare disposizioni sembrano quasi scaricarsi da ogni responsabilità e lavoro, e pretendono di vedere tutto realizzato come dalle fate prima ancora che abbiano fornito le loro indicazioni.
L’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino dei re, ma molti ‘insegnanti’ pensano che alligni intorno ai muri della loro scuola, con l’ortica e la parietaria.
Spesso non ci si rende conto che chiedere è il modo più lento e inefficace di avere e che le domande spesso ottengono risposte false.
Così ordinare è un insieme di atti rivolti ad un altro, ma quell’altro siamo anche noi.
Rufys però si sentiva più forte.
In quella attività c’era qualcosa che lo rivitalizzava, lo restituiva alla forma mentale e fisica d’un tempo.
Non sapeva se questa sua rinascita fosse qualcosa di precedente alla sua attività di segreteria oppure una sorta di conseguenza. Forse fra le due cose c’era una specie di interazione.
Quel pomeriggio, dopo le ore di lavoro, fece la sua solita uscita in bici.
Si vestì con la tuta amaranto, mise il caschetto leggero e dalla casa uscì in strada oltre il cancello di ferro.
Inserì le scarpette sui pedali e le fissò con uno scatto.
Dopo un tragitto in città si inserì sulla ciclabile. C’era stata un po’ di pioggia prima.
Dopo qualche centinaio di metri vide qualcosa sulla strada. Si avvicinò e si fermò.
§§
§
Era una lumaca.
La prese delicatamente e riprese il cammino. Lungo la strada non c’era molta erba.
Avrebbe dovuto trovare un tratto più erboso lungo la strada. Lo trovò e con un largo gesto del braccio lanciò il simpatico animale sull’erba.
Trovò altre lumache.
Le lanciò nell’erba. Vide un uomo più tardi, sul prato e nella giunchiglia lungo la strada, radente la via principale trafficata da camion e automobili veloci.
Aveva una busta di plastica.
Capì che raccoglieva lumache per mangiarle.
Era una cosa terribile.
Ma che poteva farci?
Si avvicinò.
"Senta, signore, mi venderebbe le lumache raccolte?"
"Fra poco pioverà ancora, aspetti e ne raccoglierà tante …"
"Ma io non voglio raccoglierle.
Mi sono simpatici quegli animaletti.
Glieli compro e poi li libero …"
"Ma da dove viene?
Chi l’ha mandato? … Se ne vada a quel paese …"
"Non mangi quegli animali … o sarà maledetto …"
Rufus si lasciò scappare quella frase poco generosa, ma aveva perso la sua causa, e non poteva francamente fare meglio.
Del resto, non vide mai più quel tizio.
Tornò a casa.
Le sue gattine gli corsero intorno nell’orto.
Si rotolavano per terra, come cagnolini.
Mostravano sottomissione e voglia di essere vezzeggiate, desiderio ludico e vitalità mista a grande socievolezza.
Le aveva chiamate Silva, Yle e Loi, ma poi il nome per due di esse era provvisoriamente cambiato in Batman e Robin.
In realtà non le chiamava mai.
Comunicava con loro direttamente.
A vista.
Entrò in casa.
Mise la bici sulla forcella che la sosteneva e si cambiò.
Lungo la strada aveva visto un vero stormo di falchi, cosa insolita.
In genere ne vedeva uno per volta, al massimo due.
Poco distante dai rapaci, volteggiavano moltitudini di passeri, di storni e di gabbiani, vicino alla grande discarica maleodorante. Almeno, i rifiuti dell’uomo servivano a sfamare migliaia di splendidi volatili.
Soltanto la voracità dell’uomo lo spinge a distinguere fra materie appetibili e scarti, fra primizie e rifiuti.
Eppure anche l’uomo supera questa distinzione nei momenti della dura necessità.
Aironi e gabbiani volavano sulla testa di Rufus sulla ciclabile e lungo il canale scolmatore, uno dei gioielli di Leopoldo, utili a regolare il flusso delle acque nella maremma.
Spesso numerose tortore si levavano in volo al suo passaggio.
Le streptopelie erano un po’ le sue amiche del cuore.
Stritolava per loro biscotti, crackers e grissini ogni giorno sull’alto muro che separava la ‘portaerei’, come scherzosamente chiamava la sua scuola, dalla scuola elementare.
Non appena si allontanava, le colombe color caffelatte e lattecioccolato volavano strepitando sui cereali e li beccavano.
"Ecco i miei alunni …"
– sussurrava allora Rufus.
"Loro non hanno bisogno di latino e di italiano … insegnerò loro che possono insegnarmi qualcosa … a volare …"
Rufus avrebbe voluto trasformarsi in un volatile.
Una rondine, forse.
Ma le rondini migrano troppo …
Un’anatra … no … troppo simile ad un aereo da trasporto.
Un rapace no. Troppo colesterolo … con tutta quella carne …
L’ideale era un volatile agile, veloce, resistente, capace di decollo verticale e di rapide cabrate, robusto e versatile, un multiruolo ad ala a d apertura variabile, un colombo, un piccione, insomma … una tortora …
Ma questo era solo un sogno.
Per ora, piccioni e tortore erano i suoi alunni, e da coscienzioso docente quale era, Rufus sapeva che erano anche i suoi professori, perché nessuno può insegnare nulla se non a chi sa imparare sulla sua pelle, sulle sue penne, se non a chi sa a sua volta insegnargli qualcosa, e insegnare vuol dire dunque indurre a imparare.
Insegnare vuol dire dunque consentire il giusto apprendimento, anche possibilmente, ma non necessariamente sempre, divertendosi.
Ludendo necesse discere, non semper discendo ludere.
§§§
§§
§
Nel Sannio, a Verrinia, nella terra delle pietre e delle grandi morge bianche, enormi rocce che come chiocce coccolavano le case sottostanti come a proteggerle, non si trovava veramente a suo agio.
Il padre era morto, caduto contro i romani, e la sua famiglia si era dissolta nella miseria di una vita tediosa e uggiosa.
Caduto in disgrazia, era rimasto tagliato fuori nel gruppo dei giovani guerrieri della sua città.
Non era bene accetta la sua teoria sulla benevolenza verso gli adolescenti, che venivano istruiti duramente.
Così aveva deciso di andarsene.
Nel salutare gli spiriti dei suoi padri e dei suoi antenati, aveva però inavvertitamente pronunciato la formula sacra …
‘comes et hospes fui tibi ero, frater et pater …’…
In questo modo era stato catapultato in un’altra dimensione di tempo, in attesa poi di ritornare in quella originale. Si era ritrovato su un treno, capace di comprendere la nuova dimensione, in veste di insegnante trasferito in una città del centro nord. Aveva ancora lorica, schinieri, scudo e lancia, insieme ad una spada ben temprata e leggera. Era la spada del padre, e lui la sapeva maneggiare meglio di chiunque, con rapidità sbalorditiva.
Il padre gli diceva di non trattare mai male nessuno, però se qualcuno lo attaccava, guai se fosse tornato a casa malconcio, senza essersi difeso.
La madre, che aveva seguito presto la sorte del padre, raggiungendolo nel Regno di Coloro che Aspettano per Sempre, lo aveva abituato ad una vita mista di dolcezza e di durezza, come se fossa una preparazione del sapore doppio della vita, della sua natura contrastante e bipolare.
Così Rufus aveva conosciuto la solitudine e l’isolamento. Quando si era trattato di iniziare una attività lavorativa aveva deciso, pressato dalle circostanze, di accettare lavoro al nord, fuori dal territorio sannita, in Etruria.
L’insegnamento gli piaceva. Dapprima era stato in un Liceo.
Qui doveva insegnare latino e greco.
Il greco gli era congeniale.
I sanniti erano detti anche Danai, cioè greci, in pratica.
Ma il latino … era la lingua dei nemici …
E tuttavia la insegnava con attenzione rivolta particolarmente alle difficoltà incontrate dai suoi Alunni.
Dopo quella esperienza aveva insegnato per qualche tempo in un istituto di operatori agricoli, ma se ne era allontanato con un certo sbigottimento.
Era approdato così alla grande biblioteca.
Una biblioteca tradizionale.
Con libri essenzialmente di economia.
Il collega bibliotecario, che sarebbe andato via poco dopo, era burbero, ma non avaro di insegnamenti.
§§
§
Occorreva precisare funzioni e mansioni, farsi comunque una esperienza e conoscere meglio tutto il personale della scuola che non sarebbe stato possibile incontrare tutto nella biblioteca.
Nell’ufficio alunni, dove era approdato dopo l’ufficio protocollo, era possibile fare tutto questo.
§
Occorreva predisporre, per i Viaggi e gli Stages della Scuola. elenchi degli Alunni in molte copie, cambiarli continuamente sul computer e sulla carta perché erano soggetti a continui mutamenti, in base alle esigenze dei partecipanti e al di fuori d’ogni regolamentazione, chiedere continuamente preventivi e mutarli in base al numero sempre variabile dei partecipanti, ritirare autorizzazioni dei genitori, ricevute dei versamenti e insomma tutte queste cose, moltiplicate per cento e cento producevano una continua e giustificata ansia sia pure collaterale, volere o volare.
Rufus amava portare sempre in porto le sue navi, e l’insuccesso in una sola di queste escursioni sarebbe stata per lui motivo di grande delusione.
Per questo sbuffando e brontolando preparava ogni cosa come se a quei viaggi avessero partecipato i suoi figli.
Gli Alunni in effetti erano sempre stati considerati dei figli da lui.
Ne aveva avuti tanti, di alunni.
Almeno duemila.
Un gruppo di essi, in particolare, restava a lui particolarmente caro, sopra tutti gli altri, che pure amava con affetto profondo.
Paolo e Vieri erano i più amati.
§§§
§§
§
Perché non se ne erano andati per la loro strada, come gli altri, dimenticando in vecchi guerriero, ma erano rimasti sempre con lui. E anche un altro, di cui non ricordava il nome, perché non era stato proprio suo Alunno, ma di una sua collega.
Lo aveva incontrato e ne aveva ascoltato le ragioni.
Chiamiamolo Francesco. § Francesco, Vieri e Paolo riposavano al Giglio, all’Argentario e ad Orbetello. §§
Rufus li considerava come i suoi angeli custodi. I suoi angeli, il suo esercito invisibile, insieme a tutti gli altri giovani che non si vedevano più, che non c’erano più, ma che erano sempre con lui, al suo fianco.
Un modo per non essere mai solo, quando studiava, quando lavorava e quando si esercitava nello sport.
Questa praesentia absens si dileguava di tanto in tanto quando pensava di essere in qualche modo eccessiva. Amava la discrezione e la riservatezza.
Ma doveva rompere questa sensazione di solitudine forzata, di isolamento imposto.
La solitudine è bella quando è una scelta personale, fatta anche per gli altri, e non certo per esigenze solo individuali. Ma quando è forzata, diventa una gabbia insopportabile. Una rondine non sopporta la cattività.
Muore.
Una rondine nera caduta, va rimessa subito in volo, prendendole per le ali con la mano e lanciandola con delicata fermezza in aria. Gli altri pennuti si adattano anche alla gabbia, ma con tutte le precauzioni del caso.
Alcuni necessitano di qualche ora di volo, che gli faccia ricordare i immaginare la grandezza della campagna.
Per quanto, essi siano molto meno liberi di quanto si creda. Sono legatissimi al territorio, agli alberi del proprio teatro contestuale.
Per Rufus occorreva forse proprio un volo di recupero contestuale. Se non proprio la libertà globale.
Come poteva fare, senza allarmare i suoi interlocutori?
Non c’era che una soluzione: scrivere, ma con un accorgimento: modificare il su stile un po’ animoso, rendere le espressioni meno ostiche, meno ostili ed eliminare del tutto qualsiasi atteggiamento lamentoso, ogni piagnisteo.
Si ricordò del suo nome sannita.
Questo sarebbe stato il mittente delle sue lettere.
Nel passato gli avevano sconsigliato di scrivere lettere, ma lui non era d’accordo.
Scrivere in genere gli faceva bene, era per lui non tanto terapeutico, quanto diagnostico.
Gli permetteva di capire la sua natura e la natura dell’interlocutore.
Era come esplorare le proprie idee più riposte, esprimendosi senza colpire direttamente l’interlocutore, nel caso di richieste e recriminazioni.
In un certo senso si trattava d’una partita giocata con molta prudenza.
§
L’ufficio che mi fu assegnato, e dove restai per oltre un anno per sei e più ore al giorno, era al terzo piano, con splendide vedute sui tetti della città. Le rondini fischiavano, cabravano. Mi erano compagne, come sempre. Mi sentivo ... Louis Onussen, il Grande Smistatore ... di rondini ... con un pò di fantasia ....
§§§
§§
§
Tutta la vicenda umana ci insegna che il vero insegnante si sottomette spesso al proprio allievo sul piano umano e didattico, come se giocasse a scambiare i ruoli per favorire l’apprendimento.
Una superiorità palesemente dichiarata schiaccerebbe l’allievo, lo ridurrebbe ad un animale soggiogato e subordinato, ottuso ed ipocrita.
Un servilismo da parte del docente ad un allievo di famiglia ricca, sarebbe parimenti deleterio.
Il rapporto deve essere quello dell’allenatore di sci, o di tennis, che pur essendo superiore all’apprendista, almeno all’inizio, non lo umilia con la propria destrezza, ma gli dà la possibilità di raccogliere qualche soddisfazione.
Rufus era stato un tempo insegnante.
Aveva amato e rispettato i suoi allievi.
Dal tempo più antico, nessun perdono è stato mai dato a chi aiuta i simili, così fu per Prometeo, il titano incatenato sul Caucaso per aver dato il fuoco agli uomini, aiutandoli contro il volere di Zeus.
Così accadde ad Eracle e poi a Cristo.
§
Durante quell’inverno dovette recarsi in una città della Toscana settentrionale per una serie di ricerche di materiale bibliofilo. Roba da biblioteche.
Un pomeriggio si recò a Fucecchio, per una passeggiata di lavoro.
Entrarono nella piccola biblioteca del paese.
Era dedicata alla Maestra Italia Donati.
Si informò, e seppe che la Maestra Donati era stata insegnante da quelle parti molti anni prima.
Una serie di pettegolezzi delle malelingue locali e una assidua, perfida persecuzione della gente di paese, un paese vicino, l’avevano costretta ad un orribile isolamento, fino al giorno di maggio in cui si era gettata in una pozza d’acqua, presso un mulino. Rufus restò attonito.
La cattiveria, la perfidia della gente ignorante può fare molto male.
La maldicenza in sé non danneggia nessuno, anzi, a volte può risultare solo fonte di pettegolezzo, a volte è tutta pubblicità.
Ma quando si associa ad una forma di persecuzione malvagia e perversa, distrugge le resistenze della vittima e la induce all’autodistruzione.
Che poi autodistruzione non è.
E’ una forma di lapidazione con i gesti, le parole, i divieti, gli ostacoli.
Esiste il suicidio?
Nascere, non è forse una forma di suicidio? Un inizio di morte e di suicidio?
Lo stesso Dio, suo Figlio, Gesù, sapendo che sarebbe stato ucciso, se si fosse comportato come si comportò, non si suicidò, in definitiva?
§
E i suicidi, che compiono un gesto che non pare proprio vile, ma così pieno di forza e di coraggio, sono da condannare, o non sono da comprendere e da piangere con molta pietà, infinito affetto, come fratelli che un dolore immenso ha allontanato dalla nostra vita fatta di giorni di sole e di nuvole, di notti stellate e ventose, di sogni e di delusioni, per inviarli in quel mondo misterioso, forse inesistente, di tenebra e di luce, di stupore e di serenità che dura un attimo, quanto il tempo eterno, l’atempo, il tempo che non c’è?
***
**
*
Un Amico rispose ad una sua lettera autobiografica.
§ §§ §§§
‘Il consiglio che mi sento di darLe è di non arrendersi mai ... nonostante eventuali incomprensioni ... e di svolgere il Suo lavoro con correttezza e competenza ...’
§§§ §§ §
Nella sua lettera Rufus aveva bene specificato che le sue osservazioni non erano a beneficio suo proprio, ma di tutta la sua categoria, la categoria dei docenti.strong>
Addirittura aveva spezzato una lancia a favore di tutti gli insegnanti, parlando delle loro condizioni retributive certamente da migliorare, ma separando il giudizio positivo per i docenti puri da quello, più severo, negativo, per i docenti dediti a diverse attività lavorative.
§
Questa distinzione era voluta dalle consuetudini, dalle leggi stesse, dalle norme a suo avviso contraddittorie che regolavano la Scuola italiana.
§
epsilon
Rufus sollevò dolcemente la gabbia di alluminio, cercando di non far cadere l’acqua dalla vaschetta di plastica fissata sul lato.
§
Le sue gatte, Silva Batman, Loi Robin e Yule Donatella Jakobson del Colle Erica di Monte Argentario, avevano trovato un piccione incapace di volare e si preparavano probabilmente a dargli una strapazzata poco salutare.
§
Aveva preso il volatile e lo aveva sistemato in una gabbia.
Sante, come era stato chiamato il colombo, aveva preso subito a nutrirsi, con grande sollievo di Rufus.
In questi casi, è importante che tortore o colombi siano capaci di nutrirsi, in caso contrario la loro esistenza è segnata.
Aveva comprato del miglio ed altri miscugli di cereali.
Dopo una decina di giorni aveva telefonato al WWF ed alla Lipu, per avere informazioni sul da farsi.
Gli avevano detto che era meglio farlo esercitare di tanto in tanto, perché potesse irrobustire i muscoli pettorali.
Così aveva preso a fare.
§
Sante stava sulla sua mano, e lui la abbassava per invogliarlo a battere le ali.
Dapprima il piccione si era mostrato esitante, saltellando quasi impaurito, poi un giorno era volato dalla mano fino alla stufa a gas, naturalmente spenta, a quell’ora del mattino.
Le prime ‘lezioni di volo’ furono fissate in orario rigorosamente mattutino.
Giorno dopo giorno il piccione si fece sempre più esperto.
Finché seppe decollare in verticale, posandosi sugli armadi e sugli oggetti che sopra di essi erano posati.
Adesso Sante era esperto del volo, ma Rufus non osava ancora liberarlo.
Era freddo.
Chissà se avrebbe trovato un buon posto ove rifugiarsi, e del cibo in abbondanza come lo aveva a casa.
Un giorno con Anna, sua moglie, aveva aperto la grande finestra, per farlo volare via.
Ma Sante, dopo aver imboccato la via per i cielo aperto, si era posato su Anna, anche perché non immaginava nemmeno quanto spazio ci fosse davanti a lui.
Rufus rapidamente lo aveva ripreso e messo nella gabbia.
In questo modo continuava a fare l’insegnante, ma non di grammatica o di storia.
Di volo.
Non lo avrebbe mai detto …
Per quel piccolo essere era diventato padre e madre. Chissà perché era caduto dal nido.
Era forse caduto per una rissa con i fratelli?
Lo avevano spinto, volontariamente o meno?
Era stato ‘cacciato’ dai genitori, cosa che gli uccelli fanno con i piccoli destinati ad intraprendere una vita propria?
Chissà…
Lui lo aveva raccolto, dopo che le tre piccole pantere lo avevano trovato.
Lo aveva protetto da eventuali pericoli, messo in un contesto ‘didatticamente compatibile'.
Ne aveva assecondato le attitudini naturali, aspettando che lui stesso gli fornisse le risposte, naturalmente.
E così si era realizzato, per vie genetiche, un processo geneticamente corretto, didatticamente compiuto, conforme a programmi e intenti vitali.
Questo era compiutamente il vero insegnamento.
Facilitare, contestualizzare il compiersi di un processo naturale che favorisse atteggiamenti di apprendimento.
Non trasmettere messaggi e informazioni con l’intento di fissarli nelle cellule cerebrali di un malcapitato.
Questo gli aveva insegnato Sante, il suo Alunno pennuto.
Questo aveva imparato Rufus dal suo allievo, che quindi era anche suo … professore, suo docente.
Ecco, insegnare voleva dire essere capace di ‘aumentare’, far diventare più ‘grandi’, accrescere, magister, da magis, chiamavano i latini l’insegnante.
Signum, impronta, segno, sintomo, segnale, insegna stendardo, questo il termine da cui l’italiano ‘insegnare’.
Ma lo avevamo dimenticato, e così il termine insegnare era passato ad indicare una superiorità spocchiosa del docente, del didaskalos, rispetto al discepolo.
Il pastore che dimentica il bene degli animali per considerarli delle bestie al suo comodo, è una bestia lui, prima d’ogni altra creatura.
L’insegnante segna il cammino, indica, guida, facilita e aiuta.
Quando esamina, interroga, controlla, si atteggia a despota e intimorisce, non insegna.
Per questo Rufus si era convinto, di fronte allo sfacelo dell’istruzione pubblica e privata, della inesistenza dell’insegnamento, ridotto a puro controllo fisico di gruppi di alunni, parcheggiati in aule male arredate, sporche, con bagni fetidi e biblioteche deserte, disprezzate, mal frequentate.
In epoche antiche in cui l’insegnamento, l’attività didattica, come la chiamavano i greci, da ‘didàsko’, era stata al massimo del suo splendore, le biblioteche, il culto degli scritti e dei documenti in generale, anche quelli mnemonici e orali, era stato sviluppatissimo.
Cultura, sua trasmissione e sviluppo, insegnamento, apprendimento e biblioteche erano una cosa sola.
Le biblioteche si erano sviluppate soprattutto da Alessandro Magno in poi, ma l’importanza del testo scritto e mnemonico era antichissima.
Forse la prima biblioteca era stata la mente umana e le emozioni con le esperienze vi avevano formato i primi cataloghi e ‘volumi’.
Ma certo le prime biblioteche di fatto erano stati i primi depositi di materiale su cui vi fosse stato inciso un documento, tenuti in ordine da una forma di catalogazione e distribuzione ordinata del materiale documentario.
Il piccione si posò sulla sua testa, e le unghiette aguzze pizzicarono la pelle di Rufus.
Lo prese delicatamente, dopo averlo fatto salire sul dorso della mano e lo ripose nella gabbia nuova, con i fili di metallo distanziati e disposti in modo da non danneggiare le penne del prezioso amico alato.
Sistemò la gabbia al solito posto, presso la stanza dove dormiva Argos, il suo grande pastore nero dalle zampe avana.
Uscì per andare nella biblioteca dove lavorava.
Camminando, gli ritornò in mente il bravo professore di greco che aveva conosciuto tanti anni prima, Fabrizio, agli inizi della sua carriera.
Stava facendo una lezione sulle interpretazione del fascismo ai ragazzi d’una scuola nautica.
Il preside del liceo d’un paese vicino, gli telefonò.
Aveva bisogno d’un insegnante di greco e arte.
Fabrizio accettò, trattandosi d’un incarico meno remunerato ma più vantaggioso per il futuro.
Così entrò nel liceo, era emozionatissimo all’idea.
Il liceo era un vecchio edificio al centro della cittadina. Intorno c’erano piccoli negozi, qualche fabbricato fatiscente ed il corso, pieno di negozi attraenti.
I bar erano profumati di caffè e di brioches. Tutto era molto ricco di aria di famiglia e fascino strapaesano.
Il tempo passava.
Anche se a tratti pareva fermarsi.
A dicembre li lasciò Jeri, un caro alunno.
Qualche giorno prima, mentre rimetteva a posto il proiettore per le diapositive, lo aveva visto attardarsi in aula, salutarlo e offrirgli aiuto, visto che dopo le varie lezioni in più classi era pieno di fardelli vari, la borsa ed il proiettore.
Gli aveva offerto aiuto, il giovane Vieri.
E solo pochi giorni dopo sarebbe partito per il viaggio dal quale nessuno è mai tornato.
Anno dopo anno sarebbe diventato una specie di modello, di archetipo didattico per lui, eterno professore dilettante, sempre al primo giorno di scuola.
Dopo un certo numero di anni, non avrebbe bocciato né rimandato più nessun Alunno, naturalmente prodigandosi al massimo per sostenere i casi difficili, sollecitare l’impegno e moltiplicare le esercitazioni, specie per l’italiano scritto, per cui richiedeva lunghe relazioni scritte su libri di narrativa di autori in genere del novecento.
Gli Alunni gli volevano un gran bene, lui da parte sua li adorava, li considerava come dei figli, anche se naturalmente ne rispettava assolutamente i legittimi genitori.
Erano figli a lui affidati.
Ne era persino geloso.
Non avrebbe mai potuto lasciarli, né affidarli ad altri. Non si assentava mai.
Quasi non avrebbe nemmeno sopportato che studiassero altre materie, con altri docenti.
Di questi eccessi, però, non sapeva niente nessuno, perché non osava confidare a chicchessia queste sue idee personalissime.
L’anno dopo aveva accettato un incarico in una scuola di attività marinare, e dopo due anni in un ginnasio a un centinaio di kilometri di distanza.
Erano stati anni di sacrifici, per i lunghi viaggi. Poi era ritornato nel vecchio Liceo, per un incarico con sede definitiva.
Non aveva mai legato completamente con l’ambiente, con i colleghi, con le professoresse, anzi, c’era come una rivalità fra lui e una vecchia insegnante arcigna, rude e severa, dai giudizi lapidari e durissima con gli allievi.
Ma con gli Alunni le cose andavano bene, molto bene.
Il rapporto era di collaborazione e amicizia, lo consideravano una specie di fratello maggiore.
Gli anni passarono.
Si giunse al 1986.
Fu un anno speciale.
La classe di quell’anno era stupenda.
Tre anni dopo, nell’89, giunse un preside dalla città. Era un buon preside.
Fu nominato bibliotecario.
Lo desiderava, dal tempo del suo non dimenticato professore e preside del primo anno di liceo.
Anche quello fu un anno speciale.
Ma ancora più speciale fu il 1990.
A settembre fu sistemato in un sezione del liceo al centro del paese, mentre la parte per dire così principale della scuola fu sistemata fuori paese, a breve distanza dal cimitero, fin dall’anno precedente, nella scuola media.
I locali scelti per il liceo erano decisamente i peggiori.
Erano stanze prima adibite non propriamente ad attività didattiche, ma di laboratorio, con le finestre alte, a volte comunicanti con un piano superiore a struttura aperta, così che sarebbero stati necessari lavori di sistemazione per separare la parte inferiore dalla parte superiore delle grosse sale.
La sezione di Rufus era nella parte più viva e interessante del paese.
Intorno c’erano quei piccoli negozi così attraenti e interessanti che invogliano alle spese e ti danno un senso di benessere e di sollievo, distogliendoti dai pensieri più impegnativi.
Un giorno di fine settembre, o forse era già ottobre, era andato a scuola come al solito.
Durante la ricreazione si era presentata una professoressa e gli aveva detto che per disposizione del preside lui avrebbe dovuto assumere la parte del docente incaricato di provvedere al controllo della sezione staccata.
Così iniziava, e non per suo volere, la scalata del professore al 'potere' liceale.
Il suo incarico durò poco.
Si staccò una parte del soffitto, pochi giorni dopo, in un’aula, e gli Alunni entrarono in agitazione.
Si rifiutavano di fare lezione.
La cosa non accennava a placarsi.
Tutta la scuola entrò in crisi.
Dopo veloci trattative con il Comune, si decise di sistemare tutti gli Alunni nella sede principale, fuori paese.
Naturalmente, vi furono delle assicurazioni che presto si sarebbe provveduto a sistemare nuove aule, perché non c’era spazio per tutti gli Alunni, e nel frattempo sarebbe stato necessario organizzare doppi turni per alcune classi.
Intanto, già dall’anno prima, era passato dal Ginnasio al Liceo. Ora insegnava solo latino e greco, non più, oltre a queste come al ginnasio, italiano, storia, educazione civica e geografia.
Lui segnava gli errori nei compiti in classe, con la massima attenzione, e annotava la versione esatta, con vari consigli.
Non infieriva invece nei compiti a casa, che consistevano in kilometriche relazioni su libri di narrativa di autori importanti della letteratura del novecento, in genere italiana.
Insomma, aveva fra l’altro letto su un valido manuale di didattica che non bisogna esagerare con l’umiliante segnatura degli errori inflitta agli allievi.
Lo aveva letto su un testo di vari illustri docenti, fra cui il prof. Pieraccioni, di Firenze.
Ma evidentemente queste teorie non erano bene accette nella scuola. La lettera in cui gli fu segnata questa osservazione era, tra l’altro, colma di errori più e meno gravi.
Decise di non insegnare più italiano, e di passare quindi al liceo. Cosa che effettivamente aveva fatto.
Adesso, era stato nominato anche, per poco tempo, luogotenente di sezione staccata.
Che carriera … dove sarebbe arrivato? Lo seppe presto.
Ci fu un collegio dei docenti, e i professori tra l’altro votarono per la nomina del vicepreside.
Una carica non importante.
Se non che, date le particolari condizioni di emergenza in cui versava la scuola, la professoressa, quotatissima, eletta con nove voti, il numero delle Muse, non accettò.
Se avesse accettato, avrebbe dovuto lavorare il doppio, o il triplo, perché il preside era anche capo di istituto del liceo del capoluogo di provincia, e raramente sarebbe venuto ad amministrare la scuola periferica.
Insomma, avrebbe dovuto fare da preside senza esserlo, in una situazione scottante.
E così fece il piccolo rifiuto, fra l’approvazione dei colleghi e la costernazione del preside.
Fabrizio aveva totalizzato sei voti, chissà da chi, perché non lo seppe mai, e fu nominato vicepreside e vicario del preside in sua assenza.
Una vera e scattante scalata ad un potere davvero scottante. La mamma fu davvero contenta del fatto.
Ci teneva a pensare che il proprio figliolo era stato così quasi premiato per il suo impegno.
Erano passate appena un paio di settimane dalla nomina, quando un giorno il preside lo mandò in una vicina fabbrica per la premiazione di alcuni alunni meritevoli, cui l’azienda offriva una borsa di studio.
C’era anche i viceprovveditore.
E proprio questo gli disse che il vicepreside del liceo sarebbe stato probabilmente nominato preside, perché al titolare della presidenza era stata assegnata la presidenza al liceo cittadino.
Quando riferì questa cosa alla madre, questa fu così felice che quasi non si reggeva, e volle uscire a passeggio per il paese, a fare della compere, perché non si sarebbe mai immaginata che lui sarebbe diventato il 'primo' del suo liceo.
Così cominciò la sua attività difficilissima di capo d’istituto.
Il bello fu che doveva continuare a insegnare, perché la sua supplente tardava ad arrivare.
E arrivò quasi sotto Natale.
Così lui per più di due mesi, fino a Gennaio, dovette svolgere le funzioni di preside e quelle di docente.
Era contemporaneamente un suo professore e un suo stesso superiore.
Capì subito, tuttavia, chi controllava il potere reale nella sua scuola.
Quella che successivamente un suo amico, marito d’una insegnante, avrebbe chiamato scherzosamente, ma non tanto, ‘cupola’, come si fa per certe organizzazioni di potere occulto ma non tanto.
Il 18 dicembre ci fu un collegio dei docenti, e tutto filò abbastanza liscio, finché si parlò delle assemblee degli Alunni.
Giorni prima i professori avevano accompagnato gli Alunni ad una conferenza nella sede dell’auditorium comunale, al centro del paese, a circa due kilometri dal liceo.
§§ §
Qualche allievo aveva gettato delle carte per terra, e una impiegata del Comune aveva telefonato al preside dicendogli che gli avrebbero fatto pagare i danni se la cosa si fosse ripetuta.
A questo punto, visto come stavano le cose, lui al collegio dei docenti aveva chiesto rassicurazioni sulla disponibilità dei professori ad accompagnare gli Alunni o comunque ad assistere alle assemblee.
La risposta dei suoi colleghi era stata che non avrebbero svolto assistenza durante le assemblee.
Questo atteggiamento rappresentava un imprevisto per Fabrizio. Ma lui escogitò una strategia complessa quanto funzionale.
Inviò una dichiarazione scritta con la sua personale macchina da scrivere a tutti i genitori, sentito il parere del consiglio di istituto, e si fece consegnare dagli alunni la stessa firmata in fede.
Nella dichiarazione si diceva che gli Alunni a suo tempo avrebbero partecipato regolarmente alle assemblee, salvo cause di forza maggiore, nell’Auditorium comunale, alla presenza del preside, da solo, e che comunque sarebbero stati responsabili degli eventuali danni al locale.
In questo modo, preferì assistere da solo e sorvegliare l’esuberanza di quasi duecentocinquanta Alunni, piuttosto che far rinunciare loro ad un diritto importante, oppure costringerli ad effettuare assemblee d’istituto nelle classi, spezzando l’unità delle manifestazioni.
Quell’anno le assemblee furono tali, con discussioni impegnate, con la partecipazione del Sindaco ed altre autorità.
Fu anche creato un Comitato Studentesco da consultare per la organizzazione delle assemblee.
In quel periodo grande fu l’affetto dimostrato dai suoi alunni.
Nel giorno del suo compleanno offrirono a tutta la scuola dolci squisiti.
I colleghi ne restarono stupefatti.
Ma anche ... soddisfatti.
Fu il periodo in cui lo status sociale di Rufus toccò il massimo grado.
Era benvoluto e popolare presso gli alunni, ma certo non poteva durare.
Amministrare una scuola è difficile, se si sceglie la strada della linearità assoluta, se non si cede alle lusinghe, se non ci si svende.
Nel passato aveva cercato di lottare soprattutto per vincere la tendenza a risolvere i problemi dell’apprendimento con le lezioni private.
E’ inutile negarlo, ogni insegnante ha fatto o è stato tentato di farne.
Era per molti folle rifiutare del denaro che si offriva quasi su un piatto d’argento, specie in presenza d’un sistema che si basa sul giudizio degli alunni, e quindi sostanzialmente su un ricatto silente.
E’ assurdo, ma l’istruzione e l’insegnamento, ammesso che esistano, negano la loro stessa esistenza quando si trasformano i docenti in precettori interessati e in giudici.
§
Molti insegnanti avevano trasformato la scuola in una specie di mercato clandestino di lezioni, di ‘ripetizioni’, e siccome ‘repetita juvant’, docenti di quasi tutte le materie si scambiavano alunni incrociando materie scientifiche con materie umanistiche.
§§
Fabrizio aveva dato qualche lezione quando il suo lavoro non era ancora affermato, in considerazione del fatto che le scuole ove era nominato si trovavano sempre lontano da casa sua, ma poi era uscito fuori dal giro delle lezioni facili e a domicilio.
Ne era divenuto poi un ostile oppositore.
Sognava un sistema scolastico in cui non si rimandasse più, non si bocciassero gli alunni.
Del resto, pensava, la Scuola è l’unica azienda che getta via il prodotto finito, l’uomo.
Nessuna fabbrica, nessuna azienda farebbe mai una cosa del genere.
Gli esclusi, vanno spesso a incrementare il numero degli sbandati, dei rifiutati, degli asociali, e quindi si crea un danno enorme alla società ed agli stessi giovani, naturalmente.
Pensava che si dovesse fare di tutto per formare culturalmente tutti i giovani, nessuno escluso, diversificando le forme di educazione culturale, educando al lavoro pratico come necessario e naturale complemento di quello intellettuale.
Invece nel nostro Paese si educava in modo assolutamente astratto nelle scuole umanistiche e tecnico scientifiche dedicate ai futuri dirigenti e burocrati ed in modo manualmente e meccanicamente esasperato in quelle professionali, dedicate ai futuri artigiani ed operai.
Insomma, una visione bipolare dell’istruzione, in pratica basata sull’estetica di Benedetto Croce.
Operai o intellettuali, questo erano già in tenera età gli italiani, per il ministero pubblica istruzione.
Nessuno, se non un essere dalla tendenza controcorrente, avrebbe potuto essere un uomo, ossia un individuo naturalmente complesso, formato da una duplice natura, una ideatrice ed un’altra operatrice.
Così il buon Fabrizio operava controcorrente nella sua scuola e nella Scuola in genere.
Quell’anno scolastico terminò, e Fabrizio tornò ad insegnare, scoprendo quanto sia sgradevole e persino scomodo fare il professore ove hai fatto il preside.
Conosceva da tempo il nuovo preside.
Purtroppo era malato molto gravemente.
A Maggio morì, e toccò di nuovo a Fabrizio fare il preside in attesa d’un altro titolare.
Alla fine del mese gli arrivò una telefonata.
Da un paese vicino.
"Preside, si ricordi del sopralluogo che deve venire a fare per l’istituzione già concordata col preside precedente d’un liceo scientifico che sarà sede staccata del suo liceo …"
Alla data stabilita era nel paese vicino ma non tanto. Erano con lui anche sua Madre ed il suo cane Argos.
Non voleva essere solo, in quell’occasione.
Visitò la scuola media che avrebbe ospitato lo scientifico, parlò con il preside, vecchia conoscenza e, tornato a casa, stilò una relazione favorevole alla costituzione del liceo scientifico, purché si provvedesse ad effettuare una serie di lavori indispensabili per la sicurezza degli Alunni e del personale scolastico tutto.
Durante l’estate dovette rinunciare quasi alle ferie, per aspettare nell’ufficio di presidenza situato sotto le lamiere del tetto, e perciò caldissimo, come era stato freddo d’inverno perché privo di riscaldamento, il nulla osta del provveditore per l’ammissione delle domande di iscrizione.
L’estate passò con lentezza esasperante.
Dedicava il pomeriggio alla bicicletta, andava di tanto in tanto al mare e portava spesso in giro per il paese il pastore belga tedesco Argos, che era stato testimone, molto probabilmente, della nascita di un liceo scientifico.
Liceo scientifico che era nato a cinquanta kilometri dal paese del suo liceo classico perché l’unica iniziativa per la nascita d’una scuola nuova era sorta lì.
Da tempo sollecitava le autorità cittadine ad interessarsi alla costruzione d’una scuola che accogliesse il classico ed il professionale, ma i suoi appelli erano inascoltati.
Non solo, ma nonostante l’esempio dello scientifico avesse dovuto spronarli, i politici e gli amministratori locali nemmeno provavano a presentare un progetto, una richiesta, una domanda di scuola nuova, e dire che nei paesi limitrofi le amministrazioni comunali non facevano che sistemare sempre meglio l’edilizia della media superiore.
Questa situazione creava un certo disagio, ma purtroppo lo creava solo in lui.
Qualche anno dopo propose in due diversi collegi dei docenti di attribuire allo scientifico annesso al classico il nome del preside suo predecessore che ne aveva ideata la nascita ed alla biblioteca del classico il nome del suo Alunno scomparso nel 1975: Jeri. Per lo scientifico, la proposta non fu accolta.
Per la biblioteca fu accettata, ma lui non vide mai nessuna targa sulla porta del locale con la scritta: Biblioteca Jeri.
Qualche anno dopo, allontanatosi provvidenzialmente da quella zona, avrebbe provveduto a farsi predisporre una targa analoga per la sua biblioteca personale, probabilmente anche più interessante e preziosa della ammuffita biblioteca del liceo, che lui stesso aveva amministrato negli anni precedenti.
Aveva scritto una lettera anni dopo, quando si era trasferito più a nord, ad una insegnante che sarebbe diventata preside del professionale, una volta che il liceo aveva ormai perso la sua autonomia, trasformandosi in un accessorio passivo, in una colonia didattica, spariti per dir così i protagonisti storici della sua storia.
*** ***
***
Rufus uscì dalla biblioteca verso le due d’un pomeriggio soleggiato.
Poco prima era caduta una pioggia abbondante.
La campagna era d’un verde smagliante.
Pranzò in tutta fretta, con Anna.
Portò a fare un giro il lupone Argone.
Diede il mangime a Sante, il piccione, e le crocchette con un paio di scatolette di salmone alle gatte, affamate e uscì, per una riunione all’associazione di volontariato di cui faceva parte. Aveva già fatto parte del volontariato ospedaliero anni prima, ma una serie di circostanze lo aveva costretto a lasciare quell’attività.
Gli piaceva.
Era di maggio, si sentiva in forma.
Aveva letto alla sua classe gli appunti che gli aveva lasciato suo Padre Antonino.
Per anni aveva atteso l’occasione per parlarne con qualcuno.
Ne aveva parlato con alcuni rappresentanti della Chiesa, ma sentiva che doveva fare di più.
Così ne parlò con i suoi Alunni.
L’argomento degli appunti si inquadrava con i programmi di educazione civica, col tema della condizione della donna, della solidarietà.
Si trattava d’un quaderno scritto in ospedale, dopo più di tre mesi di degenza.
Rufus lo aveva conservato sempre, lo aveva letto con immensa commozione di tanto in tanto e infine lo aveva fotocopiato. Era sicuro che gli Alunni ne avrebbero ricordato il contenuto per sempre.
Era una classe stupenda, quella di quell’anno speciale. Numerosa, ma piena di talenti.
Paolo, Giambruno e Andrea giocavano a tennis con lui. Per loro, lui aveva una speciale propensione, tutta fatta di amore per lo sport.
Ma tutti, tutti erano eccezionali, senza eccezione. L’anno era stato molto impegnativo.
Rufus aveva scritto a molti uomini politici importanti. Ne voleva sfruttare le capacità per insegnare qualcosa ai suoi allievi. Così aveva avuto i libri dalla presidenza del consiglio di Bettino Craxi per una ricerca concordata con la preside e altri docenti sulla condizione della donna.
E così aveva avuto una duplice costituzione italiana, una per lui e l’altra per la biblioteca della scuola, dall’onorevole Nilde Jotti, presidente della Camera dei Deputati. § La lettera della onorevole Jotti, a lui indirizzata, era colma di elogi, di lodi, di esortazioni e salutava i suoi Alunni ...
E tuttavia, nonostante che il Presidente della Camera, la moglie e Compagna di Palmiro Togliatti avesse della considerazione per lui, i locali compagni, iscritti al partito comunista, non sembravano molto apprezzarne le idee.
Proprio quella primavera, ad aprile, aveva avuto occasione di parlare con un politico locale, esponendogli la sua idea, di creare una piattaforma comune ai cristiani ed ai comunisti, permettendo a chi volesse di aderire alle due correnti, ai due partiti politici maggiori in Italia.
L’idea non piacque.
Nove anni dopo, un presidente del consiglio ex democristiano sarebbe stato eletto anche con voti di ex comunisti, all’interno di una formazione politica ispirata ad un noto e longevo albero mediterraneo.
Era in pratica l’idea di Ruphus, dello stesso Fabrizio, con il solo particolare che quell’albero, lento nel crescere, era nato in altre teste, in altra terra, molti anni dopo. Ma restava loro un albero più fantasioso e intreprendente, il Nespolo e le Foglie del Nespolo ...
A lui del resto piaceva di più il nespolo umile ma regale, spavaldo e timido ... forse persino blandamente 'bipolare' ... che genera continuamente foglie nuove, che dà frutti freschi, succosi e saporiti, senza retorica e senza pomposi discorsi e risvolti di sociologia e filosofia rurale.
Le foglie del nespolo erano per lui come una metafora della vita stessa, che si rigenera continuamente, delle azioni degli uomini, che nascono, crescono e cadono, sostituite da altri eventi nuovi.
Insomma, Rufus stava cercando di instaurare una rete di rapporti positivi con diverse personalità politiche che un giorno avrebbero potuto essere di una qualche utilità alla scuola, ai suoi stessi Alunni.
Ma pur procedendo costruttivamente su questo piano, si accorgeva che perdeva il contatto con il contesto immediato e prossimo man mano che approfondiva e rafforzava quello con il contesto remoto e lontano.
Era come se la comunicazione con il contesto immediato e particolare fosse offuscata e impedita da quello con l’ambito remoto e generale.
Era necessario effettuare un tentativo ancora più intenso e ravvicinato per conquistare la fiducia del contesto.
Per questo Rufus, informato da un suo amico, Antonio, sacerdote cattolico, si aggregò ad un gruppo di volontari ospedalieri.
Era maggio e la primavera cominciava già a farsi sentire. Seguiva un corso, a cura d’una infermiera dell’ospedale. L’ospedale era San Giovanni di Dio.
Giovanni era un giovane di famiglia nobile e ricca. Per poter aiutare i malati di mente si finse pazzo, si fece ricoverare e li curò per quanto gli fu possibile.
I metodi seguiti dal gruppo di volontari gli parevano limitati da una certa angustia.
Si trattava di effettuare un’ora di servizio settimanale, il giovedì, e francamente gli pareva troppo poco.
Così prese l’abitudine di aggiungere a questo servizio un altro, del tutto privato, che faceva di sua iniziativa, visitando qualcuno che non si sentisse bene.
Naturalmente le sue visite si limitavano ad un’assistenza assolutamente priva di qualsiasi intervento di carattere clinico medico. Erano visite d’un amico premuroso.
Tutto questo rientrava nella normativa del volontariato.
In certi paesi non lavorare tanto è indice di normalità e di senso della misura, mentre invece lavorare di più è segno evidente di malessere, di turbe psichiche.
Il buon San Benedetto non fece grande cosa con il suo ‘ora et labora’.
Chi davvero prega, chi davvero lavora, rischia di dare fastidio, secca, disturba, spezza gli standard e viene emarginato, sbrancato, ridotto alla inattività, e magari poi accusato di scarso rendimento, di instabilità psicologica, di bipolarismo, di depressione e di altre facezie indimostrabili sul piano clinico, ma capaci di ridurlo ad allontanarsi dalla sua professione, dal suo compito legittimo per accettare compiti degradati e degradanti, mansioni nobili di per sé, ma per lui ridotte al ridicolo.
Una volta i santi si martirizzavano, si bruciavano, salvo poi a beatificarli in pompa magna e additarli ad esempio.
Successivamente gli onesti sono stati ridotti al ludibrio. Ridicolizzati.
Con il gioco del branco, con la persecuzione del pettegolezzo e del boicottaggio.
‘Pensa positivo…’ - ti dicono.
Ma ti impediscono con mille espedienti di operare serenamente. In realtà qualsiasi opposizione finisce per vincere un individuo, che cede, si adatta, si piega e si uniforma alla ‘maggioranza’, al gregge.
Invece per certi elementi questo non accade.
L’opposizione li irrobustisce, li rafforza, mentre talvolta suscita in essi anche disperazione e sconforto.
In questo modo una naturale stanchezza che possa nascere in essi di tanto in tanto fornisce il pretesto solido e valido per incolparli, proprio incolparli, di essere malati, di aver bisogno di cure.
E si dice loro: smettetela, o vi facciamo visitare.
Si usa la medicina come un randello, come un deterrente.
La stessa cosa si fa con la giustizia.
Insomma, si usano i medici e i giudici come fossero sicari, al di là della giustizia e del buon senso.
Così fu convinto a recarsi nella vicina città per parlare con il suo vecchio Preside e Professore.
Quello che lo aveva chiamato al liceo.
Stava spiegando ad una classe del Nautico di Porto S.Stefano le varie interpretazioni del fascismo quando lo chiamarono dalla segreteria.
Era il Preside del Liceo Classico.
Era come se lo stesso Fato lo avesse chiamato.
Non poteva dire certo di no.
Sarebbe stato rifiutarsi di scendere sul campo per giocare la partita per cui si allenava da sempre.
Una partita che avrebbe vinto, ma che era persa in partenza.
Una partita per Giano.
Bifronte e dura.
Si avviò, e in breve raggiunse la via dove il suo ospite lo attendeva.
Bussò.
Entrò nella casa.
Avevano già cenato.
Lui aveva portato delle scamorze, e il Professore lo osservò e lo ascoltò mentre cenava.
"Ma insomma, cosa vogliono da me …?"
"Le faranno qualcosa di antipatico, se non si piegherà … le faranno perdere tempo ..."
§
Rufus poco dopo salutò e si allontanò dalla casa del Professore.
Non lo avrebbe rivisto per diversi anni, e non avrebbe più parlato con lui di quel colloquio.
Molti anni dopo si sarebbero scritti varie lettere … in Latino. Quando arrivò al suo paese era piuttosto tardi.
Si diresse verso casa passando per la piazza adiacente lo spazio antistante il palazzetto del municipio.
Tornò a casa.
§
Passò quel tempo ed il tempo della presidenza e tornò quello dell’insegnamento.
Finché si giunse al 1996.
Aveva scritto da poco al Vaticano, al Pontefice Karol Woitjla, inviandogli copia del quaderno di suo Padre, con una lettere in cui spiegava tutto.
Gli era ritornata indietro una specie di benedizione, un ‘saluto benedicente’, il secondo dopo quello del 1984.
Ogni giorno a casa lo aspettava il suo Argos.
Ormai viveva solo, da qualche anno.
Nella cameretta di Mamma Ines tutto era come prima.
C'era, però, anche una bici nuova, blu cobalto.
§
Il primo incarico d’una certa consistenza da insegnante, era stato quello di Italiano in un corso serale in due paesi vicini a quello in cui abitava.
Per prepararsi aveva comprato una quantità di volumi, a Livorno, dove aveva frequentato un corso propedeutico.
Fra i libri presi in una libreria di quella città c’erano testi di sociometria, di didattica della grammatica, di linguistica strutturale e trasformazionale, di letteratura.
§
C’erano anche i libri di don Lorenzo Milani.
Le lettere.
§
§§
Lettera a una professoressa.
Per anni quei libri avrebbero costituito la sua compagnia preferita nel campo della saggistica per la Scuola.
zeta
C’era un profumo che a Natale aveva regalato a sua Madre.
Era contenuto in una boccetta grande, quadrata, con un tappo a vite che ricordava una grossa ‘A’ lunata, con due protuberanze in cima.
Quel profumo era intenso, giallo dorato.
Gli restò.
E quando lo sentiva riprovava le sensazioni fortissime degli ultimi giorni, delle ultima settimane della Mamma.
Per anni durò quella sensazione di ricordo profumato.
Gli anni passarono, ci fu il dissapore con il linguistico e poi il trasferimento a Grosseto.
Ma il legame con l’Argentario restò intatto.
Dapprima non era possibile tornare spesso in quella che lui considerava la sua casa vera, suo promontorio.
Poi la cosa si fece sempre più frequente.
Specialmente dopo il suo soggiorno nell’antico Sannio ed il ritorno dalla rigenerazione effettuata al suo corpo e al suo spirito.
Con una nuova armatura si era sentito rinato.
Ora non era indifeso e vulnerabile come un tempo.
Fu un’estate in particolare a riempire di piacere e di soddisfazione Rufus.
Fin dalla primavera aveva ripreso con Anna ed Argo, il canone incrocio di pastore belga e tedesco, nero con le zampe avana e le orecchie ritte, a tornare su promontorio.
Il tempo era splendido.
Le rondini fischiavano e cabravano veloci, volando fra case ed alberi.
Il mare era d’un azzurro incantevole.
Argo viaggiava nella parte posteriore della loro auto.
Era enorme, ma se ne stava buono, guardando dal finestrino.
Ogni tanto lanciava curiosi versi, tanto che a volte Anna diceva:
" Ma … ha detto … Mamma …!! "
§
In effetti pareva proprio che dicesse così, articolando le labiali su un suono vocalico affine o proprio simile alla ‘a’.
Nella casa di Santo Stefano, il canone occupava il posto d’onore, sul divano giallo opportunamente coperto da ampi panni di colore avana e cioccolata.
Ce n’erano anche a fiori, leggeri, vivaci, per l’estate. Si distendeva sul divano, nel posto che un tempo era il preferito dalla mamma di Rufus, e guardava la finestra, gli alberi, il cielo, le nuvole, i gabbiani e le rondini.
O anche le tortorelle e le capinere.
Ogni tanto si alzava e si distendeva sul pavimento di mattonelle celesti e bianche, disponendo le zampe a sghimbescio, oppure si metteva nella posizione della sfinge. Questa era la posizione preferita quando ascoltava Rufus suonare la chitarra e l’armonica.
Questo gli piaceva davvero tanto.
Aveva proprio uno spirito musicale.
E una dolcezza innata e spontanea, che nascondeva sotto un atteggiamento energico e forte, da vero cane da guardia, sempre in allarme, sempre attento e pronto a lavorare, a far sentire la sua voce da tenore.
Nel maggio di quella primavera tiepida Rufus ed Argos percorrevano un lungo tratto di strada dalla casa fino a piazza Dante.
Qui vicino, in un bar ospitale, Rufus prendeva il caffè, entrando con il suo amico, che si accovacciava vicino a lui, aspettando.
Poi proseguivano, lungo le mura senesi, accanto al monumento al pugile, tornando a casa dopo un giro molto lungo.
Una mattina a piazza della Vasca Rufus vide per terra un rondone incapace di alzarsi in volo.
Lo sollevò e lo appoggiò al petto, mentre con l’altra mano guidava l’amico.
In uno spiazzo prese il rondone per le ali con la mano destra e lo lanciò in aria, come aveva fatto tante volte.
La rondine si arrampicò roteando velocemente le ali per aria, poi, giunta ad una certa altezza, proseguì parallelamente al terreno, virò e si diresse verso i due, sfiorandoli e perdendosi alle loro spalle fra le case.
Tornarono a casa soddisfatti della lezione di volo data ad una delle più perfette macchine volanti.
Il piccolo volatile nero si sarebbe ricordato di loro quando sarebbe tornata in Egitto, nell’incipiente prossimo autunno. Giugno passò in questo modo.
A luglio vennero le ferie e con Anna e Argos partì per un lungo mese da passare sull’Argentario.
Il tempo era bellissimo, incantevole il promontorio.
Il loro umore era eccellente, ed Argos sembrava in forma eccellente. Nella casa dove aveva abitato diversi anni prima, il lupone si trovava a perfetto agio.
Conosceva ogni angolo, si sdraiava, ricordando a memoria le sue abitudini, nei punti che da sempre preferiva.
Fra il televisore ed il tavolo, oppure prima del pianerottolo, oppure nella stanza antecedente il piccolo studio, dove per tante volte si era adagiato mentre Rufus, nel piccolo studio, leggeva o scriveva.
§
§§§
Ma il suo posto preferito era sul divano giallo, di fronte alla finestra che guardava al nespolo.
Proprio sopra il divano era sistemato un passavivande, che a dire il vero non era mai servito se non sporadicamente per questo scopo, ma piuttosto quale finestrella per comunicare fra la sala e il cucinino, tanto piccolo che lo sportello del passavivande era sempre aperto, perché era come se allargasse un po’ l’ambiente. Quando qualcuno preparava qualcosa di buono in cucina, Argos si alzava sulle possenti zampe anteriori, si appoggiava allo schienale del divano e sporgeva la sua enorme testa in cucina, facendo chiaramente capire che avrebbe gradito un assaggio.
Lo otteneva senz’altro e a questo punto, appurato che le sue intuizioni erano esatte e qualcosa di buono c’era, saltava giù dal divano giallo e si fiondava alla porta della cucina, reclamando il resto.
L’appetito del canone era proverbiale.
Adorava anche il pane integrale e la frutta, specie le mele, le pere, ma anche le pesche e le albicocche, d’estate.
Non disdegnava lo yogurth, che del resto è un toccasana per la ricostruzione della flora intestinale.
Una vera medicina dietetica.
Insomma, un appetito da lupo.
§
Al mattino, Rufus si svegliava presto.
Accompagnava Argos per una lunga passeggiata.
Passavano sopra la panoramica, salendo verso il quartiere popolare di Lividonia.
Le case lì erano rade, con ampi spiazzi dove sostavano cani, gatti dall’andatura lenta.
All’inizio di Lividonia, sotto un grande ulivo, c’era una nicchia con una madonnina dalla luce sempre accesa ed una campana d’ottone.
La piccola costruzione era stata edificata nel 1954.
Era scritto sul muro.
Argos conosceva bene quella strada, fin da quando abitavano lì.
Poi scendevano lungo l’asilo nido verso la panoramica e ritornavano a casa.
Al bar vicino casa prendevano i giornali ed il caffè da portare ad Anna.
Quando era ancora presto, Rufus si vestiva da ciclista e, presa la sua vecchia bicicletta argentata, Pulkeria, saliva su per la salita fino a Monte Corallo, verso Capo d’Uomo, dove si vedevano il Tirreno verso Giannutri, verso l’isola del Giglio e la laguna tra l’Argentario e la costa della penisola italiana.
Poi scendeva lungo la salita ripida.
Più tardi con Anna andavano al mare, cambiando spiaggia ogni giorno. Sono numerose le spiaggette dell’Argentario, e si può girare scegliendo quella più adatta a seconda del vento, del tempo più o meno caldo, dell’esposizione al sole.
Quell’anno ‘scoprirono’ la spiaggia di Villa Domizia, già sporadicamente visitata qualche anno prima.
C’erano vestigia d’una villa romana della famiglia degli Argentarii, la gens di Nerone, ed era suggestivo sostare e prendere il sole vicino ad una specie di Terme di Caracalla sommersa.
Mangiavano qualche panino e della frutta, bevevano acqua minerale gassata e raccoglievano sassolini.
Sassolini colorati, piccoli frammenti di mattoni d’epoca anche romana.
Un tempo Rufus aveva la fissazione di simili oggetti, e ne aveva riempita la casa.
Ne aveva verniciata una certa quantità d’oro e d’argento. Poi si pentiva di simili collezioni e scaricava quei sassi e mattoni in giardino, nel piccolo giardino antistante la casa.
Quel giardino era come una stanza senza il tetto.
Era stato circondato d’una rete per impedire ad Argos di scappare. Quella rete poi era stata ricoperta di edera e di gelsomino, profumatissimo a primavera e in estate.
Così si aveva l’impressione di essere in una vera e propria stanza. La sera passeggiavano per il paese, con Argos o da soli.
Ad Argos spettava sempre comunque un’altra coppia di girate per Lividonia o lungo la panoramica.
L’estate era calda, ma quell’anno Rufus non sentiva fastidio per l’alta temperatura.
Stava benissimo e si sentiva proprio bene in quel suo vecchio paese, dove prima aveva incontrato qualche difficoltà. La gente gli appariva cordiale, ben disposta, non diffidente e chiusa come qualche anno prima.
Aveva fatto proprio bene a decidere di passare l’estate a Santo Stefano e non sull’Amiata, come negli anni precedenti.
Eppure era stato bello anche lì.
La saluta alla cima del vulcano spento lungo le piste degli sci in pieno agosto, fra alberi alti, nella solitudine delle faggete, con caprioli che ogni tanto si scorgevano fra gli alberi.
Portavano uno zaino con bottiglie d’acqua e Argos beveva avidamente in una ciotola trasparente.
Tornati in paese, il canone beveva alla fontana di ferro, accettando l’acqua che cadeva fresca da una cannella metallica.
Era fantastico quel vagare ben organizzato, generoso, gagliardo e sportivo eppure quasi improvvisato, per il mutare giornaliero degli itinerari e dei percorsi.
Verso le sei della sera, Argos consumava la sua cena a base di crocchette d’ Eukanuba veterinary, che lo proteggeva da eventuali fastidi dermatologici.
Poi era la volta di Rufus e Anna di pensare alla cena. A volte preferivano uscire e mangiare una pizza.
Argos li aspettava a casa, paziente, sull’ormai suo divano giallo ocra.
Rufus lo guardava divertito assaporare una specie di riposo attivo, con gli occhi raramente socchiusi, sempre vigili, le orecchie ritte, la testa mobile ed il corpo pronto a scattare al minimo allarme.
Era in perpetua allerta, sempre pronto alla sorveglianza, sempre in allarme.
Ricordava tanti anni prima, quando lo aveva conosciuto.
La mattina andava a scuola al liceo.
Aveva classi numerose, molti alunni.
Quando aveva iniziato a insegnare al ginnasio del liceo vicino all’Argentario gli avevano detto che sarebbero diminuiti gli alunni. Invece il loro numero s’era più che raddoppiato a dieci anni dal suo arrivo, quando lui era diventato preside più per circostanze occasionali che per una sua precisa programmazione.
E proprio quando l’incarico di presidenza era cessato e lui quasi era alla ricerca di una qualche attività che sostituisse l’incarico di controllo quasi materno e paterno che comportava la dirigenza d’una scuola, era arrivato lui, il futuro Argone Canone.
Mentre faceva lezione, un giorno, nella sua classe dell’ultimo anno di liceo, in una breve pausa fra una considerazione letteraria e l’altra, quasi a sorpresa, un’alunna seduta di fronte a lui gli chiese:
"Vuole un canino, professore?…"
Lui restò un po’ sorpreso, da quel repentino cambio di argomento.
Ma siccome nei giorni scorsi era entrato in polemica con un collega per aver questo detto che gli Alunni scrivevano ‘come cani’, la proposta lo colpì proprio sul piano affettivo.
Probabilmente sia il collega che l’alunna avevano risvegliato in lui certi sentimenti e affetti sopiti, inariditi che ora si facevano di nuovo sentire, quali per ridestarlo e riportarlo alla sfera della vita e della luce.
Proprio in quel periodo leggeva in prima liceo l’odissea di Omero, con la breve storia di Argo, il cane dell’accorto Ulisse.
Decise che il suo canino si sarebbe chiamato così.
Argos.
Come il cane del sapiente Ulisse.
Questo non perché volesse imitare la storia dell’eroe distruttore di città e tessitore di inganni, nonché sfortunato navigatore, ma perché era affascinato dalla sorte dell’animale stesso, in un certo senso più nobile e paziente del suo stesso padrone, nell’aspettarlo per tanti e tanti anni.
Persino troppi, per quella che è l’ordinaria durata della vita del più fedele amico dell’uomo.
Così per tutto il mese di febbraio e buona parte di marzo attese Argo. Andò anche a casa di Lucia, quando il canino nacque, e lo vide, con fratellini e sorelline, piccolissimo come una rondine. Lo scelse, nero con le zampe avana e qualche ciuffo bianco verso la code e sotto il mento.
Intanto in un negozio per animali comprava il corredo di Argo. Un grande collare di pelle morbida, chiaro, ed un guinzaglio di metallo erano i pezzi forti del corredo.
Ma c’erano anche giocattoli di gomma, come si usa per i bambini, spazzole e pettini, palle di gomma.
La coda più importante, però, fu una grande cuccia di legno e zinco, che fu sistemata nel giardinetto.
Sarebbe stata la ‘casa di Argo’.
A dire il vero, però, Argo vi sarebbe entrato una sola volta, una sera, in occasione di un temporale.
Diverse altre case sarebbero state di volta in volta la sua casa. Quante case avrebbe abitato Argo.
Una all’Argentario, e quella era la sua casa per antonomasia.
Una sul monte Amiata, ove avrebbe trascorso l’estate dopo essersi trasferito a Grosseto.
Una casa d’una sola stanza tutta di legno, costruita per lui ed abitata per poche settimane e la cuccia di truciolato poi trasportata a Grosseto ed abitata una sola sera.
E, naturalmente, la casa di Grosseto, con la sua stanza condivisa con Rufus, attrezzata di tutto punto e piena di tutto il necessario per un canone non viziato, ma dai gusti sicuramente decisi.
La grande, disabitata cuccia verde con rifiniture argentate sarebbe rimasta per sempre nel giardino della casa di Grosseto, con la scritta Argos in caratteri greci, come se si trattasse del mitico cane del paziente, poliodato Ulisse dalle tante vie ...
Nella casa vicino al mare di Porto Santo Stefano, alta sopra una scalinata di alcune centinaia di gradini, nel verde di alberi alti, siepi e piante da vigna, Argos si ambientò presto.
La prima notte Rufus restò a lungo a fargli compagnia.
Si rese conto immediatamente che la sua vita sarebbe cambiata radicalmente.
Argos non stava fermo un momento, e non gli permetteva di svolgere continuativamente proprio nessuna attività.
Così non era possibile certo leggere o studiare per molti minuti di seguito. Nemmeno era possibile guardare più la televisione.
Non avrebbe visto più un film per intero, insomma.
Quanto ai libri, non c’erano grossi problemi, perché bastava di volta in volta mettere il segno dove la lettura si interrompeva.
Era iniziato il tempo di Argos.
Il primo collare di Argos fu un guinzaglio rosso, con un collare intonato chiuso da una fibbia metallica.
Quando usciva per portarlo a passeggio lungo la panoramica, la mamma veniva con loro.
Dopo un certo percorso, Argo si stancava e Rufus doveva portarlo in braccio.
Si addormentava ed era bellissimo tondo, morbido e pacioccone, con gli occhietti chiusi, come un bimbetto con la pelliccia.
Rufus non aveva avuto altri lupacchiotti prima, e certo non immaginava che dopo pochi mesi il suo Argo sarebbe stato talmente grosso che a malapena sarebbe riuscito a sollevarlo per pesarlo.
Ma del resto non c’era proprio posto né spazio per l’immaginazione, visto il ritmo veloce e mozzafiato che Argos imprimeva alla sua ed alla vita di Rufus.
Con lui era esigente, si accorgeva del carattere accondiscendente dell’amico, e stava instaurando decisamente un dominio sfacciato su di lui.
Del resto Rufus lasciava fare, gli concedeva tutto, gli voleva un bene immenso.
L’appetito era la caratteristica più notevole del lupo. Era decisamente di bocca buona, anzi, decisamente vorace.
Adorava bastoncini e biscotti appositi, crocchette, riso soffiato mischiato a qualcosa di buono.
Eppure, una volta soddisfatta la sua sana voracità, che lo portava a non fare mai complimenti su nulla, si chetava e se ne stava tranquillo, magari dedicandosi ad altre attività. Non appena vedeva Rufus, o ne avvertiva la presenza, era come se capisse che poteva concedersi delle libertà.
Bastava che sentisse un impercettibile rumore della poltrona accanto al televisore o della sedia al tavolo da pranzo e si affacciava alla finestra, dal giardino ove si tratteneva quando il lavoro della scuola occupava il suo amico, con la sua grande testa nera.
Dopo pranzo facevano la grande camminata verso il faro, lungo un sentiero a picco sul mare, lungo scogliere bianche, tornando poi lungo la panoramica.
Quindi era la volta di trascorrere un lungo pomeriggio sui libri E preparare le lezioni di letteratura per il giorno dopo.
Man mano che cresceva, Argo si faceva sempre più forte e deciso. Aveva preso a scavare grosse buche nel giardinetto, scaraventando dappertutto la terra con le possenti zampe anteriori.
Era necessari perciò ricoprire con grosse mattonelle di cemento e ghiaia la superficie del terreno.
Quando l’opera fu realizzata, grazie anche a ghiaia e lastre di ardesia, il problema fu risolto completamente.
Lo stesso Argo ne sembrò soddisfatto.
In caso di pioggia, non si sporcava più di fango come prima. Ormai il canore era cresciuto, era più grosso del previsto, forte, possente, dal carattere volitivo. Un capo, un pastore senza gregge.
Era necessario addestrarlo e Rufus si mise alla ricerca di un addestratore.
Lo trovò, telefonò e concordò un incontro.
Era marzo, il 16, quando portò Argo all’allevamento, e lo lasciò tutto speranzoso.
Giorni dopo, però, seppe che non lo aveva tenuto, ma lo aveva affidato ad un altro esperto.
Avuto l’indirizzo ed il telefono, concordò un incontro e un mattino assolato di fine inverno si recò a Roselle per avere notizie di Argo.
L’addestratore, Franco, gli aveva indicato l’ubicazione dell’allevamento in aperta campagna, lungo strade sterrate e recinti dove passeggiavano enormi buoi maremmani dalle corna lunghissime.
Parcheggiò l’auto dentro il recinto, una specie di villaggio dei cani, e andò incontro all’addestratore.
Il centro di addestramento era un attempato casolare contadino con il pian terreno adibito a stalla dei buoi e delle vacche.
C’erano grossi topi nel locale, ma convivevano con le mansuete bestie.
Sul lato opposto c’era una fila di gabbie di cemento e ferro dove erano ospitati i migliori amici dell’uomo.
Di notte i battenti di ferro erano chiusi con un lucchetto.
C’era un enorme alano, Achille. Una canina minuscola, Penelope, e alcuni gatti, oltre ad un buon numero di pastori tedeschi dal classico manto marrone avana e nero.
Il giudizio di Franco sul lupone fu severo.
Era troppo individualista, non era possibile addestrarlo.
Non dava retta e faceva troppo di testa sua.
Rufus si sentì quasi perduto, non sapeva come accettare un responso così duro.
Si sentiva come quei genitori che si vedono cacciare via il figlio dalla scuola, da un collegio. Espose le sue ragioni.
Supplicò, quasi, pregò di sicuro, usò tutti gli argomenti e riuscì a convincere l’addestratore a cambiare idea, a provare per qualche tempo.
Le condizioni però furono che lui assistesse per tre volte settimanali alle lezioni, collaborando con la sua presenza a persuadere il pastore e renderlo più docile.
Franco era convinto che il cane volesse molto bene a Rufus e la presenza di questo lo rendesse più malleabile.
La cosa funzionò e per tre mesi Argo fu addestrato. Divenne un bravo canone sempre testone ma più manovrabile.
Imparò a sedersi, a sdraiarsi, ad avvicinarsi se chiamato, a star fermo per qualche tempo in attesa che il conduttore lo sollecitasse a muoversi.
Insomma, ad obbedire ai richiami del conduttore. Un giorno di maggio Franco, dopo una lunga conversazione, restituì il cane a Rufus, quasi inaspettatamente.
Dopo un’oretta, il tempo di comprare del cibo ed un guinzaglio da addestramento nuovo, erano a casa.
La mamma fu sorpresa dell’obbedienza mostrata ora da Argo. Mentre il canore era sdraiato nel vialetto del giardino Rufus con il trapano elettrico sistemò una tavola che aveva fatto preparare lungo la finestra, in modo che alzandosi sulle zampe posteriori non potesse vedere in casa e abbaiasse di meno.
Il problema era di farlo abbaiare di meno, perché non si scatenasse il risentimento dei vicini.
Meno si fosse sentita la sua voce, più erano le probabilità che lui potesse vivere tranquillamente senza essere minacciato di esilio. In caso contrario, Rufus non sapeva proprio a cosa sarebbero andati incontro.
O meglio, lo sapeva molto bene, ma non poteva pensarci senza avvertire molta preoccupazione.
Quel grande cane era un impegno che aveva preso come con un figlio. Era il dono d’un medico.
Era come un farmaco, era terapeutico, ma certamente era un farmaco spropositatamente grande, forte e rumoroso, e questo lo costringeva ad un impegno notevolissimo.
Una cosa era certa, Rufus ed Argo non avrebbero ceduto d’un millimetro, tanto erano testoni, e non si sarebbero comunque arresi mai.
La cosa più bizzarra era che un enorme cane pastore si trovava ad aver bisogno, a conti fatti, di protezione.
Occorreva fare la guardia ad un canone da guardia. E in effetti, i due si sorvegliavano bene a vicenda, e ognuno interpretava bene la sua parte.
E così passarono i mesi.
Finché in un giorno terribile di febbraio la Mamma lasciò per sempre Rufus.
Per lui iniziò un lungo, penoso periodo di dolore e di solitudine.
Non riusciva e, per qualche ragione misteriosa, non voleva risollevarsi da uno stato di cupo torpore, di mesta melancolia che quasi si imponeva come se si rifiutasse di ritornare a sorridere, a ridere, ad essere spensierato come un tempo quasi lo si accusava di essere.
Si diceva e quasi si imponeva che essere serio, triste era un dovere per lui: quale ragione aveva mai per non esserlo?
E in quel periodo di pianto e di tristezza Argo gli era vicino.
Non si accorgeva della malinconia, anzi, con il suo comportamento prepotente e spavaldo, non certo da cane soggetto ma da leader d’un gruppo per quanto esiguo, contribuiva a rivitalizzarlo, a svegliarlo, lo spingeva ad uscire per girare tutto il paese in qualsiasi ora del giorno e della notte.
Il canone, per quanto a tutta prima fosse un energumeno, un uragano indomabile, si rivelava come un toccasana, un pharrmakone, una specie di medicina miracolosa, e guidava lui, tutto sommato, Rufus, per le strade della vita, allontanandolo a poco a poco dalla contemplazione solo della morte.
Quante volte Rufus sia andato al cimitero negli anni immediatamente seguenti la scomparsa della Madre, è impossibile dirlo.
Probabilmente dovette anche in qualche modo esagerare.
E dovette forse esagerare a presentare il suo canone a scuola.
Destò gelosia, perché l’ambiente degli alunni concepì un forte risentimento nei confronti di Argo, di Rufus e di sua Madre.
L’animo umano è fatto più di miseria e di tenebra che di conoscenza e di luce.
Pur essendo stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio, l’uomo col tempo deve essersi molto sbiadito o anche annerito, come le copie d’una fotocopiatrice a cui venga a mancare inchiostro o a cui si danneggi il sistema fotomatico.
Cionondimeno, anche se si preparava la rottura del ventennale rapporto di lavoro, amicizia e amore di Rufus con il ‘suo’ liceo, Argo lo aveva certamente salvato dalla rovina completa, dall’autodistruzione a cui poteva anche essere diretto, date le circostanze.
Il lupone aveva sostituito da solo tutti i suoi parenti, lontani e impegnati nei loro problemi, lontani certamente dalla mentalità cogitabonda e mnemopatica di Rufus.
Argos era diventato, fatte tutte le debite e umane proporzioni, la famiglia, anzi, le famiglie dell’insegnante santostefanese. E sembrava quasi averne coscienza.
Era forte e imperioso come il Padre, programmatico e meticoloso come la madre, arruffone a volte e caotico, assorto, dolce e tenero, prepotente e decisionista, sempre con un po’ di appetito addosso e desideroso di uscire ad ogni ora.
Insomma, quel pastore era tante di quelle persone a lui note, che gli sembrava di avere a che fare con tutto quel grappolo di casate che costituivano l’insieme delle famiglie imparentate con lui.
Rassomigliava persino a qualche gatto avuto dalla famiglia nel passato, come Grigio, e a qualche cane, come a Camillo, il volpino.
La forma del musetto, affilata, era la stessa. Una volta, quando era ancora un cucciolotto, Argos ancora piccolo, totondo e lento a Santo Stefano aveva conosciuto Camillo.
I due quattrozampe giocavano insieme.
Si vedeva la grinta di Argos, ma era goffo, impacciato e Camillo si prendeva gioco di lui.
Poco tempo dopo Argos sarebbe stato molto più grande e Camillo non avrebbe fatto più da dominatore.
All’inizio dell’anno scolastico 95\96 Rufus prese a scuola l’incarico di Referente alla Salute.
Avrebbe dovuto mantenere i contatti con l’USL, frequentare qualche corso di aggiornamento e formazione, curare l’educazione alla salute degli Alunni.
Prese a cuore l’impegno, e presto il preside cominciò a spedirlo in giro, anche abbastanza lontano, per l’aggiornamento. All’inizio si trattava di arrivare a Grosseto, cosa anche gradevole perché toglieva Rufus dall’isolamento in cui rischiava di cadere, restando tutto il giorno in casa a studiare e correggere versioni di latino e greco, relazioni di letteratura e compiti d’altro tipo. Ma questo stato di grazia presto finì.
A dicembre fu spedito a Siena, per un Corso su droga e Aids.
Partì con Argos, che fu sistemato in una pensione per lui già prima frequentata, Casa Lorena, e si trattenne qualche giorno a Siena.
Il Corso fu interessante.
Fu possibile anche ascoltare Piero Cattaneo, un validissimo esperto della Scuola collaboratore del Ministro alla PI, Luigi Berlinguer.
Il Professore parlò della Carta dei Servizi che presto ogni istituto scolastico avrebbe dovuto redigere per regolare la propria attività scolastico didattica, i rapporti con Alunni e Genitori, le funzioni di docenti e dirigenti, del personale amministrativo e di custodia, insomma una specie di ‘costituzione’ interna, capace di fissare anche i criteri generali per i rapporti con l’esterno. La sera, dopo aver ascoltato le lezioni degli esperti, Rufus passeggiava a lungo per il corso di Siena, elegante, pieno di luci, dai negozi scintillanti.
E proprio lì, fra quelle luci effimere ma affascinanti, fra quella gente sconosciuta, a poche centinaia di metri dalla pensione del suo canone adorato, ebbe l’impressione di rinascere, in qualche modo, dall’apatia che lo aveva preso negli ultimi due anni.
Rufus non credeva alla depressione, che per lui era una quasi grottesca invenzione per colpire funzionari in difficoltà contestuali a causa di persecuzioni di superiori, lutti familiari, dissesti vari a cui nessuno poteva, voleva porre in tempi brevi rimedio.
Purtroppo alcuni caratteri umani tendono, certamente, alla scelta d’una vita solitaria e contemplativa, come è accaduto sicuramente anche agli spiriti più altruistici e aperti, che ad un tratto hanno deciso di isolarsi per capirsi e per capire ancora meglio gli altri. Non è frequentando la massa, il gregge, parlando e informandosi su tutto che si arriva alla comprensione, alla soluzione delle questioni, ma a volte si ottiene di più fermandosi, isolandosi, sviluppando così quel processo di individuazione che ci porta a perderci nel deserto, nella ‘volta delle solitudini, come diceva sua zia, Irene Arena, la sorella di Ettore, col rischio di non uscirne più o di capire la propria individualità, lontano dal gregge, dalla sicurezza, dal calore, dall’apparente ma falsa serenità della moltitudine con cui decidere, scegliere, agire in una pseudoarmonia apparentemente rassicurante e catastematica. Stava provando la sensazione, a Siena, in quelle fredde serate dopo i Corsi, e proprio al corso cittadino, di aver compreso qualcosa di sé e di essere pronto all’incontro rinnovato con il gruppo dei suoi simili.
Tornato all’Argentario dal Corso senese, riferì al Collegio dei Docenti il risultato della sua spedizione senese.
Appena i colleghi sentirono della Carta dei Servizi, su proposta d’un docente di italiano e latino che colse la palla al balzo affidarono a Rufus l’incarico di provvedere al compito.
Rufus si oppose inutilmente.
Sembrava condannato all’unanimità.
Ottenne che si formasse una Commissione che si affiancasse al suo operato.
La Commissione nominata era di nove altri docenti.
Le sue Muse scolastiche.
Il loro operato risultò assolutamente nullo, durante i mesi di lavoro che furono necessari per la stesura del documento, anzi se possibile dirlo fu più d’una volta di ostacolo e di intralcio.
E’ noto a tutti, o dovrebbe esserlo, che un gruppo di lavoro deve essere limitato nel numero e organizzato nelle competenze, se vuole produrre senza confusione, ma evidentemente in quella sede si voleva deliberatamente fare solo del mobbing, della squallida persecuzione, o del linciaggio contestualmente organizzato e distribuito nel tempo ai margini di chissà quale legalità.
E’ proprio questo comportamento contestuale che porta alla ‘depressione’, a cui Rufus credeva non come uno stato genetico o patologico, ma come al risultato d’una azione di pseudoemarginazione rivolta ad un elemento che per originalità ed eccentricità di idee e comportamenti ‘disturba’ la quiete ideologica e pragmatica del gregge, che si ‘difende’ ostracizzandolo.
In questo modo paradossalmente spesso i clinici curano vittime sane e proteggono persecutori patologicamente e comportamentalmente suscettibili di diagnosi vicine a quelle psicosi e nevrosi di cui vengono fatti oggetto i perseguitati.
In pratica ci si comporta nella società come quando una donna viene violentata o un uomo linciato.
Vengono ‘curati’ essi stessi, mentre non si provvede agli aggressori che, anche se individuati, sono trattati con un atteggiamento indulgente e persino comprensivo, arrivando quasi alla condanna della vittima, che quasi sicuramente … ha provocato e stuzzicato i teppisti, i carnefici o i violentatori.
Così vengono in genere ‘curate’ anche le donne e i bambini vittime di una qualche sopraffazione, senza entrare nel merito, ora. Si sa, dicono i deficienti ed i complici dei violenti, che l’uomo è cacciatore, che i giovani sono irruenti e non bisogna provocarli.
Il fatto à che risulta molto più economico e sbrigativo condannare o lapidare un solo elemento che processare un gruppo anche folto di mascalzoni, e per questo si assiste da sempre, dal tempo di Gesù, alla scelta fra uno solo da crocifiggere o un intero gruppo di ladroni da giudicare, con tutti i rischi conseguenti.
In ogni persecuzione contestuale a carico di un individuo non voluto dal gruppo risulta evidente la figura di un capobranco strumentale che fa la parte del ‘giuda’ e guida il gruppo al linciaggio sociale.
Qui il capobranco fu il ‘docente’ che propose Rufus per l’incarico di redattore della Carta.
Questo docente scelse per sé e per una folta schiera di altre insegnanti il pesante compito ‘autoaggiornante’ di leggere un libro sulla ‘didattica breve’ segnando su un quadernetto le ore che ogni professoressa man mano dedicava al gravoso ed onorevole onere.
Più tardi Rufus comprò quel testo, ma non gli riuscì di leggerlo se non provando un fastidio profondo per l’approssimativismo ed il professionalismo apparente ed appariscente d’una didattica spacciata per breve e proposta ad una scuola dove di lungo c’era soltanto il culto della fretta, l’amore degli schematismi ignoranti, l’incapacità di lavorare se non per riflesso d’una preparazione secchionesca fatta dai docenti quando erano studenti e sfruttata poi in veste di insegnanti.
§
Questo non per condannare tutta la classe docente in blocco, ma per dire che orari di comodo, ore di cinquanta minuti, metodi didattici approssimativi, abitudine a secondi e tripli lavori, uso delle lezioni private ed abuso di esse ed altre amene abitudini rendevano la scuola un ambiente caldo e comodo per i fannulloni più che un contesto adatto a gente animata da amore per la ricerca, lo studio quale ‘cupiditas disciendi’, lo sport disinteressato e non commercializzato.
§
Sotto questo punto di vista, quella malattia inesistente detta depressione, che nei secoli passati aveva favorito l’opera di scrittori, politici e ricercatori, stimolandone l’attività, veniva ora ‘curata’ controllando le vittime, non proteggendole, ma sottoponendole alla duplice umiliazione della persecuzione e della sorveglianza.
Quelli che riuscivano a sollevarsi dalla depressione, tornavano nel gruppo, nella societas hominum, ma se per caso esageravano nel risollevarsi e acquistavano la parvenza di individui ‘euforici’, magari perché eccedevano nell’attività lavorativa o in qualche critica al contesto, allora si passava verso di loro alla diagnosi d’un’altra inesistente malattia socialmente opportuna ed utile, il bizzarro ‘disturbo bipolare’.
§
Così i depressi iperattivi erano doppiamente individualizzati, come il dio Giano, d’un male che li portava alla inattività e d’un altro che li conduceva ad un … eccessivo benessere.
In questo modo un depresso che lavorasse eccessivamente, che volesse rendersi utile, pur non presentando assolutamente alcun sintomo di depressione, veniva definito un bipolare, e quasi allontanato dal suo lavoro e costretto ad una attività umiliante e meschina, pur avendo ottime attitudini. Lo si inviava ad un’altra mansione e gli si impediva in pratica di impegnarsi al pieno.
Lo si poteva anche associare ad un altro suo simile che, al contrario, aveva accettato la tutto sommato comoda sistemazione di ‘malato’ e allora si assisteva alla penosa rappresentazione del fannullone di mestiere che ostacolava e scherniva il forzato della attività limitata.
Tutto questo era organizzato da medici, da giudici e da personale educativo, come si definiva il personale della scuola.
Quando Rufus iniziò il suo lavoro di stesura della Carta dei Servizi del Liceo Classico Statale Dante Alighieri provava un vago senso di pericolo e di rischio, non ben identificato, e non poteva certo immaginare che alla fine di un lungo e impegnativo lavoro, condotto spesso con mezzi e spese personali a casa, in compagnia del silenzioso e maestoso Argos, sarebbe stato trattato come un elemento da depennare.
§
In fondo tutti sperimentiamo il tema dell’esilio nella nostra vita e nella vita di chi ci vive accanto.
Che sia un’esperienza reale o simbolica, è comune a tutti.
Può trattarsi anche di un atteggiamento assolutamente soggettivo, un tentativo individuale di allontanarsi dal contesto abituale proiettato poi nelle intenzioni degli altri, come se fossero loro a volerci allontanare.
Insomma, esilio o autoesilio?
Nel caso dell’autoesilio, si potrebbe parlare di evasione, fuga o migrazione.
§
Ma certamente, se entravano in ballo la persecuzione, la condanna alla partenza, l’espulsione conclamata, di qualsiasi tipo di partenza fra queste si trattasse, poteva ritenersi certamente esilio, ostracismo, espulsione o cacciata.
Ma in quel particolare momento nessuno pensava che si sarebbe realizzato un evento tanto estremo.
Meno che mai lo pensava Argo, che continuava la sua vita con apparente maggiore soddisfazione, visto che era aumentato il tempo che il suo amico trascorreva con lui.
eta
Già alla fine di febbraio era pronta la bozza della Carta, o Charta, come qualcuno in altre sedi la chiamava.
Rufus, che aveva sempre avuto una passione per la ‘kappa’, scriveva di tanto in tanto ‘Karta dei Servizi’.
Scriveva fino a notte inoltrata.
§
Senza accorgersene aveva spesso scritto fin quasi alle cinque del mattino.
Sentiva a quell’ora i pescherecci partire per la pesca.
Dormiva poche ore, forse due, poi andava a scuola.
Nel pomeriggio faceva una ventina di kilometri in bicicletta sulla panoramica, poi recuperava qualche ora di sonno.
In questo modo, con orari così sballati non poteva certo condurre una modalità di vita socialmente accettabile.
Non poteva frequentare i suoi simili nelle ore in cui tutti si riunivano per gli incontri rituali religiosi, ludici o politici. In effetti era stata proprio la sua grande voglia di socializzare e di incontrarsi con gli altri a portarlo a quel tipo di isolamento attivo e socialmente impegnato, ma non socialmente vissuto.
Avrebbe forse dovuto essere meno puntiglioso, presentarsi con maggiore semplicità.
Con maggiore, o con minore umiltà.
Questo era il nocciolo.
Gli sembrava di essere umile.
Eppure anche di essere altezzoso.
Aveva sempre svolto mansioni umili, all’occorrenza, senza grossi problemi.
E lo faceva ancora.
Mentre vedeva tipi capaci di consigliare umiltà ma intenzionati a vivere in tutta superbia e spocchia.
Il fatto era che la sua ricetta di socializzare era destinata a fermarsi agli antipasti.
In fin dei conti, era pur sempre qualcosa e doveva contentarsi. Il suo grande amico Argos non si poneva certo alcun problema. A lui Rufus andava proprio bene.
Insieme, quando uscivano con il guinzaglio di pelle comprato anni prima, e a caro prezzo, o con quello rosso acceso, con Rufus che si vestiva sportivo, con i pantaloni di velluto e la giacca con tante tasche, comoda e calda, facevano proprio una gran bella figura, specialmente quando Argos era calmo e sereno e camminava a sinistra con il suo passo felpato e dinoccolato.
Se però incontravano un altro cane, guai se fosse un husky, perché Argo si irritava, ringhiava e abbaiava, o latrava, ed erano guai per le gambe di Rufus.
A primavera la Carta fu approvata dal Collegio dei Docenti.
Tuttavia il preside non provvide al riconoscimento del tempo impiegato per la stesura lunga e laboriosa del documento. Arrivò l’estate.
Una lunga estate calda, torrida.
Un giorno Rufus uscì in bicicletta.
Lungo la salita sentiva un rumore ritmico al pedale.
Così decise di andare ad Orbetello, dove aveva comprato la bici.
Incontrò Franco, il rivenditore, e gli espose il problema, ma lui gli disse di ripassare un’altra volta.
Tornato a casa prese il martello di gomma e sistemò la corona ed i pedali, a modo suo.
Poi strinse le pedivelle con le leve adatte.
Sentiva un po’ di stanchezza dopo aver fatto una sessantina di chilometri ed aver lavorato ai pedali. Il giorno dopo si alzò presto.
Mise il guinzaglio ad Argo, contentissimo e irrefrenabile quando si trattava di uscire, e scese in paese.
L’aria era fresca a quell’ora e c’era pochissima gente.
Percorse tutto il lungomare sotto il sole.
L’acqua era azzurra, scintillante sotto la luce. Il percorso era piuttosto lungo e si poteva giungere fino alla parte opposta del paese, ai cantieri navali, dove si riparavano panfili e pescherecci.
Qui una galleria portava ad una spiaggetta assai frequentata d’estate, la Cantoniera.
Era uno dei posti preferiti da Argo.
Qui Rufus aveva preso alcuni sassi per il giardino, quando il suo amico era piccolo.
Sassi rotondi, mattoni rossi bucati.
E sempre qui Argo aveva preso confidenza con il mare, bagnando le sue grosse zampone avana nell’acqua salata.
Rufus amava il suo pastore, e soltanto lui avrebbe potuto avere tanta pazienza con l’esuberante carattere del belga.
Che poi fosse pastore belga, era incerto.
C’era forse del maremmano, in lui, e del pastore tedesco. Rufus lo c considerava un pastore ‘europeo’. Al ritorno era rituale la sosta al grande forno di Alocci, al Valle. Argo adorava la schiaccia alle cipolle.
Poi iniziava il lento ritorno alla collina del Pianetto.
A volte sceglievano la strada lungo l’aeronautica, accanto al cimitero, così potevano di lontano salutare la casa ultima della Mamma, che sicuramente si sarebbe sentita sollevata a vederli camminare e distrarsi in modo così salutare.
Salivano per una stradetta sul Campone, oltre un deposito di materiale edilizio, accanto ad un torrentello e più su, fin dove si vedeva il porto dei traghetti e il mare blu, con la costa della penisola di fronte e la laguna, a destra.
Poi la strada si metteva in piano e si arrivava alla Fortezza. Alla panoramica e di qui si giungeva a casa.
Una volta rientrati, il canone si sdraiava sul divano, con la sua aria assorta, e contemplava la veduta oltre la finestra.
Fu in una sera di luglio che Rufus, dopo aver lavorato con in computer nel suo piccolo studio, prese il giornale e si accinse a dargli un’occhiata prima di addormentarsi.
Notò subito un articolo che parlava della Carta dei diritti e dei doveri nella Scuola e un’intervista del Ministro della pubblica istruzione.
Nella pagina dello sport c’era invece un altro articolo che informava su un nuovo acquisto della Juventus: un giocatore promettente dal cognome elegante.
Un tempo aveva avuto un Alunno con quel nome. Lo ricordava benissimo.
...
Vjeri ...
Si addormentò convinto che quelle notizie sarebbero state di buon auspicio.
Qualche giorno dopo arrivò la sua rivista di informazioni scolastiche con tutte le istruzioni necessarie per riconvertire la Carta dei Servizi nella Carta dei Diritti e dei Doveri nella Scuola.
Si mise al lavoro ed in pochi giorni la nuova Charta era pronta.
Durante quell’estate gli era tornata la passione mai sopita per la musica.
Si ricordava di vecchie canzoni, di melodie passate e voleva riascoltarle.
Andava in un negozio di musica vicino al mare, giù nel paese vecchio, e lì trovava cassette e CD.
Baglioni, Battisti, Bobby Solo, e tanti altri cantanti a lui cari, specialmente nelle canzoni più datate, tornarono a cantare nella sua casa.
Argo apprezzava la musica.
Gli lasciava sempre la radio accesa.
Aveva l’impressione che in questo modo la musica coprisse eventuali rumori e le voci parlanti abituassero il suo compagno di casa ad una sempre maggiore socievolezza.
In effetti così era.
E comunque a lui piaceva avere sempre una o più radio accese in casa.
Gli davano compagnia.
Aveva l’impressione che in casa ci fosse molta gente che parlasse in modo pacato e familiare.
Non si lamentava mai della solitudine, e si direbbe che aveva fatto di tutto sempre per non evitarla, ma in realtà gli dava quasi un senso di fastidio fisico dover parlare solo e sempre con la sua mente, non avere mai nessuno che gli esprimesse un parere, una critica, un apprezzamento positivo.
§
Quell’ ostracismo atteso e quasi previsto che avrebbe ricevuto dalla sua scuola, che sarebbe stato quasi una partenza fatale e per certi aspetti provvidenziale, una specie di ostracismo silente, una dipartita voluta da circostanze nemmeno legate ad una precisa volontà del contesto di allontanarlo, ma ad una segreta e doverosa esigenza sua di ‘lasciare la 'compagnia ...' dei vecchi colleghi, come avrebbe detto Dante, era stato già da un pezzo assegnato ed attribuito alla sua persona a causa d’un carattere troppo accondiscendente e quasi arrendevole che lo portava ad una mitezza che veniva scambiata per una specie di debolezza passiva, superficialmente e frettolosamente.
Eppure, in effetti il suo carattere era forte, tenace, duro.
Molti anni prima si era accorto che nella sua vita si alternavano periodi di grande attività, di ottimismo a momenti di atteggiamento pensoso e riflessivo.
Spesso con l’arrivo della primavera diventava più dinamico, meno esitante.
Ma questa era una situazione di alternanza dell’umore che si ritrovava codificata anche in letteratura.
§
Il famoso frammento di Archiloco dedicato al cuore, affinché non esageri nell’esultanza e nell’abbattimemto, fa pensare ad un forma di autocontrollo dell’umore antica quanto la lirica greca.
Come pure l’odi et amo di Catullo.
Ma qui i due poli umorali si attraggono, coincidono.
§
Insomma, probabilmente la natura del suo carattere, che Platone avrebbe assembrato a quella d’un cocchio tirato da un cavallo nero passionale e da uno bianco razionale, il cui auriga si sforzava di conciliare e governare per non uscire di strada, impegnava così tanto la sua attenzione che fatalmente doveva commettere qualche errore nel rapporto con il contesto, con gli stessi altri carri, sempre attenti ad ogni elemento o movimento che sembrasse fuoriuscire dal piattume e dalla banalità delle ordinarie, vuote conversazioni fra amici, parenti o conoscenti e pronti ad allertarsi per reprimerlo o sopprimerlo come elemento nocivo.
La rappresentazione dell’anima di Platone era la dimostrazione che già in epoca greca e in piena classicità si aveva conoscenza della natura biunivoca e doppia della natura, dell’indole degli esseri viventi.
§
E si può immaginare che precedentemente anche Archiloco lo avesse chiaramente intuito.
Come del resto dovevano averlo capito tutti gli altri esseri viventi precedenti, sia pure in forma non specificatamente letteraria o filosofica.
La mitologia greca, il mito greco, erano pieni di allusioni alla biunivocità della natura umana, divina e animale.
I due ‘poli’ dell’olimpo erano Apollo e Dioniso.
Il futuro/passato contrapposto al presente, all’attimo fuggente.
I due poli dell’uomo erano la materialità, l’ebbrezza, la sensazione di potenza e la percezione della divinità, la melancolia, la fragilità.
I due estremi, o ‘poli’, mai potevano essere contemporaneamente in atto.
Amalgamandosi le due opposte tendenze davano luogo all’indole, al carattere d’un animale, d’una persona.
Presentandosi separatamente, ne provocavano atteggiamenti contraddittori o eccessivi, come d’una eccessiva malinconia, d’un furore o euforia troppo palesi ed evidenti.
La teoria filosofica di Dio come coincidentia oppositorum era applicabile dunque a tutte le sue creature.
Non solo l’uomo, ma tutti gli esseri animati possono essere considerati come creati, nati, fatti a somiglianza di Dio.
Sono essi stessi un frammento della divinità, della natura intera, di Dio.
E nel Figlio, in Cristo, si è prodotta quella lacerazione dolorosa delle due nature.
Nell’essere che è Uomo e Dio si è lacerata la natura apollinea da quella dionisiaca, si è prodotto il dolore fra un passato/futuro antitetici e colmi di appetiti ed un presente vuoto e infinito, privo di fede.
Il dolore e la sofferenza della notte sul monte degli ulivi, in cui conosce l’angoscia immensa, in cui si immerge nella depressione dello sconforto, e l’esaltazione della cacciata dei mercanti dal tempio, del discorso delle beatitudini sono i poli in cui si muove l’indole di Cristo.
E le parole dette alla Maddalena, non ci fanno pensare a quella forma di crisi affettiva nei confronti di parenti e amici, che talora colpisce i malinconici?
Cosa avete fatto voi, per me? Lei ha lavato i miei piedi con le sue lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Per non dire dell’invito palese ad amare i nemici.
E chi è, talvolta, il nostro più forte nemico, se non chi ci sta vicino, il cosiddetto ‘prossimo’?
Non è difficile amare i nemici.
A volte, anzi, è facilissimo, visto che per lo più non li vediamo, sono lontani, non ci infastidiscono nemmeno.
Ma quando il nemico è ‘prossimo’ ci annoia, ci minaccia, allora amarlo diventa una fatica.
Quando poi i nostri parenti, gli amici, che sono il prossimo immediato si fanno insistentemente, a torto o ragione, nostri avversari, allora diventa difficile davvero dare loro amore fattivo, che non sia solo comprensione fredda e passiva.
E anche l’amore, non è rischio e lavoro, sacrificio e capacità di accettare la normale ingratitudine?
Che si aiuti qualcuno è doveroso per tutti.
Solo i volontari sanno farlo a ore, una o più volte a settimana in luoghi deputati e con le attrezzature adatte.
Ma quanti aiutano chiunque, anche e soprattutto gli sconosciuti, senza pretendere nulla, neppure quel ‘grazie’ che non si nega a nessuno.
**
*
L’ingratitudine è la regola.
Guai se gli esseri animati e viventi fossero grati.
Perderebbero tempo ed energie preziose.
La gratitudine mangia le forze, distrae, ci distoglie dai nostri obiettivi.
Ci espone e ci fa correre rischi inutili.
Guai se gli alunni dovessero essere grati ai loro maestri. Nascerebbero legami di sudditanza.
E questo nuocerebbe all’ autonomia del discente.
Naturalmente se così accadesse sarebbero favoriti i precettori, le guide, i medici, perché avrebbero una corte di fedeli e grati clienti.
Dei veri supplenti dei parenti e degli amici, utili per diverse strumentalizzazioni, meno operative e funzionali.
Ogni essere deve imparare e volare, a nuotare da sé, senza contare troppo sul prossimo, e nemmeno sugli stretti parenti.
Ma qualcuno ha inventato tutta una serie di reti facilitatrici e protettrici, che possono salvare in caso di bisogno immediato, o di caduta.
La rete sociale, come la chiama qualche psicologo sapiente, ci libera dallo stress, dall’empasse, ci scarica la tensione con la chiacchiera e l’aiuto reciproco, anche il pettegolezzo fa brodo, è abreazione, liberazione dal peso.
Questa fitta rete di rapporti, di amicizie, complicità, che un tempo si chiamava in modi un po’ diversi, ci farebbe da facilitatore della vita, annullerebbe le ansie e le angosce.
Non ci si dice però per quale motivo diminuirebbe la possibilità di stress in persone che aumentano, con gli impegni e le conoscenze, i rischi di incontri falsi e di insuccessi.
Sarebbe come dire che per mancanza di senso di equilibrio ci viene consigliato di praticare l’alpinismo.
Se lo stress passa, se torna l’equilibrio, è segno che non si soffriva per questi motivi, ma per altri.
Per non parlare d’individui che sono sistematicamente ostacolati proprio dalle organizzazioni che dovrebbero favorire incontri sociali ed impegno comunitario.
Si potrebbe pensare che presenza di stress e isolamento siano come dei sintomi sincronici di un male sottostante e diverso.
Così se lo stress scompare con l’intrecciarsi dei rapporti sociale, è segno che le due cose procedono di pari passo con il cessare dell’isolamento.
Perché poi ci si trovi ad isolarsi, questo può essere dovuto ad impegni gravosi indipendenti dalla nostra volontà, forse anche alla presenza di problemi in famiglia, tali da assorbire molta energia.
E’ la mancanza di risolutezza, di energia e di forza, ossia lo spegnersi delle motivazioni che abbatte le personalità più dinamiche, e le avvia alla stasi.
Che poi stasi totale sempre non è.
Paradossalmente, una persona forte e attiva, abituata all’impegno e non all’evasione nella vita, ha necessità di situazioni che lo tengano desto,
Quando non sappia egli stesso procurarsene, e queste vengano meno, si trova a cadere in uno stato di torpore, di inutilità.
Se poi la sua azione precedente dovesse aver destato un qualche scontento, ecco che le ‘reti sociali’ contestuali provvedono ad isolarlo, a bloccarlo, con vari espedienti quali la falsa informazione, il pettegolezzo, assumendo la funzione, che un tempo era della mafia ed ora evidentemente è di associazioni parallele, di persecuzione e addirittura distruzione di personalità attive, troppo attive, non desiderate dall’etica selezionatrice della maggioranza.
E sappiamo che, soprattutto quando ha torto, ed è per questo che è stata inventata, la maggioranza ha sempre ragione.
Gli onesti, i deboli, i leali, i disarmati, gli indifesi, coloro che seguono e amano le leggi, le regole, non tanto per atteggiamento passivo e rassegnato ma per un senso di giustizia innato, sono apparentemente destinati a perdere, a soccombere. Sappiamo tutti, sempre che sia catastematico, che la ragione è dei fessi.
Nel senso anch’esso doppio che ha il termine ragione, di ‘soddisfazione’ e di ‘riconoscimento’.
In questo senso i furbi e gli organizzati hanno soddisfazione, mentre il riconoscimento spetta agli ingenui ed ai deboli.
Tutto questo, naturalmente, con largo beneficio di ironia.
§§ §
L’estate stava per finire.
A settembre iniziò un nuovo anno scolastico.
La mattina del primo settembre si alzò presto e portò Argo a fare un lungo giro.
Poi si avviò a scuola.
Entrò e cercò l’aula del Collegio dei Docenti. Per lui non c’erano sedie libere.
Tutti i posti erano occupati.
L’anno cominciava con un presagio non bello.
Il preside lo invitò a sedersi accanto a lui.
Accettò quasi di malavoglia.
La riunione si svolse secondo uno stile abbastanza caotico. Qualche giorno dopo il preside doveva andare alla sede di Manciano, ossia al liceo scientifico dipendente dal liceo lagunare.
Rufus propose di accompagnarlo e partirono con la sua macchina.
Durante il viaggio si scambiarono delle opinioni sulla scuola, delle informazioni sulla rispettiva esistenza e carriera di insegnanti.
Il preside veniva dalla Lucania, da un paese sul confine fra la Lucania e la Campania.
Nacque una specie di amicizia fra i due.
Rufus se ne sentiva quasi confortato.
§
La psicologia, scienza umanistica e quindi non pienamente scientifica e molto approssimativa sul piano della probabilità dei fatti e dei fenomeni, non è stata messa a disposizione e ad uso dei pazienti, ma del contesto che spesso vuole sbarazzarsi di essi, essendo molto più economico reprimere un limitato gruppo di individui che modificare un vasto ambiente umano complesso e numeroso.
La psichiatria, che dipende strettamente dalla scienza medica, anch’essa non del tutto scienza in quanto intrisa d’una componente umanistico letteraria, è in qualche modo figlia degli studi e delle ricerche che filosofi e poeti, prima di arrivare a Freud o a Jung, hanno compiuto sull’animo umano.
Inutile citare Eschilo, Sofocle, Euripide, oppure Socrate e Platone, Gesù e Buddha, per limitarci ai più noti.
La componente fisico chimica, che è la scorciatoia della scienza, presto ha prevalso su quella medico umanistica, e così adesso i ‘medici dell’anima’ praticamente non parlano con i loro pazienti, ma si limitano a somministrare loro farmaci, nei casi ritenuti gravi, e sali particolari, in casi ordinari.
In qualche caso somministrano tests standardizzati.
§
Probabilmente i terapeuti, medici e loro adiutori, non si rendono conto dell’effetto ‘antiplacebo’ dei farmaci e delle terapie, che spesso prostrano i pazienti con il loro aspetto aggressivo e castrante, con le astruse e inadeguate spiegazioni contenute in foglietti indecifrabili e frustranti, con lo strascico del pregiudizio.
Ho avuto esperienza d’un gattino a cui lacrimava un occhio.
E lacrima ancora.
E’ stato curato con farmaci usati per l’Aids e la leucemia, ma naturalmente da usare diluiti in soluzione e sgocciolati nell’occhio.
La stessa cosa si per l’uomo, che purtroppo non è un gatto, perché legge certi foglietti e cade in uno stato di malessere malinconico indotto da una terapia frustrante e castrante.
§
Per non parlare di quello che si può definire, e Ruphus aveva la paternità di questa teoria, l'effetto ... alòne ...
In pratica, a dirla breve, aiutare o curare a nulla serve se mentre un nuotatore in difficoltà sta per soccombere, o comunque annaspa goffamente, come un pubblico sguajato chi lo osserva quasi se ne diverte e si compiace in qualche modo di non essere al suo posto.
Questo non solo rallenta, ma annulla ogni gener edi aiuto, iterando la difficoltà e rendendo preferibile il silenzio ed il disinteresse totale e assoluto ad un interesse scempio e foriero di danno diretto e indiretto.
§
Fra le ultime lettere che aveva scritto per la sua scuola, una era indirizzata al Ministro dei Lavori Pubblici, Antonio di Pietro, che gli risponderà invitandolo a 'resistere' e che avrebbe conosciuto di persona successivamente prorpio all' Argentario, e in quella Rufus chiedeva la costruzione d’una scuola nuova per il Liceo e il Professionale di Orbetello.
§
"E’ un uomo di cultura … ci scriviamo … avrebbe detto il Senatore molisano ai suoi amici presentando Ruphus … ed in una lettera, repetita juvant, gli avrebbe scritto … ‘…il consiglio che mi sento di darTi è di non arrenderti mai, nonostante le incomprensioni dei Tuoi Colleghi, e di svolgere il Tuo lavoro con correttezza e competenza…’ …
§
Teneva molto a quella semplice lettera, a quell’incontro, a quelle parole simili al pensiero suo e a quello di Antonino, suo Padre.
Era la lettera che chiudeva il suo rapporto didattico con il "suo" Liceo bifronte, un po’ classico e un po’ linguistico.
Chiedeva una casa nuova, un edificio scolastico per il Professionale ed il Liceo, per tutti gli Alunni lagunari.
A dicembre venne Natale, e fu il Natale di Argo.
Solo, nella piccola casa vicino al mare, Rufus leggeva e scriveva.
Argo, di solito misurato in ogni occasione, fece tante feste alla sorella, sembrava impazzito dalla gioia.
§
A maggio gli fu comunicato che avrebbe dovuto prendere servizio come Coordinatore delle Biblioteche Scolastiche del Distretto n. 37 di Orbetello presso l’Ufficio stesso del Distretto.
Quella mattina durante la pedalata sulla panoramica bucò ed il tubolare della bicicletta si sgonfiò, creandogli seri problemi.
Riuscì a rimediare in qualche modo e si presentò al Professionale. Lo accompagnarono in biblioteca.
Nello stanzone, con grandi finestre colme di sole, al centro del pavimento erano confusamente accatastate centinaia di libri.
Ora capiva che genere di lavoro lo attendeva.
Restò per qualche tempo nello stanzone.
C’era anche un vecchio computer Olivetti.
Ad un certo punto la porta si aprì ed entrò quasi trafelata una professoressa.
Scambiarono alcune idee, alcune impressioni sul metodo e sul sistema di collocazione dei volumi negli scaffali, poi Rufus se ne andò e fu accompagnato nel suo ufficio.
Lo accompagnarono la preside che fungeva da presidente del Distretto ed un’impiegata.
Gli spiegarono quel poco che c’era da dire sull’ufficio, grande due stanze più un corridoio.
Capì che sarebbe stato del tutto solo, in barba alla rete sociale.
La fotocopiatrice. però ... era parlante ...
Per qualche giorno non tornò al Professionale.
In qual palazzo aveva insegnato tanti anni prima, alle 150 ore.
Fu la professoressa che aveva incontrato in biblioteca al Professionale a prendere l’iniziativa, e lo invitò ad andare ancora in quella scuola.
Trovò un ambiente diverso, i libri erano stati già quasi del tutto sistemati.
C’erano diverse insegnanti intente a lavorare nello stanzone.
Nei giorni seguenti fu agevole provvedere alla collocazione dei testi, alla cartellinatura, alla scrittura delle schede.
§
Successivamente avrebbe provveduto lui stesso alla registrazione di tutte le schede sul computer, grazie ad un programma ISIS fornito dalla Biblioteca Pedagogica Fiorentina.
Quelle poche settimane di maggio e di giugno che precedettero la chiusura delle scuole furono per lui assai interessanti e intense.
Anna Maria, come si chiamava la professoressa che lo aveva esortato a collaborare nel Professionale, gli fu di grande aiuto, ma lo confondeva, anche, esortandolo all’uso del computer quando la scuola era a corto di macchine adatte e di programmi adeguati.
Il pomeriggio Rufus, a casa, dopo la passeggiata pomeridiana con Argo e in bicicletta, cose a cui non poteva e voleva assolutamente rinunciare, si dedicava per ore alla comprensione dei programmi informatici della biblioteca che aveva registrato e portato su floppy con sé.
Non faceva che provare e riprovare, installare e reinstallare, perché c’era sempre qualcosa che non gli quadrava.
Stava comunque diventando un vero esperto di quei programmi.
Non capiva solo una cosa, come si stampavano le schede con ISIS e ISIS30.
E non capiva nemmeno perché la scuola non avesse scelto IRIDE, un programma molto più agevole, manovrabile, dalla semplice impostazione grafica a colori su cui risultava comodo intervenire graficamente.
Soprattutto la stampa era estremamente comoda.
Misteri della scuola.
E pensare che qualcuno un tempo gli aveva detto che solo le persone sagge, ossia ‘normali’, scelgono le vie più agevoli e semplici.
Forse non voleva solo parlare della sua categoria sociale, quella dei ‘sempliciologhi’.
Quando venne la fine dell’estate, la sua collega scelse di ritornare ala sua scuola di Grosseto.
Ora doveva cavarsela da solo, veramente.
Ma si tennero in contatto, almeno telefonicamente, e si videro un paio di volte.
A Natale decise di visitarla a Grosseto, e da allora si frequentarono fino a sposarsi, a Maggio.
L’ultimo di dicembre del 1997 andò a Grosseto con Argo e insieme ad Anna passeggiarono a lungo insieme.
Argo era favoloso, nel pieno fulgore.
Splendido, forte, fantastico.
Fu affabile e gentile e fu ribattezzato Argo pronubo.
Seguirono mesi in cui Rufus fu molto indaffarato.
Si presentava una situazione che lui non aveva assolutamente previsto.
Vista la situazione scolastica a Orbetello ed il reiserimento che lui prevedeva molto difficile nel suo liceo, pensava che fosse molto meglio tentare il trasferimento a Grosseto.
Così cominciò a preparare prima di tutto il trasferimento di Argo, visto che non voleva assolutamente separarsi dal suo amico fidatissimo.
Anzi, dalla sua famiglia, ormai.
Ma non era certo facile l’impresa.
Eppure, una volta tornati dal viaggio di nozze, fu necessario affrontarla a viso aperto.
La prima conquista per Rufus fu quella di riuscire ad ospitare Argo in casa.
L’idea della suocera era di farlo soggiornare in un angusto casotto in giardino.
Argo non amava affatto quel posto.
Un compaesano della suocera si lamentò perché Argo avrebbe potuto disturbarlo abbaiando, e così fu predisposta una camera in tutta fretta.
Questa fu la Stanza di Argo.
Nella stanza studiava e scriveva Rufus, soggiornava Argo e trovava posto una piccola ma ben fornita biblioteca.
La biblioteca di Argo.
La stanza presto assunse l’aspetto di una specie di bazar, con animali di peluche, attrezzi vari, materiale informatico con computer, scanner e stampante, vestiti e borse.
A dire il vero quella camera era prima un guardaroba, e continuò ad esserlo per un pezzo.
Spesso Rufus pensava che forse lui non era altro che un arnese rotto, in qualche modo capitato in mano a gente che non butta va via mai niente…
Anna ed Argo erano i suoi custodi sapienti e buoni.
Per prima cosa si trattò di sistemare la porta, con una catenella ed una chiusura a gancio di ottone.
Esternamente fu sistemato un piccolo chiavistello.
Così la porta poteva esser lasciata semichiusa ed Argo poteva sentire i rumori della casa.
Gli avrebbe fatto compagnia.
Una grande branda gli serviva per riposare, con una soffice coperta per supporto.
Una grande busta di Eukanuba sempre sufficientemente piena e due grandi ciotole, una di metallo per l’acqua l’altra, celeste, di plastica, per le crocchette gli sarebbero servite per i pasti. Insomma, si preparava un buon soggiorno, dopotutto, per il canone. Così Rufus, cambiata la scuola a cui si era dedicato per quasi vent’anni con assoluta dedizione, quasi con amore e passione, dovette tornare ad insegnare nello stesso paese, a poche centinaia di metri di distanza dal liceo, al professionale.
Cambiata la scuola, stesso ambiente, stesso clima, quasi stessa gente.
Insegnava ai parenti degli alunni del linguistico.
Questo era il cambiamento di ambiente e contesto tanto auspicato nella relazione dell'ispettore di due anni prima e raccomandato dai clinici.
Aveva lasciato, eliminata la sua cattedra per far posto al linguistico, l’insegnamento del greco, che avrebbe recuperato se fosse rimasto al liceo, quello del latino, e in cambio doveva riprendere l’insegnamento di materie moderne ma ... inconsuete ormai per lui, lasciando la letteratura classica che conosceva bene.
Fu un anno faticoso, anche perché doveva spostarsi per quasi cento chilometri al giorno con la sua bella, vecchia Renaut 19, visto che non gli fu possibile mettersi d’accordo con i colleghi che venivano da Grosseto con il turno macchina, ossia mettendo a turno la propria macchina a disposizione un giorno la settimana.
Non aveva mai sperimentato questo tipo di viaggio, perché aveva scelto sempre di viaggiare individualmente, anche perché era capitato sempre in posti dove non andavano i suoi colleghi. Ad aprile ruppe il motore e dovette lasciare l’auto ad Albinia per più di due settimane.
La spesa fu notevole.
Era demoralizzato.
§
Sembra incredibile, ma molti tipi di demoralizzazione, non volendo usare il termine depressione inventato da qualche turista del mar Morto, sono indotti, eppure, invece di individuare le fonti e i responsabili, si maltrattano e si deridono spesso le vittime.
§
Passavano spesso. Argos&Ruphus, accanto alla grande basilica del Sacro Cuore e proseguivano verso l’istituto Commerciale, poi verso via Emilia e di qui verso viale Bulgaria, qui giravano a sinistra e ripercorrevano la strada verso via della Pace fino a casa.
Un giorno in via Calabria, proprio sotto la chiesa, gli si fece incontro un vecchio.
Non aveva paura di Argo, cosa insolita.
Gli chiese dei soldi perché voleva ritornare a Siracusa, la sua città.
Gli diede quello che aveva, poi gli promise che gli avrebbe mandato il resto a Padre Giancarlo, delle parrocchia.
Tornato a casa, diede 50.000 lire a sua suocera, perché le facesse avere al vecchio.
§
Non seppe più nulla di quel signore, e spesso poi si ritrovò a pensare se veramente fosse andato a Siracusa, e come fosse il mare in quella bella città della favolosa Sicilia.
Forse anche lì era grigio argento o scintillante come il mare di Napoli ...
§
L’anno successivo fu assegnato in utilizzazione all’Istituto Professionale Luigi Einaudi di Grosseto, sezione Alberghiero.
La sua scuola era per metà a San Rocco, ora Marina, e per metà nella cittadella degli studi in Grosseto.
Prima che lui arrivasse, le classi che gli avrebbero assegnato erano state date ad altri insegnanti e divise diversamente.
Quando Rufus si presentò per prendere servizio gli fu data una supercattedra di diciannove ore, mentre i suoi colleghi ne avevano di dodici o poco più.
Le classi che gli erano state date a Marina erano chiassose.
Si affezionò a quelle classi, a quegli alunni.
Nei giorni di maestrale vedeva la sua terra di elezione.
L' Argentario, in mezzo alle onde ...
Il regno di Argo.
Il pomeriggio c’era sempre qualche corso di aggiornamento nella sede centrale, in piazza De Maria.
Una bella piazza, ariosa, dove il giovedi facevano il mercato.
Fu un anno assai intenso, persino faticoso.
Non c’era assolutamente nulla di certo né di stabilito.
Tutto era soggetto a continuo aggiornamento, a formazione continua.
Rufus era una specie di Enea in mare aperto, di Ulisse a casa sua.
Quando l’anno scolastico ebbe termine, fu trasferito da Orbetello all’Istituto Agrario sempre a Grosseto, e dovette lasciare Aggiornopoli, il caro Alberghiero.
All’Agrario aveva consegnato al preside dei dischetti con programmi in html contenenti un poemetto sull’ulivo, scritto da alunni del sostegno e messo da lui in versi endecasillabi, ed un grammatica italiana.
Passarono i mesi.
Perché spesso nella vita chi asserisce di fare il bene produce solo male, contro le sue intenzioni, e chi vuol fare male, finisce col fare suo malgrado un gran bene?
Insomma, le strade dell’Inferno sono lastricate di buone intenzioni.
E in Paradiso non ci si arriva solo in aereo.
§
§§
§§§
Dell'Agrario ricorderà poi solo la bibliotecaria, una Poetessa, Alessandra ... e la stanza dei libri, senza finestre e bianca di luce al neon ...
§§§
§§
§
Si rese definitivamente conto allora che l’insegnamento non esiste, esiste solo l’apprendimento più o meno guidato, e quindi sarebbe stato poco disonorevole per lui rinunciare per sempre all’idea di voler essere s tutti i costi un insegnante scolastico.
Avrebbe, sì, continuato ad insegnare, ma in un nuovo senso, nel senso che sarebbe stato un facilitatore dell’apprendimento e, visto che non era possibile operare in questo senso nelle scuole italiane, lo avrebbe fatto in qualsiasi sede, ove fosse stato possibile o necessario.
Dall’Agrario fu trasferito al Commerciale.
Vi passava accanto con Argo durante le passeggiate mattutine.
§
Quando fu convocato a scuola, Rufus andò in presidenza per parlare con il preside.
Fu sistemato per il momento negli uffici della Presidenza.
Arrivò il periodo di Natale.
La scuola si spopolò.
Dopo le feste fu accompagnato nella Biblioteca.
Come quasi già gli pareva di sapere ...
Era un tipo di lavoro che aveva fatto tante volte, a Massa Marittima, a Manciano, Grosseto e a Orbetello, nel Ginnasio liceo.
La biblioteca era formata per lo più da volumi di economia.
Rufus era abituato ad un tipo di letteratura umanistica, di tutt’altro tipo.
C’erano anche volumi di narrativa, enciclopedie e collana, ma non erano state rinnovate da molto tempo.
Riuscì a compilare, facendolo firmare dai docenti di lettere, una serie di elenchi di volumi di narrativa da sottoporre all’attenzione del preside e del consiglio d’istituto per un eventuale acquisto.
§
I volumi erano disposti in scaffali distribuiti in un ampio vano rettangolare, in parte lungo le pareti, in parte a pettine, nella parete di fondo.
C’era anche una folta raccolta di gazzette ufficiali e pubblicazioni simili.
§
I mesi passati con il collega di biblioteca, in qualche modo furono utili per recuperare un insieme di valori affettivi che nel mare delle odissee scolastiche Rufus aveva smarrito, e di questo doveva essere grato soltanto a lui, che usandolo come assistente in realtà lo aveva assistito ed era stato assistito.
§
Il suo Collega aveva una filosofia della vita e una ideologia della morte, e occorreva benevolmente rispettarle.
Infine, erano circondati da libri i cui Autori erano quasi tutti scomparsi, estinti, come Cristo, i Grandi della Filosofia e dell'Arte.
Urgeva concepire amore e rispetto per questi, Vera Energia della Vita.
§
Non banale retorica del disprezzo dell'estinto, ma affetto per chi è sull'altra sponda ed ha lavorato e sofferto, scritto pe noi.
§
Questo voleva far capire ed intendere il mio Collega.
Gli Autori?
Li considerava da sempre i compagni delle sue notti, come se fossero vivi e in qualche modo con lui.
Chiunque, leggendoli, ricordandone le Parole poteva portarli con sé, parlare con essi.
Conoscere nelle loro opere il loro pensiero.
§
Loro avevano sempre protetto tutti nei momenti difficili, avevano insegnato, anche a costo di contraddire il contesto, le loro idee, comunicato i loro sogni.
§
E i sogni generano speranza e progresso.
Non i falsi sogni e i miti bugiardi inventati per gli stolti.
I sogni di cose giuste e buone, i miti delle passioni dell'uomo, guardano gli uni al futuro e gli altri al passato.
E noi?
§ Noi siamo nel presente, dove sogno e mito, giorno e notte si toccano e si confondono.
§ §§ §§§
Essi dunque sanno il nostro nome, conoscevano le debolezze e la forza di ognuno. §
§§§
§§
§
Argos conosce questa abitudine, e l’ha accettata.
Quando lo sente abbaiare è perché un demone si è intromesso, e lui lo scaccia per proteggerci.
_§_a d VIII IDAS PHEBRUARJAS_ §_XVI post Argum natum_§_
§§§
§§
§
àlpha&bht ...
Argos o Kyon Talasiphronos Odysseos ...
§ a d IV I M _ MMVII
§§§
G d J
§
"Xanta"
Polilitio
Dream Room
Argos&Ruphus Editori
§§§
§§
§
... ss croggn k'appicc fa 'mbkà tutta la 'ndoccia ... s'nz'mboka ss'trtur t'ajja da' n' scssciatur ...
§
... dimm Tu k mm sci ffatt ka t send ogni mmend sciussc sembr da ss' fratt viend k m porta anniend ...
§§§
§§
§
LETTERE SPEDITE FRA IL 2003 E IL 2006 AI SOMMI PONTEFICI KAROL E JOSEPH ALOIS ...
LE LETTERE A KAROL DEL 2003 E 2004 IN LATINO IN SEGNO DI AMORE PER LA LINGUA DEI PADRI E DI UMILTA' QUINDI EBBERO DUE RISPOSTE CON UNA SPECIALE BENEDIZIONE APOSTOLICA
Si Christianus latina lingua Vobis loquor, mihi, Sanctissume Pater, sicut ante aliquot menses, cum Vobis Johannes erat Sanctum nomen, iterum atque iterum parcite.
Manum et operam Vestram magis verbo, quamvis dilectum, tamen in praesentiarum malo.
Hodie, multas per gentes et multa per aequora vectus, has, Pater, advenio ad multas preces.
Multo tempore exacto Antoninus, Pater meus, terribili morbo ictus, horribile dictu, perisse visus est, nocte, VII a I Julias MIXXXM, Romae, ad Gemellorum hospitia, paucis praesentibus Sanctis Sororibus Christi.
Duos quasi ante menses, domi, Argentario in monte, Sancti Stephani, die matutino, dum candidi Soles fulgebant, avesque hirundinesque in aere volitabant, d. X ante K. Junias, Matre pro domo laborante, Patri Antonino, omnes juvenes mulieresque in precibus Benedicenti, maximam lucem in coelo super aequora ponti videre visum, mirabile dictu.
Atque de ‘Salve Regina’ orationem ac precem ei dilectussumam clamabat Pater Ille suavissimus, me omnibus rebus cohortante.
Haec omnia Vobis, cui nunc et eis aiòna Sanctum, Suavissumum et Benedictum supra omnes erit nomen, saepe scripsi, Ecclesiaeque Principum Re, Sandri et Caccia, omniaque verba scripta manu sua misi anno MIMICV regnante Domino Jesu, Kalendis quasi Septembris, tamen fugit etiamnunc hora, fugit inesorabile tempus, sed verbo Vestro magis atque magis careo.
Augusto mense uno exacto anno omnia Patris Antonini et scripta mea Romam, Sancto Johanni Paulo Summo Pontifici et Vobis, Sancto Patri Benedicto, misi et idem feci kalendis circiter Martiis.
Quam ob rem Assessor Gabriel Caccia mihi apostolicam tertiam benedictionem ... mihi meisque iterum misit VIII ante Sept.Idas. Ad Pompeianam etiam ecclesiam eadem, paucis diebus exactis, scripseram.
§
§§
E vobis iterum hic et nunc verba de paterno ad omnes juvenes mulieresque amore, ut heri scripsi hodie mitto.
§§
§
Sanctissume Pater, Vobis maxumas gratias reddo, pro Uno et Omnibus.
Mihi meisque latina lingua scriptis verbis parcere opus atque onus Vestrum, Sancte Benedicte super omnes benedictos.
Tempus laetissimum durat.
Laetitia nobis et virtus, Vobis aeternitas atque vita.
Saepe iam, temporibus actis, Personis Sancto Karol Wojtyla et Vestris scripsi, atque Sanctam mihi atque meis Summi Pontificis Romanae Ecclesiae Benedictionem a Sanctussumo Karol libenter ac summa laetitia accepi.
Manum et operam Vestram magis verbo, quamvis dilectum, tamen in praesentiarum malo et hodie, multas per gentes et multa per aequora vectus, has, Pater, advenio ad multas preces.
Multo tempore exacto, tamen hodie bene reminiscor, Antoninus, Pater meus, terribili morbo ictus, horribile dictu, perisse visus est, nocte, VII a I Julias MIXXXM, Romae, ad Gemellorum hospitia, paucis praesentibus Sanctis Sororibus Christi.
Duos quasi ante menses, domi, Argentario in monte, Sancti Stephani, die matutino, dum candidi Soles fulgebant, avesque hirundinesque in aere volitabant, d. X ante K. Junias, Matre pro domo laborante, Patri Antonino, omnes juvenes mulieresque in precibus Benedicenti, maximam lucem in coelo super aequora ponti videre visum, mirabile dictu.
Atque de ‘Salve Regina’ orationem ac precem ei dilectussumam clamabat Pater Ille suavissimus, me omnibus rebus cohortante.
Super Cosanum aut Argentarium Montem, apud Homo Caput, duobus annis exactis tres catulas, sicut Patris Antonini mihi munus, invenii: Silva. Yle et Loi, quas domum mulieris meae, Anna Maria Magdala, Rosetum libenter tuli.
Multas illis catulis et aliis, Donato et Grigio, quos domi habemus, Pontificis preces e Benedicto quaero.
§§§
Haec omnia dilectissumo Carolo Sancto et igitur Vobis, cui nunc et eis aiona Sanctum, Suavissumum et Benedictum supra omnes erit nomen, scripsi et iterum scribo, Ecclesiaeque Principibus Re, Sandri et Caccia, omniaque verba scripta manu Antonini misi anno MIMICV regnante Domino Jesu, Kalendis quasi Septembris.
Vivere alios juvando et simul multa aut pauca scribendo insuevit me Pater meus optimus.
Insuevit pariter Mater dulcissima.
Augusto mense uno exacto anno omnia Patris Antonini et scripta mea simul Romam, Sancto Johanni Paulo Summo Pontifici et Vobis, igitur, Sancto Patri Benedicto, misi et idem feci kalendis circiter Martiis.
Quam ob rem Assessor Gabriel Caccia mihi Eius apostolicam benedictionem iterum misit VIII ante Sept.Idas.
Ad Pompeianam etiam ecclesiam eadem, paucis diebus exactis, scripseram.
§
§§§
E Vobis iterum hic et nunc verba de paterno ad omnes juvenes mulieresque amore, ut heri scripsi hodie mitto.
§§§
§
Sanctissume Pater, Vobis maxumas gratias reddo, pro Uno et Omnibus.
Mihi meisque latina lingua scriptis verbis parcere opus atque onus Vestrum, Sancte Benedicte super omnes benedictos.
Vobis, qui estis Sanctissumus Benedictus Sanctus Pater
Romae
Benedicte, Sanctissume Pater,
Si Christianus latina lingua Vobis loquor, mihi, Sanctissume Pater, sicut ante aliquot menses, cum Vobis Johannes erat Sanctum nomen, iterum atque iterum parcite.
Quam ob rem Assessor Gabriel Caccia mihi apostolicam benedictionem iterum misit VIII ante Sept.Idas.
Ad Pompeianam etiam ecclesiam eadem, paucis diebus exactis, scripseram.
§
§§
E vobis verba de paterno ad omnes juvenes mulieresque amore, ut heri scripsi hodie mitto. Sanctissume Pater, Vobis maxumas gratias reddo, pro Uno et Omnibus.
§§
§
Mihi meisque igitur latina lingua scriptis verbis parcere opus atque onus Vestrum, Sancte Benedicte super omnes benedictos.
Tempus laetissimum durat.
Laetitia nobis et virtus, Vobis aeternitas atque vita.
Vobis, qui estis Sanctissumus Benedictus Sanctus Pater Romae
Benedicte, Sanctissume Pater,
Si Christianus simul Ciceronis, Lucretii Vergiliique lingua Vobis loquor, mihi, Sanctissume Pater, sicut ante aliquot menses, cum Vobis Johannes erat Sanctum nomen, iterum atque iterum parcite, quia sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt, ac felix, rerum qui potuit cognoscere causas.
§
Saepe iam, temporibus actis, Personis Sancto Karol Wojtyla et Vestris scripsi, atque Sanctam mihi atque meis Summi Pontificis Romanae Ecclesiae Benedictionem a Sanctussumo Karol libenter ac summa laetitia accepi.
Manum et operam Vestram magis verbo, quamvis dilectum, tamen in praesentiarum malo et hodie, multas per gentes et multa per aequora vectus, has, Pater, advenio ad multas preces.
Multo tempore exacto, tamen hodie bene reminiscor, Antoninus, Pater meus, terribili morbo ictus, horribile dictu, perisse visus est, nocte, VII a I Julias MIXXXM, Romae, ad Gemellorum hospitia, paucis praesentibus Sanctis Sororibus Christi.
Egomet, Benedicte, triginta jam annis exactis, humile templum septem lapidibus super Aerikam montem apud Caput Hominis olim feci, et quotidie super illum Montem quem Caput Hominis clamant ab illo tempore saepissume ivi, pedibus mechanichas ciclicas rotas calcantibus, sine intervallo.
Ad Pompeianam etiam Ecclesiam eadem, paucis diebus exactis, scripseram.
E Vobis iterum mihi de paterno ad omnes juvenes mulieresque amore, ut scripsi, verba oro .
Sanctissume Pater, Vobis maxumas gratias reddo, pro Uno et Omnibus.
Mihi meisque latina lingua scriptis verbis parcere opus atque onus Vestrum, Sancte Benedicte super omnes benedictos.
Tempus laetissimum durat.
Laetitia nobis et virtus, Vobis aeternitas atque vita.
I j
G d J
§§§ §
GENNARO DI JACOVO
La Stanza dei Sogni
Polilitio
§§§
§
Sulla montagna e fra le morge era salita lentamente una nebbia grigia e umida che nascondeva le case e rendeva il paese biancastro e vago nella luce del crepuscolo.
Si sentiva in lontananza un cane che abbaiava.
Era Max il grosso cane di Don Michele che chiamava il suo padrone, il parroco di Polilitio, o Rosa, sua madre, piccola e minuta ma dotata d’una volontà forte e d’un carattere di ferro.
Fra poco sarebbe stata ora di cena.
Sopra le fornacelle la Mamma aveva messo da tempo le foglia di cavolo ben lessate a rosolarsi con l’olio, l’aglio ed il sale.
A parte aveva cotto una tonda pizzagrandign, focaccia di grandigno, il mais delle campagne del paese, e fra poco avrebbe sframmicato la focaccia calda nella verdura, mischiando le patate per preparare la mbaniccia, il piatto tipico della zona.
§§
§
La gente del paese chiamava anche ‘fogliapataneppizza‘ quel piatto prelibato, ottimo anche con un condimento essenzialmente vegetale, come olio, aglio leggermente soffritto e qualche spezia a scelta, senza esagerare.
§§
§
Nella bottega paterna guardava la pioggerella scendere fitta e si sentiva struggere.
Non poteva restare lì con quella gente in un paese piovoso, a lavorare in una bottega d’orafo, col padre e la madre, quando c’erano tante cose da vedere, da assaggiare, da vivere..
Il fratello era già andato via, prima per vivere la sua vita di universitario, poi impegnato dalla guerra e infine a Roma, con la sua attività di avvocato, la sua famiglia nella villa dei Parioli.
Le sorelle erano in America.
Nessuno della sua famiglia aveva potuto vivere in quella terra, come per effetto di una ineluttabile volontà di allontanamento e di dispersione.
Qualcosa spingeva lontano la nave dei progetti dei figli di quella grande famiglia, ma questo accadeva solo da una generazione.
Rocco salì in cucina per la scaletta di legno che dava nel corridoio.
§§§
§§
§
Attizzò il fuoco, controllando istintivamente lungo la cmmnera l’alto quadrato di cielo sereno e chiaro circondato da un nero rassicurante, poi assaggiò la verdura e si complimentò con la mamma.
Lungo la cmmnera tutto era a posto.
R' kttur, cttur, p l taqqnell, il paiolo, cotturo, sempre pronto per le tacconelle, le sagne quadrate di pittla, sfoglia all’uovo, gettate una ad una nell’acqua bollente, proteggeva dalle scintille il lungo camino, la cmmnera.
Nessuna ''vecchia'', ossia nessuna scintilla aveva infuocato le pareti.
§
§§
§§§
Quando arrivò suo padre, si accomodarono a tavola.
‘Papà, disse Rocco, devo andar via da questo paese. Qui per me c’è poco da fare ...’
‘Ma come ... ci sono le Terre, il bosco e l’oreficeria ... Possiamo lavorare insieme e tu puoi costruirti una famiglia, qui, a Polilitio ...’
‘No, papà ... andrò a Roma. Mi basterà avere da te il denaro necessario per avviare l’attività. La stessa cosa mi sembra hai fatto per le mie due sorelle partite per l’America.
Una volta avviata l’attività, vedrai che tornerò a trovarti. Andrò a Roma, da mio fratello.
Abiterò a casa sua.
Vedrai che tutto andrà bene ...’
‘E ci lascerai soli, qui in paese. Di tanti figli, non resterà nessuno qui con me ...’
Non sapeva che il suo fratello prediletto si stava occupando e preoccupando del suo futuro. Per ora soltando sottoponendo il padre ad un serio, ennesimo sacrificio economico per provvedere alla partenza del figlio più giovane.
Terminato il pranzo ognuno tornò alle ordinarie occupazioni.
Ormai la notte era scesa sul piccolo paese pieno di sassi, di rocce, tanto che avresti detto che anche la carne, le ossa e l’anima, se ne hanno gli umani, erano di sasso.
Alla domanda ‘come stai?’, si usava spesso rispondere ‘come n’ zzass ...’. Come un sasso, per dire: benone.
Gente speciale, quella di Polilitio. Austera, arcigna e rude.
§
Silenziosa e testarda, poco incline all’ attività della lingua e più a quella della memoria, poco amante della polemica e del cicaleccio del pettegolezzo, che gli psichiatri oggi, non sapendo più cosa consigliare e quasi dove sbattere la testa, rivalutano.
§
Era scarso il pane e ancora di più il companatico in quelle terre, ma a casa di Rocco certo non mancava nulla.
Eppure, la mamma ed il babbo erano generosi con tutti, non si comportavano come tangheri o come spilorci.
Erano generosi, e nessuno usciva più povero dalla loro casa nel cuore del paese antico.
Le terre erano concesse ai parzonauoli, ai fittavoli, senza balzelli esosi, anzi, si concedeva loro gran parte del raccolto, come se coltivando le terre dei Colli alleviassero le preoccupazioni dei proprietari e solo per questo meritassero un qualche premio speciale.
In paese le case erano ammassate lungo stradette strette e in salita, con una stalla, sotto la cucina, ove dimoravano somaro e maiale.
Gli animali vivevano in simbiosi con l’uomo e si sacrificavano con lui e per lui.
Il somaro quotidianamente, lavorando e trasportando pesi e legna, frumento e gerle, sacchi ed otri, il maiale compiva un solo sacrificio, immolandosi e facendosi uccidere per fornire alimento per molti mesi.
Al piano terreno della casa di Rocco, figlio di Berenice e Donatello, non c’erano maiali e somari.
C’era una cantina dalla volta a botte, che serviva da ripostiglio e legnaia, con un pozzo per il drenaggio delle acque sotterranee.
E c’era un laboratorio per le attività orafe, la bottega e la banca.
§§§
§
L’inverno passava lento e gelido fra quelle montagne del Matese, con il rotondo monte Caraceno ed il suo piccolo gemello, il Collavalle.
Le nevicate più intense arrivavano a Gennaio, ma poteva succedere anche prima.
§
Il vento freddo del nord cominciava a soffiare a Ottobre, se non prima, e spazzava le vie sollevando polvere. La neve cadeva all’inizio dell’anno ed il vento la plasmava senza darle tregua, come nel deserto il Ghibli con le dune. Si creavano refole nei posti più imprevedibili, chiudendo le porte e le finestre a pianterreno.
In altri punti non c’era neve, ma un pulviscolo ghiacciato che si muoveva col vento su un terreno rigido, secco, gelato.
*** *
Gennaio era il mese della socializzazione.
Le famiglie scannavano il maiale ed era tutto un invito a cena, con piatti grassi e saporiti a base di carne.
Un gruppo di uomini nerboruti afferrava l’animale vittima dell’appetito dell’uomo e lo coricava su una grossa graticola.
L’esperto dello sgozzamento provvedeva a forare la gola del maiale, che urlava dispetatamente e si dibatteva forsennatamente, fino a quando non si fermava, privo del sangue che nel frattempo una buona donna aveva raccolto in una conca di rame.
Questo sarebbe poi servito per il sanguinaccio, una spècie di cioccolata dolce più o meno aromatizzata a seconda dei gusti con uvetta, chiodi di garofano.
Il maiale, che cristianamente così dava la vita per i suoi amici dal volto umano dimostrando chi è davvero capace dell’amore più grande, in poco tempo era aperto, sezionato, diviso in numerose parti funzionalmente affini.
Addirittura già di facevano le prime salcicce, a lunghe volute, da appendere a volute alle pertiche.
Erano le chiecate, le piegate.
Il guanciale, tenero e assai ricco di grasso, veniva cotto lentamente in un paiolo, dopo essere stato tagliato a cubi.
Veniva poi consumato con molti sottaceti, per antipasto, mentra il grasso gelava nei piatti nella case fredde ma riscaldate dalle calorie abbondanti, dal vino aspro di quei sanniti pentri e dal buonumore.
Tutto questo durava anche l’intero inverno, fino a febbraio, ma certamente si adoperavano per queste cene solamente le parti meno facilmente conservabili del buon animale.
Il resto doveva servire tutto l’anno.
La sugna, con le particelle di salsiccia, la ventresca, prosciutti e spalla, le chiecate delle salsicce e il lardo.
§ §§
Così, se è vero quel che dice un saggio filosofo, che l’uomo è ciò che mangia, e se il disprezzo che spesso gli uomini hanno per i veri amici è solo una penosa maschera capace di coprire viltà e debolezza, l’amico maiale passava la vita abitando prima nella parte inferiore delle case, scaldandola, poi passava a quella superiore, fino a diventare carne della carne del suo così possessivo ospite, donandogli vita e nutrimento essenziali.
§§ §
Si può mangiare tranquillamente un amico così grande senza disprezzarlo un po’, senza deriderlo e canzonarlo ogni giorno, senza inchiodarlo ad una grata e sacrificarlo, pur fra le sue giuste proteste, perché la vita è bella, anche in una stalla, con un somaro e gli avanzi per cena?
Il disprezzo e la derisione permettono all’uomo di distruggere, di uccidere senza provare senso di colpa.
Il senso di colpa logora, produce patologie psicosomatiche e rende la vita tediosa o addirittura insopportabile.
Sapere invece che un individuo è fuori dagli schemi, in qualche modo ‘strano’, anche se abita con noi, anche se è fondamentalmente innocuo, utile, aiuta l’uomo ad eliminarlo e persino a cibarsene.
Salvo poi a sostituirlo per ripetere il rito ipocrita e tragico.
§§
La storia del maiale, e fondamentalmente d’ogni amico dell’uomo, è quella dell’eroe tragico nel dramma del teatro greco classico.
E’ quella dell’eroe tipico dell’antico e recente mito, vittima dell’inganno e della perfidia di qualche limitrofo dei genitori più che della colpa dei genitori, veri ‘parentes’.
§
Nessuno fra gli studiosi della psiche, che si sono accaniti sulla figura della mater e del pater, ha considerato cosa mai combinano gli omogenetici immediati e prossimi di questi nelle vicende tragiche.
*** *
Poi, alla fine di Febbraio, passato carnevale con le torme di ragazzi mascherati con vestiti smessi che giravano per le case cercando cibo e dolci o frutta secca, si entrava con Marzo nel periodo precedente la primavera.
Nelle dispense restavano un po’ di grappoli di uva messa a conservare appesa alle pertiche, mele, noci e fichi.
L’inverno aveva indotto a consumare molte delle provviste vegetali.
L’amico maiale ancora era in buona parte appeso al soffitto, più secco e dimagrito, ma saporito più che mai.
Su, nel belvedere, dove si vedeva quasi tutta la regione, dalla parte montana fino a Campobasso, il sole cominciava ad essere caldo fin nella tarda mattinata e nel pomeriggio era possibile sostarvi gradevolmente.
In quelle giornate Rocco si incontrava con i suo amici del paese.
Avevano progettato di far preparare un terreno adatto, perché pianeggiante e protetto dal costone del monte, per farvi impiantare un campo da tennis.
Il posto era vicino alla stazione del trenino che collegava Polilitio a Lupone.
Le sue racchette erano d’ottima fattura, di legno chiaro con le corde d’agnello.
§§§ §
Un altro animale che si sacrificava per le umane attività questa volta ludiche.
A Maggio il campo sarebbe stato pronto.
Nel frattempo erano vivaci le attività che i giovani intraprendevano per vincere la noia della vita di paese.
Il teatro era la risorsa più considerevole, poi c’era lo sport.
C’era un gruppo di giovani che si dedicava alla costruzione di grossi modelli di aerei, con elica a molla, capaci di volare dalla località delle Croci fino al Collavalle.
Era la zona usata d’inverno per le sciate con sci di legno e attacchi arrangiati spesso con mezzi improvvisati, ma non privi d’una qualche geniale soluzione.
§§§ §
Tra questi giovani ce n’era uno particolarmente entusiasta ed attivo, lo avevano soprannominato l’Uomo, perché lui stesso si era scherzosamente definito così in una poesia.
Aveva fatto il Liceo, quello di Campobasso, e si era diplomato ottimamente.
Adesso aspettava e cercava un’occasione di lavoro.
Aveva presentato alcune domande come segretario comunale.
Il padre, Luigi, e la madre, Giovanna Battista, avevano messo al mondo numerosi figli. Lui era il primogenito.
I fratelli e le sorelle erano assai legati a lui, che da parte sua ricambiava sinceramente tutto il loro affetto.
L’estate era particolarmente bella e calda. Dall’alto del paese, all’ombra delle morge, si dominava l’alto Molise.
Il grano imbiondiva e ondeggiava come un mare giallo al vento.
Al fiume, l’uva cominciava a spuntare, le ciliegie scurivano, le piccole mele succose maturavano, le amarene e le cotogne con loro. I ragazzi invadevano gli orti per coglierle.
Nessuno li scacciava.
Era come se quella frutta fosse cresciuta non solo per i proprietari dei terreni. Le stesse recinzioni erano spesso assenti o molto male assortite.
I gelsi erano la preda più saporita e difficile.
Il loro frutto, rassembrato alle mbriqla, ossia alle more, macchaiava le mani, quando il frutto era scuro, e quel colore fastidioso, indice tra l’altro della mancanza compiuta, si toglieva solo accendendo degli zolfanelli fra le mani chiuse a cupola.
Per questo per cogliere quel frutto era necessario munirsi nella cucina di casa di una piccola ma adeguata quantità di fiammiferi.
Accendendo la fiammella, lo zolfo faceva impallidire il color magenta scuro, e così spariva un indizio che avrebbe procurato rimproveri ai ragazzi emuli di Agostino di Ippona, che da bambino, come lui stesso racconta nelle Confessiones, rubò in un orto delle pere, e non dei gelsi, che in mancanza dell’espediente degli zolfanelli gli avrebbero evitato il rimorso ed il conseguente pentimento rendendo manifesto il suo piccolo furto, prima che si trasformasse in un ricordo molesto d’una piccola ma fastidiosa mancanza di autocontrollo.
§§§
Tonino era ormai fuori dall’età delle scorribande negli orti d’estate.
Aveva da poco lasciato il Mario Pagano, il collegio dove aveva frequentato il liceo classico.
§
Aveva ancora nella mente i racconti di Tacito, di Tito Livio, di Erodoto e di Tucidide, le favole di Esopo e Fedro, i versi di Lucrezio, Catullo e Archiloco, la battaglie degli eroi omerici e le avventure di Ulisse con Penelope, Argo, Telemaco e i Ciclopi, quando era tornato nel suo paese carissimo, un tempo popolato dai Pentri, dai Caraceni, tribù dei Sanniti, rivali delle popolazioni latine per il possesso delle pianure campane, fertili e grasse.
§§
§
I Sanniti avevano dovuto cedere alla organizzazione militare, alla determinata ferocia dei Romani. Gli abitatori della arrogante Urbe, inventori di ossimori quali ‘ … summum jus, summa injuria … ‘, imposero la loro dura pax romana.
***
Ma a conti fatti, dopo tanti secoli, di Roma restavano le rovine, mal conservate dagli eredi attuali dei romani per nulla Romani, mentre dei Sanniti restavano degli esempi radiosi per virtù e amore della propria gente, della propria terra e in definitiva d’ogni gente, d’ogni terra.
Qualche sannita restava, insomma, sulle alture di Polilitio, mentre nessun romano invece era più possibile trovare, nemmeno a Roma.
E Tonino era davvero un sannita.
Amava la sua famiglia numerosa. Era il primogenito.
Amava anche lo sport. Il calcio, lo sci ed il nuoto.
Quest’ultimo avrebbe soprattutto praticato in India, prigioniero degli inglesi, sulla fine della guerra fra alleati e italo tedeschi.
Sua grande passione era la bicicletta, che provvedeva a tonificare la muscolatura in qualsiasi stagione dell’anno.
Lo sci ed il nuoto erano praticabili solo in determinate stagioni dell’anno e richiedevano una serie di particolari attività preparatorie.
Le strade erano sterrate, polverose, ma nemmeno si prevedeva cosa potesse essere l’asfalto, e quindi si accettava la situazione per com’era.
Le salite erano forti, a tratti durissime.
Ma poter disporre d’una bici da corsa come quella di Girardengo o di Binda era allora il massimo.
Voleva dire riuscire ad evitare di camminare a piedi, lentissimamente, riempiendo i piedi di polvere bianca, provare in un certo modo l’emozione di moltiplicare la propria forza muovendosi con un geniale leggerissimo sistema motore fatto di due pedali, una moltiplica, una catena snodabile, privo di complicati congegni e senza consumare combustibile.
§
La sua bici non aveva marce, ma un solo rapporto, durissimo.
Abitava in una casa sotto il Monte Caraceno, in cima ad una breve e ripida salita.
§§
Un giorno avrebbe lasciato quella piccola casa per una ben più grande, persino troppo, ai piedi di Corso Sannitico, quando si sarebbe sposato, in un lontano dicembre, dopo la guerra mondiale.
§§§
§
g ****
La nostra biblioteca
Sei sempre stato amante dei miei libri e delle buone letture o faticose che facevo nella casa del mare … parva sed apta tibi
§
sedevo per interi pomeriggi e tu mi facevi compagnia sdraiandoti nella piccola branda sotto lo scrittoio come un precettore paziente: mi vegliavi fino alle ore della notte e qualche volta uscivamo in quelle ore buie a contare le stelle lontane fredde e belle …
§
Mi manchi e dal vetro del grande corridoio accanto alla nostra biblioteca guardo la luce fioca della tua ultima casa ed è come se il tuo grande Spirito fosse sempre con me e la tua forza sostenesse il collare amaranto che ti ho comprato l’estate passata e che metto al mio collo ogni tanto
§
perché sarò il tuo cane umile e fedele e tu sarai per sempre il mio pastore:
portami tu lontano tirami forte ancora con la tua grande mano
sostienimi bene sopra le tue braccia come facevo io con te quando eri piccolissimo e ti portavo in collo nel paese del mare
dove per tanti anni hanno sorriso ai nostri sogni.
§
Dormi adesso mio caro pastore e assai veloci passeranno le ore come un tempo sorvegli che io lavori che io legga e che scriva
aspettando che venga il giorno che lasciati i miei libri io ti ritrovi sorveglia questa stanza colma di volumi
***
amico mio di sempre mentre io leggo vedo ancora la tua culla se tu sei qui per me non mancherò di nulla
§§§
§§
§
Il cane di Don Michele era enorme, nero, possente, e data la sua stazza a volte ne combinava di cotte e di crude.
Il parroco, che quanto a mole non scherzava certo, lo chiamava Vuojra, Borea, il freddo e impetuoso vento dei mesi dell’inverno. E l’inverno era davvero aspro, lungo e freddo a Polilitio.
Già a settembre si avvertiva un’aria fresca, che diventava fredda a ottobre, man mano che arrivava novembre, pieno di nebbia e d’una pioggerella uggiosa.
I contadini fra settembre e ottobre svinavano, nelle vigne al fiume, presso il Verrino e il Trigno, dove i fiumi si allargavano in ampi meandri pianeggianti e ghiaiosi ed il clima era sensibilmente più mite.
Ne ricavavano un vino scuro piuttosto aspro, duro come le morge ed un bianco altrettanto deciso.
Non erano certo prodotti enologici all’altezza di certi vini toscani o piemontesi, pugliesi o siciliani, ma i produttori polilitici ne andavano orgogliosi, come se fosse vino della vite stessa dei figli di Noè.
La vendemmia spesso si trasformava in cerimonie dionisiache, con pranzi a base di maltagliati al sugo di carne di maiale, ossia fatto con le salsicce conservate nella sugna, che potevano conservarsi fino a ottobre, oppure con ventresca, sopressate e caciocavallo, pane saporitissimo dall’aspetto di grandi pagnotte da tagliare a grandi fette abbracciandolo e stringendolo bene al petto, tanto che le donne ne erano tutte infarinate, frutta fresca, fichi e uva della vigna e grande euforia.
Una euforia controllata e quasi un'allegria montanara d’ufficio, visto che tutto era finalizzato ad un lavoro di raccolta comune, pulizia dei recipienti, spremitura dell’uva e preparazione del fuoco per la cottura lenta e meticolosa del mosto.
Un errore anche leggero poteva costare caro.
Tutti quelli che hanno a che fare a qualsiasi livello con Dioniso sanno che con lui non si scende a patti ingaggiando una lotta frontale, in cui lui sarebbe decisamente vincitore. Con Dioniso vale il motto: poco o niente. Chi non sa dosare il poco, è bene che si fermi al niente. Dopotutto il vino, e i suoi fratelli, sono stati inventati per chi sa conservarne troppo e usarne poco, temendone gli effetti in caso di abuso.
Non sono stati inventati invece per quelli che, riconoscendone l’intrinseca ambigua pericolosità, vogliono distruggerne grosse quantità trangugiandolo come acqua di fonte.
Il primo è un atteggiamento philantropico rivolto a se stessi, è autophilantropismo, il secondo è vero, eroico, santo philantropismo spinto fino all’autolesionismo, all’autodistruzione.
Quando poi finiva ottobre, e le sue ottobrate, con cielo sereno e raggi di sole che ancora illuminavano le giornate, arrivavano le umide giornate di novembre.
La prima neve poteva cadere già, ma in genere se ne parlava a dicembre, quando gli abitanti del paese erano pronti ed equipaggiati per poter affrontare il cuore dell’inverno.
Natale arrivava alla fine di dicembre e vedeva il paese, con le sue luci fioche e le case sovrastate dal fumo azzurro della legna di quercia, di leccio, di faggio e d’abete, coperto di neve candida e gelida, caduta e non ancora trasformata dalla borea in dune variegate, spesso addossate alle case fino a chiuderne porte e finestre.
A dicembre la neve era frolla, morbida, potevi affondare fino alla cintola, a camminarci o saltarci sopra.
I ragazzi si divertivano a fare cose del genere.
La neve attutiva i rumori, le cadute non erano necessariamente rovinose e catastrofiche, perché improvvisate e realizzate con criptata perizia, senza la malizia e la violenza degli impatti dovuti alla velocità eccessiva.
Spesso erano male assortiti, con filo di ferro ed altro materiale rimediato alla meglio. Ma sulla discesa dalla strada del ponte ventotto fino al Colle a Valle, dove il pendio non era nemmeno tanto ripido, c’erano proprio tutti, i ragazzi di Polilitio.
E si sciava prima sulla neve frolla, fino a quando questa non diventava capace di reggere il peso dello sciatore, facendosi soccia, poi anche sul ghiaccio, quando dopo qualche giorno e qualche squagliata dovuta al sole la superficie della pista non ghiacciava, rendendo la velocità più sostenuta.
La risalita si faceva a piedi, procedendo di fianco o a spina di pesce. Non esistevano assolutamente impianti di risalita, nè ve ne saranno nel futuro, quando i giovani perderanno l’abitudine di inventarsi uno sport dal cielo, dal nulla, dalla neve e dal vento.
§§ §
Quando il sole tramontava, si correva a casa, a riporre sci e slitte, zlitte.
Così passava l’inverno, fra questi passatempi sani, che univano il gioco all’esercizio fisico, il divertimento sportivo al lavoro, all’industriosità della costruzione degli strumenti stessi del gioco.
Nelle case gli attrezzi, gli utensili, i pochi giocattoli, spesso costruiti dagli stessi ragazzi o dai genitori, con l’aiuti degli artigiani, erano di legno, come le slitte, gli sci, le carrozze usate nella bella stagione.
Il metallo era presente come rafforzatore di giunti, come garante della scorrevolezza delle ruote, come fibbia e contenitore.
Sognavano i giovani la felicità e l’amore, una vita luminosa, non il successo e neppure la ricchezza, ma l’abbondanza dei mezzi, la capacità di risoluzione d’ogni avversità e problema.
Sognavano le ragazze la sicurezza e la tranquillità d’una vita senza dolore, d’una vita piena di gente felice, di feste, così rare a quei tempi di rigore, di povertà, di privazione.
Ma quelli erano anche tempi di sincerità e di lealtà, d’una felicità acquistata con il sacrificio e la rassegnazione, che non era resa, ma rinuncia e sopportazione in attesa dell’arrivo della soddisfazione dei desideri.
Sognavano gli animali una vita meno piena di paura, un avvenire più soddisfacente.§§§
§
Ogni giorno per loro era come l’ultimo.
Non avevano garanzie, ma la speranza e la coscienza dell’appartenenza alla vita complessiva, che possedevano in pieno, dava loro la forza necessaria per vivere, per difendersi, per procurarsi il sostentamento.
Sognavano tutte le cose e tutte le case, gli alberi e i monti, la terra, l’erba e le piante tutte, il cielo e la luna, gli oggetti cari delle case.
*
La tina col maniero, la catena del fuoco e il cotturo, le sedie e la tavola della cucina, la legna da ardere, i vestiti. Sognavano la gente che sentivano vicina di giorno, le loro voci, gli umori e gli odori, sognavano tante cose, anche l’amore e il benessere e speravano di realizzare i loro desideri.
Nella grande casa di Rocco dormivano le stanze già quasi tutte vuote.
Marta e Clio erano in America, con i mariti. Il fratello maggiore, Giacomo, era andato a Roma. Rocco si preparava ad andarsene. Era ormai questione di giorni.
Eppure era un sentimento di assenza e di morte, di tristezza e di squallore.
Era come se il suo paese, il caro Polilitio, non potesse più fornirgli sentimenti, sensazioni gradevoli, sorrisi e divertimenti, ma solo preoccupazioni e tedio, tedio senza scampo.
Quel giorno Rocco provò quasi una sensazione di terrore, come se fosse circondato dalle mura alte d’un carcere da cui assolutamente dovesse evadere.
Fu allora che decise di andarsene, di lasciare i padre e la madre per raggiungere Giacomo nella capitale. Frattanto il tempo galoppava, pur nelle difficoltà della vita sembrava che corresse forsennatamente.
Max, Il grande cane nero di don Michele pareva diventare più grande e più forte ogni anno che passava.
Ettore e Leandro, i nipoti dell’arciprete, ne erano come i custodi.
E quando si apriva il portone, correva verso il guinzaglio appeso all’uscio e si agitava tutto, sperando in una camminata bella e lunga come le passeggiate con Angelo.
** *
Ma Angelo non ritornò più, e l’ultima volta che era stato a Polilitio aveva lasciato la sua giacca di velluto grosso sopra lo schienale della poltrona di pelle e don Michele la lasciò lì, per un tempo lunghissimo che pareva non finire mai, mentre dalla finestra il mandorlo e il gelso cambiavano foglie e colore.
E’ rimasto a Napoli ... al mare non è mai freddo ... Gli angeli sono con Dio ... e non hanno bisogno di vestiti pesanti ...”.
§
Guido ringraziò, piegò la giacca con cura e la portò a casa. La sistemò nell’armadio di legno pesante nella camera da letto, facendosi il segno della croce.
Nessuno ormai lo aspettava, il giovane Angelo, che studiava a Napoli e frequentava un filosofo abruzzese.
Quando venne l’estate la campagna fatta di monti in declivio e di colli tondeggianti di Polilitio divenne verde per l’erba nuova e i grano, la lupinella e i fieno.
Gli alberi ripresero elegantemente il vigore delle foglie brillanti e ondeggianti al vento e al sole.
Tutto intorno era festa di vita e di enegica forza naturale.
Rocco e il fratello maggiore, Giacomo, erano tornati da Roma. Nella cucina della grande casa c’era una chiara luce, il sole dall’alto rischiarava l’ambiente.
Rocco scendeva dalla stanza sua, posta nei piani superiori, sotto il belvedere, e si faceva la barba accanto alla finestra con il gradino alto.
La stanza di Rocco era confortevole e ariosa, con due comodi letti ed un armadio di legno incassato nel muro.
Nell’armadio c’erano i suoi vestiti usuali, quelli che metteva in paese, e gli attrezzi sportivi. Racchette da tennis, soprattutto, ed altri oggetti.
Tutto era come se dovesse restare lì o ritornare da un giorno all’altro, anche se non sarebbe mai ritornato se non per qualche giorno appena di tanto in tanto, d’estate o a Natale.
Vederlo mentre si sbarbava, sorridente e pieno di buon’umore era una festa.
I tempi erano magri, non c’era da stare allegri, ma quella sera la mamma gli preparò la polenta come piaceva a lui, ed il sapore della farina dorata col sugo ed il cacio di pecora duro di crosta restò indimenticabile, dopo tanti anni di prigionia.
Così Tonino fu di nuovo nel suo paese che dominava tutto il Molise, dal Matese fino alle colline del molise termolitano.
Era possibile guardare verso l’adriatico e vedere un mare di terra dal colore cangiante in base alle stagioni e tutti i paesi come galleggiare, simili a navi.
Campobasso spiccava per grandezza su tutti, con due ali di case e Monforte al centro, come la carlinga d’un aereo.
***
*
Polilitio non era il paese più in alto, ma con i suoi 1027 metri e la sua posizione centrale era come un punto naturale di dominio visivo nella sua terra.
Molti anni prima i Sanniti lo avevano scelto come capitale religiosa e politica della loro confederazione e vi avevano costruito un centro sacrale con un teatro, templi ed altri luoghi di culto e di attività politica e culturale.
Le morge del paese avevano rappresentato un baluardo naturale e come una fortezza non solo militare, ma metaforica e simbolica.
Era necessario per Tonino, a questo punto, a quasi trentaquattro anni, trovare lavoro.
Una mattina di aprile di sole terso e dall’aria tiepida, scese dalla sua casa sotto il monte all’ardichiana, la piazza principale con il monumento ai caduti, una bella statua di guerriero sannita in atto di fronteggiare un invisibile avversario.
Stava ammirando la statua, appoggiato alla casa di una sorella minore, quando lo chiamò Rocco. ‘Rocco ...!’ ‘Come stai, Tonino ...?’ ‘Bene ... e i tuoi?’ ‘Stiamo abbastanza bene. Perché non vieni a pranzo da me, oggi ...?’
Tonino accettò. A casa di Rocco conobbe così la sua futura moglie. Non passò molto tempo e Ines e Antonino si fidanzarono.
Erano la coppia più bella e gradevole di Polilitio.
**
Lui, aitante ed atletico, era il nuovo segretario del Comune, lei minuta ed elegante, sempre affabile con tutti, amministrava la casa, si occupava degli anziani genitori, dopo la partenza di Rocco.
Si erano sposati in dicembre, alla fine del mese, ed erano partiti in viaggio di nozze a Napoli.
L’anno successivo, in ottobre, era nato Beniamino.
Era un bambino forte e man mano che il tempo passava si rivelava sempre più resistente. A tre anni imparò a nuotare nel torrente vicino al paese.
Alla stessa età aveva i suoi sci di legno chiaro, i più belli del mondo.
Sciava a volte a fianco di Antonino.
***
*
La neve era spesso altissima e sovrastava la loro altezza, ma nell’insieme l’inverno era lieto e gradevole per la famiglia.
Al mattino la nonna gli dava una caramella squisita, incartata con cellophane rosso.
Il nonno si intratteneva spesso con lui.
***
**
*
***
Aveva decine di amici e in paese tutti gli volevano bene.
Per tutti lui era ... ‘r figl d r’scrtarij, ... il figlio del segretario ...’ .
Passarono così anni di vera felicità, accanto al fuoco, leggendo la grande enciclopedia, nuotando e sciando.
Beniamino era l’amico di tutti ed era di casa in ogni casa.
e
In paese, dopo la liberazione, ferveva l’attività politica per trovare una persona adatta a ricoprire il ruolo di sindaco, il primo sindaco dopo il regime fascista.
Si trovava in paese allora, per una breve vacanza, Ettore, il fratello di Angelo e Leandro.
Dopo la Grande Guerra, cui aveva partecipato da ufficiale dell’Esercito Italiano, era rimasto nel Veneto, a lavorare in una banca di Venezia e ogni tanto ritornava a Polilitio, per dare un’occhiata alle sue case, alle terre, alla famiglia.
Era uno spirito libero, con idee vicine al socialismo ed intrise di qualche principio anarchico.
In paese si era trovato insolitamente bene, forse anche per l’avanzare dell’età, ed era stato preso da una specie di entusiasmo autenticamente politico che lo spingeva ad interessarsi con rinnovato amore e con passione rafforzata del suo paese, così affamato di possibili interventi capaci di migliorarne l’aspetto, la funzionalità.
Le strade erano sommariamente pavimentate, d’inverno la neve, sciogliendosi, formava una poltiglia che impediva ai passanti di transitare normalmente. I ragazzi sfruttavano la situazione, nei giorni di scirocco in cui la neve si scioglieva, per formare piccole dighe e sbarramenti con la neve stessa e trasformare la strada in un fiume in miniatura con tanti piccoli laghi artificiali.
La neve era la risorsa più grande per i giochi dei bambini, ed anche in parte dei giovani, e proprio quando si preparava a partire per ritornare in cielo, regalava un ultimo gioco, quello del fiume e delle dighe.
Poi c’era l’annoso problema dell’occupazione.
I giovani, e non solo i giovani, stentavano a trovare lavoro.
Molti emigravano all’estero, nel nord dell’europa, o andavano a Roma, per occuparsi nell’edilizia o nella ristorazione.
Insomma, Ettore sentiva che doveva restare lì, e rinunciò al suo lavoro a Venezia per restare a Polilitio, presentarsi alle elezioni con la parte progressista, vincere e svolgere il suo mandato di primo cittadino.
***
*
Furono anni di impegno e di grande lavoro.
Per la prima volta il paese ebbe la corrente elettrica e l’acqua nelle case.
Ma il progresso stentava a radicalizzarsi, ad estendersi a tutti i ceti.
Restavano residui di povertà nei ceti legati all’agricoltura.
I ‘cafoni’ non riuscivano a farsi padroni della terra, che restava in mano a pochi proprietari, e stentavano con un lavoro assai penoso e faticoso per raggiungere le terre, lontane spesso dal paese.
Ettore non fu rieletto.
Restava tutto il giorno chiuso nella sua grande casa a valle del paese, a scirocco.
Leggeva i suoi libri, lontano dal mare di Venezia, curava i suoi cani.
Ne aveva un bel numero e li portava a caccia, quando era consentito e le condizioni generali erano favorevoli.
Poi un giorno il nipote non lo vide e non lo sentì.
Entrò in casa, in quel palazzo così grande, e lo trovò morto fra i suoi cani che lo custodivano e uggiolavano, forse per svegliarlo.
Ma Ettore non si svegliò più e Leandro, il medico militare, restò il solo dei tre fratelli nipoti di Don Michele.
Portò i libri del fratello nella casa sua, che era più piccola e si affacciava sul Corso e li mischiò ai suoi, in una stanza ariosa piena di scaffali che era il suo studio e la sua biblioteca.
Qui zio Dottore, come lo chiamava Beniamino, trascorreva nella lettura o dedicandosi alla pittura le ore pomeridiane e serali, in una vita solitaria e silenziosa, visto che nemmeno lui si era mai sposato.
D’inverno si recava a Napoli, dove si tratteneva fino all’inizio dell’estate.
Aveva l’abitudine di realizzare tutta una serie di lavori utili per la casa utilizzando qualsiasi scatola di latta o di cartone.
Precorreva il moderno bricolage.
Aveva partecipato a tutte le guerre del ‘900, ma da ufficiale medico, non da soldato combattente.
***
*
La politica in paese, dopo la parentesi romantica di Ettore, era andata nelle mani tradizionali dei liberali e dei cattolici, che si affrontavano con liste simboleggiate da due animali e si alternavano nell’amministrazione del paese.
§§
§
La parte cattolica era controllata da un maestro deciso ed abile. Quella liberale da un possidente astuto ed energico.
§§
§
Le campagne elettorali erano caratteristiche, a quei tempi.
Gli animi si accendevano per le persone e pei i simboli. Vanghe, arnesi agricoli vari, falci, martelli ed altro si impegnava in competizione con vacche ed altri animali, fra cui la timida e spaurita colomba.
Pettegolezzi e maldicenze si avvicendavano sulle labbra dei paesani.
Le invettive, a tratti crude e rudi, ma sempre solenni e austere, pronunciate nel dialetto pretavvnnannes tipico di Polilitio, si susseguivano come benedizioni alla rovescia, apotropaiche e catastematiche, mai veramente cattive, ma spesso, ancora più che perfide, malvage.
La sera nella piazzetta del paese antico, fra la cabina elettrica e l’orologio sempre in riparazione e mai in orario , prima della salita che portava alla chiesa, sotto le morge dei corvi e del castello, accanto alla casa di Beniamino, si radunava il paese per ascoltare i comizi.
§
Faceva luce una enorme lampadina che illuminava, come il Sole di giorno, tutti, comunisti, cattolici, clericali, atei e liberali.
A turno gli oratori si avvicendavano sul balconcino della piccola casa all’angolo.
Beniaminofin da piccolo aveva certamente ascoltato discorsi politici d’ogni genere, sebbene accesi dalla passione della competizione elettorale.
In comune, quando andava dal Padre, ascoltava parole del gergo amministrativo e fin dai suoi primi anni aveva avuto familiarità con l’amministrazione del Comune.
E tuttavia, mai era nata in lui la passione per la vita politica, per l’amministrazione.
Aveva intuito l’esistenza d’un divario notevole, d’uno scarto, fra quanto l’umanità diceva, proclamava, prometteva e quanto poi effettivamente realizzava.
E questo divario lo aveva convinto a non dedicarsi alle attività politiche e amministrative, se non in caso di effettiva necessità.
Preferiva altre attività, oppure semplicemente girovagare per la grande casa o anche intrattenersi con gli amici.
Stranamente tutte le sue attitudini erano precipuamente politiche, eppure nonostante questo egli non sarebbe diventato un politico, almeno nella comune accezione.
Non avrebbe mai avuto quel diabolico carisma sociale, quella segreta capacità di promettere, quel certo facile e mellifluo fascino delle parole che avevano i politici di mestiere, o di professione, a seconda del senso dell’umiltà personale.
Ancora non sapeva cosa avrebbe fatto ‘da grande’, e nemmeno poteva prevedere se mai lo sarebbe diventato, nel senso compiuto.
E tuttavia dalle sue letture, dai racconti, dagli affetti di famiglia di volta in volta si proponeva di fare l’ingegnere, ma non quello edile o meccanico, quello ... navale.
Oppure il medico, per impedire alla morte di rapire le persone care.
*** *
Nessuno, che non le avrebbe compiutamente svolte, avrebbe potuto ritenersi deluso ancora più di lui da simili professioni, anche dopo averle effettivamente professate per tutta la vita, date queste premesse.
Sarebbe andato incontro al più completo insuccesso, e del resto, come avrebbe potuto immaginare che avrebbe scelto, per
mestiere, proprio quell’attività che da sempre svolgeva, date le sue attitidini all’educazione dei simili?
§
Sarebbe rimasto per sempre nella scuola, che a dire il vero da studente sinceramente non aveva mai prediletto se non per la necessità di farlo dopo lunga dimestichezza, ma che avrebbe amato poi da insegnante e da bibliotecario.
D’un amore discretamente ben corrisposto, se non proprio sempre restituito con la stessa intensità.
*** ** *
... ... Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt ...
Sono fatte di pianto le cose e la vita ti tocca il cuore e la mente ...
Così scrisse Publio Virgilio Marone, il massimo poeta latino, nato a Mantova e morto a Brindisi.
... Mantua me genuit, calabri me rapuere, me tenet nunc Partenope. Cecini pascua, rura, duces ...
La sua tomba è a Napoli, città che amò quanto la sua natia Mandes, villaggio presso Mantua.
I terreni gli furono espropriati per effetto di quella politica di ricostruzione civile e agraria iniziata e realizzata da OttavianoAugusto dopo le lunghe guerre civili seguite all’uccisione di Gaio Cesare.
La dimestichezza di Virgilio con Mecenate e poi con lo stesso Princeps Ottaviano ne fecero il poeta quasi ufficiale della
Roma augustea ed il rappresentante di quella letteratura d’impegno dal forte connotato sociale e civile che occorreva proprio alla politica statale di pacificazione degli animi e ricostruzione dell’economia.
Non tornò più ad Andes, ma sempre la cantò e sempre la ebbe nel cuore e nella mente e in ogni occasione le api e i placidi animali della campagna, i ruscelli e gli arbusti, le umili tamerici, le canne fruscianti al vento gli furono cari.
L’anima di Publio era di vento, d’acqua e d’arbusti ed i suoi compagni, nei sogni, erano i comignoli delle case, con il fumo azzurro, le caprette bianche e i semplici pastori con le loro tenzoni e le loro canzoni.
A Polilitio la terra era importante.
***
**
*
Non era particolarmente fertile, tranne per la parte sistuata giù al fiume, r scium, dove l’aria era più mite e cresceva bene la vite, e tuttavia era fonte di attività, di reddito e dava importanza a chi la possedeva.
La famiglia di Rocco era molto ricca, facoltosa.
Era importante e benvoluta.
Chissà in quale mattina di aprile dolce e frizzante, con le strade deserte illuminate da un sole ammiccante e vicino, il capostipite di quella famiglia aveva avuto un’idea così brillante da farne una persona di successo, fortunata negli affari e nella vita.
Fatto sta che appezzamenti di terra e vasti boschi si erano accumulati per quella casata nei grossi fogli catastali di Lupone, grosso paese vicino a Polilitio.
Eppure, il possesso di tutto quel bene di Dio non aveva necessariamente e sufficientemente attratto i figli di Donatello e l’uno dopo l’altro avevano finito con l’andarsene in giro per il mondo in cerca d’un’altra fortuna che non sapesse di terra e d’alberi.
Antonino aveva sposato Ines ed era nato Beniamino, come lo chiamavano in casa, o Genn, come lo chiamavano in paese.
Il bambino cresceva forte, intelligente. Amava i genitori ed i nonni e viveva felice in una specie di paradiso paesano e agreste.
Antonino gli insegnava a sciare, a nuotare. D’inverno quando cadeva la neve a casa di Genn era festa.
Si preparavano sci, calzoni pesanti con scarponi e calzettoni.
Quando la neve cadeva a pel di gatto, il terreno si copriva presto, ma per sciare bisognava preparare bene con gli sci il fondo, passare e ripassare anche a spiga, perché la neve era frolla.
Fra il collavalle, nella zona di Col Ginestra, e la strada del Ponte 28, prima della casa di Giosi, sotto le case di zia Concetta e zia Ninuccia, nella discesa che arrivava fino al vallone di Castelluccio, si sciava tutto il tempo prima che facesse notte, senza le comodità di adesso, senza impianti di risalita.
Neve e neve, aria fredda e nevischio.
Ma quando c’era il sole era una meraviglia, un incanto.
Quando tornava a casa, Genn era coperto di ghiaccioli sotto la gola e sopra le scarpe.
Il montgomery avana che gli aveva regalato zio Rocco aveva una striscia di stoffa, sotto la gola, completamente ghiacciata. Si metteva a sedere accanto al fuoco caldo e la sedia si tingeva di marrone, perché i pantaloni bagnati trasmettevano il colore alla paglia.
La cucina era accogliente, sempre piena di cose saporite.
Spesso era piena di ospiti, parenti ed amici.
Una sera d’inverno, stanco, Genn si era assopito a tavola ed il padre aveva preso una parte di salsiccia dal suo piatto, mangiandola velocemente. Il bambino aveva osservato tutto, commentando fra sé: “ ... papà m vò bben e z’é arrbbata la salgccella maja ...”. Papà mi vuol bene, eppure ha rubato la mia salsiccia ...
Questo era il clima di quelle sere d’inverno a Polilitio, dopo le sciate c’erano le serate calde nella cucina confortevole.
**
*
Quando le giornate cominciavano sensibilmente ad allungarsi e l’aria a farsi più tiepida, si avvertiva l’avvicinarsi della primavera.
Dopo marzo, aprile invadeva i campi e preparava la festa di maggio che arrossava i campi con i papaveri e li ingialliva con il grano maturo, quando il mese volgeva al termine.
Di giorno in giorno saliva la temperatura dell’aria, il cielo era d’un sereno sempre più intenso e completo. Le nuvole, quando arrivavano, troneggiavano agli angoli del cielo spinte da venti vigorosi e caldi, mentre la terra era accarezzata da zefiri delicati, a tratti anche intensi.
Quando le scuole chiudevano, la mattina era libera dagli impegni e Genn con i suoi amici scendeva al vallone verso Castelverrino.
Gli aveva dato saggi consigli. Come per esempio quello di non andare mai da solo, assolutamente, ma sempre almeno con altri due compagni, così da permettere ad uno di restare, nel caso si fosse sentito male uno di loro, ed a un altro di andare in paese a chiedere aiuto.
C’erano almeno tre chilometri di strada in discesa, per il vallone.
Era terra franosa, a tratti, in certi punti la vegetazione era rigogliosa.
Quando scendeva con Tonino, Genn era felice.
“Papà, spigljm, ca i m jett ...”
Papà, diceva quando si avvicinavano al vallone e cresceva lo scroscio dell’acqua e quasi se ne sentiva l’odore selvatico e fresco, ... papà, aiutami a spogliarmi, che mi tuffo ...
Al vallone avevano scelto fra tanti il ‘kwatin’, il catino, la pozza adatta per il bagno, in genere situata sotto una briglia, ossia un muro trasversale di sbarramento capace di frenare in continuo smottamento del terreno per effetto delle piene d’autunno e d’inverno.
L’acqua aumentava di volume, la conca di profondità e di larghezza se veniva sistemata una piccola diga di sassi e fango all’uscita a valle.
Certo, non era grande cosa quella specie di piscina di limitate dimensioni, ma era sempre una specie di miracolo per un torrente di montagna, lontano dai laghi e dal mare.
Nel vallone c’erano rane di tipo diverso e girini, l’acqua era verde cupo o grigio ferro, il rumore delle cascate cha riversavano acqua nelle conche contribuiva a creare una sensazione di fresco.
Portavano con sé, Genn e Tonino, fette di pane con ciliegie, oppure con sale e pomodoro e quel cibo così semplice sembrava squisito, dopo il tuffo nell’acqua verde.
I pomodori e le ciliegie andavano strofinati sulle fette di pane.
Pane, sale e pomodoro era il massimo.
Il cammino del ritorno era molto impegnativo, così com’era tutto in salita.
Arrivati a casa, loi attendeva quella lieta sorpresa che poi sarebbe diventata una consuetudine: i biscotti che la mamma confezionava a forma di pesciolini, dolci e croccanti.
La mamma era un genio in cucina e nell’amministrazione della casa.
I piatti che cucinava erano prelibati.
Almeno una volta al mese Ines prendeva la corriera e con Genn andava a Castel di Sangro, in Abruzzo, dove si trovavano i negozi ed i magazzini più belli del mondo.
Erano pieni di cose straordinarie, di giocattoli, di biciclette, d’ogni genere di attrezzo per lo sport.
C’era un negozio di scarpe dove regalavano un’ automobilina di celluloide con una sfera di metallo che le permetteva di muoversi in modo semplice ed originale.
E poi, gli arancini di riso d ’una rosticceria in una piazza speciale erano davvero straordinari.
Ma il viaggio più lungo, fu quello compiuto con sua Madre alla volta di San Giovanni Rotondo, per visitare un personaggio che già era considerato straordinario, un Santo ante litteram, Padre Pio.
L’estate trascorreva fra bagni al vallone e passeggiate in bicicletta.
C’erano poi le escursioni nel bosco della Rocca, pieno di fragole saporite, piccole e rosse, di bosco.
Poi arrivava settembre, con le ‘mbrikole, ‘mbrìkwl, le more, rosse e nere.
§§§
§§
§
Dopo settembre, ottobre rinfrescava.
Si compravano scarpe pesanti, con la gomma che scricchiolava quando passavi sulle mattonelle, e pantaloni di flanella, caldi.
Si tiravano fuori maglioni e calze pesanti.
Ricominciava la scuola, con libri e quaderni nuovi che odoravano di carta stampata di fresco, di cellulosa.
I quaderni avevano ogni anno le righe diverse, a seconda della destrezza degli studentelli scrittori.
§§§
§§
§
Arrivava ottobre quasi all’improvviso, dopo le giornate di sole e d’azzurro di giugno, le calde serate di luglio e gli intensi colori d’agosto.
Settembre quasi poteva ripetere e continuare il fulgore e la gradevolezza estiva, con giorni tersi e limpidi, con temperature più miti e meno intenso caldo.
Poi, una mattina ti alzavi e avevi freddo. Dal nord scendeva una refola catamatica che ti convinceva a mettere il maglione.
Poi il vento si rafforzava, la temperatura calava vistosamente, gli alberi si agitavano, le nuvole fuggivano al cospetto della vuorja impetuosa e gagliarda …
Si avvertiva subito l’imminente presenza del re inverno.
Sarebbe arrivato fra non molto, gelido, e faceva intanto avanzare le sue avanguardie.
Si tornava nelle aule della scuola con il rimpianto del periodo trascorso al fiume, nei campi, sulle morge, nelle scaramucce con i compagni.
Erano ancora recenti gli ultimi dispetti, i litigi spesso simulati, come le guerre fra gruppi rivali.
Era usanza delle donne a fine agosto trasformare i pomodori maturi in crema liquida da conservare in bottiglia, impasto a pezzetti da trattare ugualmente e pasta più consistente, che veniva messa ad asciugare all’aperto su tavole di legno.
I più terribili fra i ragazzi avevano preso l’abitudine di gettare dei sassi in quell’impasto prelibato, così da attirare spesso l’ira e gli improperi delle povere buone donne.
Per Genn quello era un vero crimine, perché per lui la conserva di pomodoro era la cosa più saporita del mondo, tanto che spesso, a casa, invece di ‘rubare la marmellata’, rubava la conserva di pomodoro.
Rubava si fa soltanto per dire, trattandosi di cose di casa sua e di ‘refurtiva’ di modesto valore.
Era il tempo delle cose semplici, almeno apparentemente, non artate né contraffatte.
Il burro era conservato in un orciolino pieno d’acqua, per pochi giorni. Le uova erano conservate per qualche giorno in più immerse nelle lenticchie, nei fagioli.
Salcicce e sopressate, una volta secche, potevano essere immerse nella sugna e appese al soffitto.
Tutto il resto, se non veniva cotto e conservato come conserva o marmellata, era essiccato e poi reidratato al momento dell’uso.
*** *
Genn aveva visto spesso i granai, con un’apertura piccola a saracinesca nella parete di legno chiaro e il grano scorrere come liquido pronto per essere macinato e i grandi orci di terracotta per l’olio, custodito nelle cantine, con grossi sassi per impedire ai sorci di togliere in parte il coperchio e bere il prezioso condimento di cui erano ghiotti.
Il dramma vero però era trovare uno di questi poveri animali annegato dopo essere caduto in tanta abbondanza, nel tentativo di nutrirsene.
Ma questi erano casi assai rari se si sapeva prevenire questa eventualità rendendo inaccessibile la giara.
Simbr n’ sorg mbuss’all’uoglj Sembri un topo bagnato nell’olio.
Era l’espressione usata per indicare qualcuno ridotto a mal partito da difficoltà di vario tipo, specie metereologiche.
Non che fosse più rassicurante sentirsi dire ...
Simbr n’mscill ... Sembri un gattino ...Inteso, un povero gattillo, micillo malridotto ed emaciato ...
*** *
Così, passato il tempo delle conserve, dei sottolio e dei sottaceti, il paese di Polilitio si preparava ad affrontare il fresco e il freddo.
Nelle cantine la legna veniva riposta in forma di grossi tronchi, con qualche ceppone per le giornate invernali in cui fosse necessario accendere il fuoco e quasi non pensare più alla sua continua alimentazione, specie per le feste di Natale, e con tocchetti più piccoli e maneggevoli.
La fascina, legata insieme, serviva per l’innesco della fiamma all’atto dell’accensione.
Il fuoco era il cuore e la mente della casa. Intorno ad esso si pensava, si parlava, si discuteva, soffiando ... dendr a r’ scjsscjatur, ... nel soffiaturo, una canna ferrea che serviva per convogliare il soffio ricco d’ossigeno sulla brace, su un tizzone lento ad accendersi, si poteva suscitare una fiamma brillante e vivace.
Chi si svegliava per primo al mattino lo accendeva, ripulendo il sito dalla cenere e disponendo sapientemente carta e ceppe, ossia rametti secchi.
Sopra venivano messe le parti di legna più piccole e accanto ceppi grandi, cepponi e quanto si volesse.
Una volta avviato, il fuoco bruciava lento per ora, ma andava custodito e ravvivato, badando che su di lui, appeso alla catena ad una certa altezza, vi fosse il cotturo, il grosso pajolo sempre ben pieno d’acqua, almeno oltre la metà del recipiente.
Il calore e la luce delle fiamme caratterizzavano il clima della cucina per tutto il giorno.
A novembre, quando il bosco forniva gallucci, funghi d’abete, si puliva dalla cenere la parte bassa del focolare e si arrostivano i funghi con olio, sale e aglio.
Erano squisiti.
A dicembre si arrostivano le croste di cacio comune di pecora, squisito, o le teste di caciocavallo.
Le scamorze arrosto erano favolose, rosse e croccanti in superficie, morbide e filanti dentro.
*** *
Mentre il fuoco riscaldava illuminando la cucina, i gatti arrotolati e con la testa che si tuffava nella coda sonnecchiavano, sempre attenti e pronti a scattare.
Nella stanza ove era custodito il fuoco si svolgeva gran parte della vita giornaliera.
I giovani studiavano le lezioni e le mamme preparavano il necessario, cucinavano e stendevano i panni sulla stufa per poi stirarli.
Le visite degli ospiti si svolgevano, con le conversazioni quasi interminabili accanto al fuoco, proprio in cucina, prevalentemente. Erano delle vere e proprie assemblee ristrette delle più alte autorità della famiglia, del rione o del paese.
Potevano preludere a decisioni importanti di carattere economico o politico, o semplicemente sociale, quando certi pareri fossero stati espressi e accettati con più o meno diretto ed esplicito consenso.
*** *
Accanto al fuoco si svolgevano anche quei colloqui riservati che la segretezza degli argomenti rendeva simili alle volute di fumo volubili e leggere e alle vecchie, le scintille di fuoco che, dopo un iniziale strepito, si perdevano su per la cappa nera e fuligginosa dell’alto camino.
Quel camino dal quale entravano le streghe, di notte, e si fermavano a contare le fascine, fino a quando, senza ultimare la conta, erano costrette a volare via dalla luce del giorno.
Era per questo, anche, che dovevano esserci oggetti da contare accanto al fuoco e sulle porte,
Fascine e scope, capaci di confondere le eventuali straje, immaginarie visitatrici notturne apportatrici di non ben precisati inconvenienti.
Quando ormai Genn stava pe compiere i suoi primi dieci anni, nacque una sorellina piccolissima e desiderosa di cure assidue. Tutta la famiglia di dedicò a lei.
Già cominciava a parlare e Genn dovette andare a Kampwash per completare gli studi. A Polilitio non esisteva ancora una scuola media.
L’entrata in collegio, un austero convitto nazionale, fu presa assai male dal ragazzo.
Allontanarsi dal suo paese adorato fu un vero dramma, e per nulla gradito fu dover sapere che sarebbe rimasto lì per almeno otto anni.
La sua vita cambiò.
Non fu più il bambino spensierato e dinamico che era. Si chiuse in un silenzioso atteggiamento cogitabondo e quasi scostante, come se fosse stato derubato d’un tesoro in cui confidava assolutamente.
E per anni quasi non si riebbe.
A scuola non brillava certamente, anzi, quasi pareva volesse risparmiare le forze.
Eppure, riusciva a procedere, mentre diversi suoi compagni di classe si perdevano.
Erano trentaquattro in quarta ginnasio e giunsero in sedici alla terza liceo.
***
*
Genn superò l’asticella degli esami di stato di misura.. Alla maturità restò solo in collegio. Era l’unico candidato.
Solo in quell’enorme palazzone, all’ultima piano, gli pareva di essere un sopravvissuto.
Era stato otto anni in convitto, con una borsa di studio.
Aveva contribuito utilmente alle spese della famiglia senza ricevere gli onori che sono riservati ai secchioni che si coprono di otto e di elogi senza comunque far crescere altro che le spese di famiglia.
L’unico otto, enorme, che purtroppo gli competeva era d’essere stato otto anni in collegio, rinunciando ad un mondo, un paradiso, che non avrebbe mai più ritrovato.
***
***
z
Durante gli anni del collegio a Polilitio la vita pareva essersi addormentata.
Le case quasi cadenti, le attività poco redditizie, una agricoltura stentata e poco favorita dalle pietre abbondantissime, tutto insomma pareva voler convincere gli abitanti giovani ad emigrare per cercare fortuna altrove.
Così era iniziato un esodo verso Roma, per i fortunati, e verso la Svizzera e la Germania per i meno favoriti dalla sorte.
Qualcuno volle andare in America, del Nord, del Sud e Centrale.
In paese restarono i funzionari dello stato ed i possidenti terrieri.
Fra questi primi, Antonino con la famiglia. Non era certo un possidente, non aveva praticamente nulla. Lavorava per lo stato, era Segretario in Comune.
Era abitudine, in un contesto come quello, allearsi con gli agrari e con i moderati benestanti e ‘benpensanti’ del paese, per vivere tranquillamente e non avere grossi grattacapi se non quelli connessi con la pratica della egemonia sui ceti meno abbienti.
Forse per una debolezza congenita, o per amore delle sorelle e fratelli così numerosi, oppure per una specie di vocazione al complicato, Antonino scelse la strada della coscienza e della legalità, tanto da mantenersi indipendente da ogni influenza sociale e politica in paese.
Conduceva una vita semplicissima, fatta di impegno in ufficio e di lavoro domestico spesso caratterizzato dallo studio delle norme giuridiche, assai complesse.
Spesso venivano a chiamarlo a casa, anche nei periodi di riposo, visto che abitava sulla strada per il Municipio.
Il freddo eccessivo dell’inverno, la mancanza di scuole adeguate per la figlia minore, la prospettiva di avere un trattamento economico migliore e soprattutto più regolare che non a Polilitio lo convinsero infine a partecipare ad un concorso per un avanzamento di grado a Segretario Generale.
Quando Genn era all’ultimo anno di collegio, proprio agli ultimi mesi, seppe del trasferimento in un paese di mare lontano, dove il clima era sempre mite, dove era sempre primavera.
Si trattava d’un promontorio, e lo cercò sull’atlante. Era un monte circondato dal mare, collegato alla terraferma da strisce di sabbia.
Vi arrivò col treno, dopo un viaggio che gli parve lungo, senza fine.
§
§§
§§§
Era sorpreso da quanto gli stava accadendo, eppure sentiva, insieme alla curiosità delle cose nuove, come una delusione per la perdita, non ancora definitiva, delle sue rocce, della neve frolla e della neve soccia, degli scarponi con le stelle, delle sere a capo al fuoco, coi gatti che facevano le fusa e che lui avrebbe rivisto solo chissà quando.
Un tempo, lontano nel tempo e nello spazio, un giorno nella notte, fuori del tempo, nella luce nera dell’atempo.
Erano sei ore che Genn si tratteneva in biblioteca, quel sabato mattina di metà marzo.
La scuola era stata quasi deserta nei due giorni precedenti.
§§§
§§
§
Erano i giorni dedicati a due Alunni che se ne erano andati in un incidente stradale, di notte, dopo la cena dei cento giorni, quanti ne mancavano alla fine del loro ultimo anno scolastico delle Superiori, lasciando la scuola sbigottita, mentre correvano con altri amici verso il mare, per scrivere sulla sabbia il voto che avrebbero voluto agli esami di stato.
Giorni di lacrime, di assoluta disperazione per gli Alunni della Scuola dove si trovava la biblioteca dove prestava servizio Genn.
Il giorno prima, nelle dodici ore e passa di biblioteca, per la prima volta si era avvertita nell’aria quella sensazione di immobilità delle cose e dei pensieri che segue un evento compiuto, assoluto, come quello di due Giovani chepartono per sempre e che non vedremo più scendere a prendere un vocabolario per la versione, un codice civile nella grande biblioteca.
La sera precedente, uscendo dalla scuola deserta, con la bandiera segnata a lutto, aveva avvertito il profumo frizzante della primavera passando davanti alla grande basilica del Sacro Cuore, fra una doppia fila di ciliegi giapponesi in fiore, d’un rosa intenso.
Lo stesso profumo di tanti anni prima sentito in posti assai diversi.
Muore giovane chi è caro agli Dei.
I libri delle versioni di greco, al ginnasio, erano pieni di frasi sentenziose e di massime morali e civili relative al mondo d’un tempo, quando era affidata alla scrittura la saggezza ufficiale, e non alle medioteche o ai manuali di internet.
I moderni oracoli si esprimevano su siti web, come gli antichi seguivano l’ispirazione folle e maniaca delle pizie, a Delfi, o i voli delle foglie a Cuma, ove la Sibilla vaticinava nel caos del vento e della malincolìa dell’autunno.
In fondo, stampare è una scoperta recente, e nemmeno ha reso molto più semplice la comunicazione, anzi spesso l’ha resa un’attività quasi chiusa e monopolistica, per pochi addetti, quasi per i soli scribi moderni.
Ogni essere vivente, e quindi ogni animale dotato di spirito vitale, ogni pianta persino, ogni cosa assoluta, e quindi ogni uomo, che è cosa, essere animato e animale, è dotato di una capacità creativa di idee, immagini e ‘parole’, ossia segni che trasmettano ad altri intenzionalmente o meno qualsiasi sensazione, sentimento o idea.
Ognuno è autore ed editore, concepisce e pubblica, anche senza gli orpelli a volte vanesii e ridicoli delle copertine e delle carte editoriali che spesso nascondono solo operazioni commerciali non sempre intelligenti, quasi sempre vanitose.
Exegi monumentum aere perennius …
Esclamò tempo fa un poeta lucano apulo, accorgendosi che la ‘carta’ su cui erano scritte le sue Odi sarebbe stata alla lunga più duratura del bronzo.
Ma a noi non sono giunti gli originali dei suoi scritti.
Sono giunte le copie.
Mentre i bronzi delle sculture precedenti alle sue opere, i calderoni etruschi coevi e tutti quelli anteriori a lui anche di sette secoli sono in parte egregiamente conservati, e sono gli originali.
Perché la letteratura è proprio questo, un copia copia continuo di pezzi che vanno rapidamente in rovina.
Così ogni uomo desidera che qualcosa di quello che ha detto sia ricordato, sia valutato e apprezzato sinceramente, e magari amato.
Anche appena un poco.
E quello che lasciano gli uomini, è scritto nel cuore dei figli, ed ogni figlio ne ha un ricordo diverso e complementare.
Un Padre non è un Padre solo, ma è un Padre per ogni figlio che ha.
Per questo mio Padre non può essere il Padre di mio fratello.
Il Padre di mio fratello sarà ‘suo’ Padre, perché con lui deve essere stato diverso.
***
*
Così ogni Autore è diverso, da lettore a lettore.
E di tutte le infinite cose che la sua mente pensa, una piccolissima parte resta ed è racchiusa nelle sue opere scritte, se ne ha lasciate.
Dio stesso, Autore delle Sacre Scritture, di sé, del cosmo infinito, di tutto l’universo, ci ha dato pochi libri, e di questi sono Autori materiali i Profeti e gli Evangelisti.
Molti di essi erano praticamente e consapevolmente analfabeti.
Ma questo conferma l’idea apparentemente strana che la letteratura preesiste all’esistenza stessa ed alla ‘scoperta’ della letteratura e dell’alfabeto.
Del resto, non ha Omero creato insuperabili opere letterarie in un’epoca in cui alfabeto e letterature … non esistevano? La mente, la Memoria, l’Ispirazione, che un tempo erano chiamate Mnemosyne, Muse, Thèia Manìa, sono di per sé stesse carta, computer, stampa.
Ogni Uomo è scrittore e poeta, editore e tipografo, dentro di sé.
§
Pensa e progetta, e ‘pubblica’, con la parola, che si scrive più o meno indelebilmente nell’animo degli altri, che sono quindi la … sua biblioteca, ante litteram, ove i libri sono promesse, idee, impressioni, giudizi, non mattoni di carta, e quindi facilmente memorizzabili, ma anche facili da distorcere o dimenticare, sebbene nessuna operazione sia per la nostra mente più difficile del dimenticare.
§
Siamo, quindi, tutti degli uomini libri.
Siamo continuamente considerati, contenuti, rielaborati nella mente di chi ci vede, ci sente. I nostri messaggi, intenzionali o meno, più o meno rielaborati, risiedono accanto ai sentimenti altrui. Amici e nemici comprendono, dimenticano, apprezzano o disprezzano la parte di noi che può essere trasmessa, quasi rubata.
E’ come se noi portassimo gli altri dentro di noi, così i nostri simili sono dentro la nostra mente, messaggi incisi dentro un contenitore, una teka, sconfinato perché incommensurabile e senza confini palpabili.
Montagne, stelle, deserti, pianure considerevoli, lo stesso universo possono essere ridotti ad un’idea senza dimensioni.
Come l’affetto dei cari o l’antipatia, la fedeltà degli amici ed il loro tradimento, tutto e l’opposto di tutto.
Se volessero essere solo divani, oppure poltroncine senza poggiabraccia, o sedie, tutto sarebbe più facile e gli utenti sarebbero assaliti meno spesso da un dolce sonno rasserenatore, fra un paragrafo e l’altro.
Certamente, è lecito a volte scherzarci su, e non è affatto proibito dire il vero sia pure con facezie, non proprio ridendo, ma sorridendo divertiti.
Satura castigat ridendo mores. E’ possibile addirittura correggere i costumi, col riso.
Ma non sia smodato, sia piuttosto un sorriso gentile eppure tenace, forte, capace di contagiare e purificare sul piano etico.
***
‘Risus abundat in mensa cineforum’ … anzi … ‘cinesorum’ … che amano tanto il riro da mensa, e in questo mi sento d’essere perfettamente concorde con loro.
Aveva fatto conoscenza con le biblioteche fin da piccolo.
A casa dello zio Leandro, nipote di don Michele, medico e appassionato di letteratura, aveva sempre potuto vedere migliaia di libri ordinatamente sistemati lungo le pareti d’una confortevole camera ai piani superiori della sua casa lungo il corso del paese.
Quella era una biblioteca, non una grande biblioteca pubblica ma certamente un’ampia raccolta ordinata per generi, completa d’una parte medico scientifica e d’un’altra umanistico letteraria.
Lo zio sedeva volentieri nella stanza dei libri, intento a leggere e spesso riassumeva ordinatamente quanto aveva letto, come uno studente diligente, anche se presumibilmente nessuno lo avrebbe mai controllato come di regola si fa con gli alunni.
Quando Genn capitava in quella stanza, veniva assalito come da una piccola ansia di prestazione.
Chi e come avrebbe potuto leggere tutta quella carta? E come riuscire a conservare tutti quei libri, e per chi?
***
*
A volte lo zio si tratteneva nella sua biblio per dipingere. Dipingeva qualsiasi soggetto, per lo più paesaggi, vedute, ed usava tavolette di legno e di cartone, non tele.
Alcuni paesaggi erano paesani, di Polilitio, ma c’erano anche vedute della Grecia, templi, vassoi di frutta, trote, un autoritratto.
Aveva anche dipinto una intera parete della cucina con una veduta che raffigurava una ampia terrazza aperta su un paesaggio verde, come quello che si poteva apprezzare dalla terrazza, aperta verso Pratopiano, la città più importante delle regione, verso la piana del Trigno e del Verrino, esposta a scirocco, verso quel mezzogiorno sorgente di civiltà da tempo addormentato e impigrito, in attesa d’un risveglio auspicato da tanti ma non favorito nei fatti da alcuno.
*** *
Il dolce sud, con le sue campagne non sempre del tutto coltivate e le colline a perdita d’occhio.
I suoi boschetti cedui pieni di sorgenti nascoste, i suoi boschi di abete con i funghi buoni da arrostire e l’ombra fresca e ristoratrice.
La sua gente e le sue parlate a volte cantilenate, la sua cucina saporita, le sue verdure scure e la passione per le questioni da rendere irresolubili, come inestinguibili amori, sul piano umano, sul piano giuridico e persino sul piano clinico.
La soluzione d’un problema molto spesso può essere rappresentata anche dal renderlo cronico, eterno, così da annullare l’ansia derivante dal dover cambiare atteggiamento e abitudini alla sua fine.
*
La fine d’un’influenza invernale, d’una bronchite, è positiva, la fine e la guarigione clinica da un malanno sono cose buone, ma la fine d’una lite può essere persino fastidiosa quando il rancore si è radicato come una punizione ad una colpa, una giusta vendetta, magari incruenta ma piena di soddisfazione e persino di una qualche gratificazione.
Che dire poi della fine d’un qualche presunto atteggiamento psichico troppo originale, o della sua attenuazione, o addirittura della scoperta della sua inesistenza?
Comporterebbe tutta una serie di correlativi cambiamenti nel comportamento contestuale, addirittura dei mea culpa per le erronee valutazioni e i giudizi negativi, l’emarginazione, l’isolamento.
§
Per questo il contesto preferisce, forse perché tutto sommato è la più parsimoniosa delle scelte, e la scelta economica è fra le più selezionate, considerare cronicizzato e definitivo qualsiasi ruolo e atteggiamento assunto da un individuo che sia stato valutato e giudicato secondo canoni che si vogliono considerare immutabili.
§
Tornare sui prorpi passi è fastidioso, penoso, tedioso, talvolta doloroso, sempre assai dispendioso.
Vale per il singolo, questo, ma naturalmente molto di più per un gruppo, per un complesso di individui.
***
**
*
Genn aveva avuto un’infanzia felice, a Polilitio.
E questo fattore, man mano che gli anni passano, si rivela sempre deleterio per la vita futura.
E’ meglio annoiarsi nella prima parte del libro e divertirsi poi, o mescolare noia e gaudio man mano che le pagine scorrono.
Invece, quando tutto il piacere viene prima, poi non resta che noia e sussiego, fatalmente.
Giunto all’età di undici anni all’incirca, dovette sostenere gli esami di ammissione alla scuola media, e a onore del vero si portò meglio di quello che il suo recente passato di ciclista e sciatore facesse presupporre.
Riportò una scandalosa media dell’otto.
Questo comportò l’attribuzione d’una borsa di studio che gli assicurò studi a spese dello Stato per otto anni, con notevole sollievo economico per la sua famiglia.
Era diventato, senza nemmeno rendersene conto, un socio del papà nella conduzione della casa.
All’età di undici anni aveva iniziato a lavorare, praticamente, meritando un dono certo amaro, una borsa di studio di otto anni al Mario Pagano di Kambwash, la Campobasso dei Misteri, della mitica trattoria Bengàsi, di Fred, e nonostante questo, o forse per questo, si sarebbe guadagnata per il futuro insieme alla sua retta statale una specie di fama di ragazzo triste, di testa piena di nuvole o di sogni, per un suo atteggiamento sempre apparentemente svagato e quasi perso nell’idea fissa della nostalgia della casa, nella ricerca d’una famiglia che gli pareva ormai irraggiungibile, come in una corsa lunghissima. Il nòstimon èmar, giornp del ritorno, era tutto quel che Ulisse desiderava, anche se a dire il vero in più di una occasione aveva quasi allontanato quel giorno.
***
*
In tutto questo il vero problema, che poi nemmeno problema era, consisteva nel fatto che avrebbe dovuto rimanere lontano da casa per otto anni e frequentare le medie fino al liceo in un convitto nazionale situato a Pratopiano, per tutti confidenzialmente Kambwash, nel capoluogo della sua provincia, futuro capoluogo di regione.
***
C’è qualcosa di assai stupido in questo atteggiamento e nella nostalgia in generale.
Il dolore per il ritorno.
Se il ritorno non avviene, s’intende.
Il dolore di Odisseo, per vent’anni, non soffocato da avventure e disavventure, da ninfe e da principesse, da promesse e da minacce.
Si potrebbe stare così bene e farsi nuovi amici, una volta fuori casa.
Cercare evasioni affettive, distrazioni.
Chiacchierare e starsene tranquilli.
§
E invece, stupidamente e inspiegabilmente, si soffre, si pensa ai gatti, ai genitori, al proprio letto vuoto, al paese.
Negli scaffali dormivano con un occhio solo i vestiti degli scrittori, fatti di pagine bianche, rese leggermente opache dal tempo, fitte di segni neri, ferme tra due parti di cartone.
E sognavano tutte le cose che erano state scritte nei quadrati bianchi, che altro non erano che le parole degli scrittori, che in esse rivivevano.
Un rituale sacro, o anche magico e benigno, animava le pagine dei libri.
Piccoli segni uniti gli uni agli altri formavano organismi autonomi. I fonemi creavano i monemi, le parole.
E mentre i primi non significavano, gli altri avevano un senso, un significato.
Non erano cose, ma valevano cose, non erano niente, erano concetti, icone e figure che comparivano nella mente,
Si poteva mettere il mondo, in una testa, trasformandolo in ricordi e icone, si poteva mettere l’universo, nei libri, in un vocabolario, un’enciclopedia, traducendolo in parole.
***
Ma occorreva una pazienza infinita per inanellare quelle lettere, per mettere tutte le proprie parole e le altrui in fila, chiudere periodi, discorsi e frasi, capitoli, per scrivere.
O anche per leggere.
Per qualcuno leggere era un piacere, una distrazione, e nel farlo sceglieva libri leggeri e disimpegnati, se ve ne sono, libri tutti da ridere o da leggere ammiccando e sorridendo.
Leggendo, era come se fuggissero, se evadessero da qualche preoccupazione, dall’ansia.
Per altri leggere, e scrivere, voleva dire affrontare i draghi e vincerli, impegnarsi nella soluzione, sia pure intellettuale, di qualche dilemma, di qualche difficoltà.
C’era da mettersi nei guai, con la letteratura impegnata, perché spesso poteva generare inimicizie e polemiche, quando le soluzioni proposte non collimassero con le altrui e la polemica si facesse aspra.
Per evitare le insidie della comunicazione schietta, impegnata e per così dire escatologica e profetica, c’èra una vasta parte della letteratura che restava ad un passo dalla leggera tranquillità del lettore.
§§§
§
Almeno, così credeva il lettore superficiale e sprovveduto, perché anche le vicende apparentemente di evasione, scelte dai lettori che non volessero troppo restare coinvolti da vicende tragiche o complicate, comportavano mille silenti reazioni nella mente, riflessioni occulte che lavoravano in silenzio, nel sonno, modificando l’assetto stesso delle idee, l’apparato esistenziale, la visione della vita e del mondo.
*** ** *
Migliaia di libri, milioni di frasi e parole, di lettere d’ogni tipo, dormivano dentro i libri nella grande biblioteca fra i prati d’erba accanto alla grande chiesa di mattoni rossastri con l’alto campanile che di notte accendeva una lampada rossa sulla cima, utile per segnalare la presenza della sua mole non indifferente.
Un tempo nato per comunicare con Dio, il campanile era adetto adibito anche, e forse soprattutto, alla comunicazione umana, in quanto era stato corredato di vari tipi di antenne, divenendo muto testimone di conversazioni utili, ma anche dialterchi, di insulti e probabilmente di bestemmie d’ogni genere.
Per qualcuno la bestemmia è uno modo, forse il più confidenziale o il più disperato, di parlare a Dio. In fondo cosa sono le parole?
Suoni.
Segni.
E che differenza può fare alle orecchie, per così impropriamente dire, del Padre Eterno dire ‘porco’ oppure ‘cane’ accanto al Nome d’un Suo Parente o al Suo stesso, visto che l’uomo ha eletto questi due nobili Animali a prorpio amico per antonomasia e a proprio alimento preferito?
Non è l’uomo la stessa cosa dei suoi Amici, e non è forse ciò che mangia?
Il buon Dio ama i Suoi figli, anche quelli che diventano carne dell’uomo, e che si sacrificano così eroicamente, sia pure con qualche comprensibile lamento, ove sia loro dato il tempo per farlo.
L’uomo ha sempre fretta, specialmente quando deve trarre alimento per la sua nobile figura coperta di stoffe, anzi di stracci, visto che nessuno ormai porta vestiti addosso che non siano ad arte strappati, tagliati, sfondati cos’ da far sembrare tutti degli autentici pezzenti.
Una miseria simulata, tanto più reale quanto meno vistosa.
La biblioteca era situata in un ampio fabbricato adibito ad uso didattico.
Una specie di fabbrica di competenti in varie cose, un po’ di conto un po’ di computer, qualcosa anche di lettere.
Giovani cittadini che venivano istruiti, ma della cui istruzione nessuno si fidava, visto che continuamente erano sottoposti ad esami, interrogazioni, compiti persino ‘simulati’, come in trincea. Usciti dalla fabbrica, le università li sottoponevano a centinaia di test appositamente preparati, giustamente senza accettare passivamente i giudizi di provenienza.
Del resto, fu proprio un analfabeta autentico, digiuno di quiz di temi di relazioni e di test … s ad intuire ed inventare scuola e università, forse immaginandole già allora poco collegate, quasi scollate, piene di disprezzo reciproco e naturalmente di naturale diffidenza.
Questo analfabeta, geniale stratega e politico, del resto dimostrò che per fare l’università non eraro necessari test macchinosi e spesso puerili, ma forse al giorno nostro, con le diverse e complesse esigenze derivanti dal ‘progresso’ tecnologico, è proprio indispensabile costruire ragionieri e classicisti per poi ‘ricontrollarli’ nella preparazione rivalutandone attitudini e competenze.
E’ l’università a produrre docenti, così definiti con eccessivo ottimismo, ma proprio questi dimostrano in definitiva quanto sia impossibile insegnare, docere, trasfondere la sapienza da una zucca all’altra con parole, sorrisi, gesti e allusioni.
Con una lavagna e un gessetto, qualche foglio e un vocabolario, quando si ha la foeza di portarlo, si affronta la comprensione del cosmo e del caos,
E si finisce nei test … s.
Del resto, l’età dei test è notevole. Nasce con la proposta d’un quesito dalla duplice natura d’una domanda per sapere o per sapere se si sa.
***
**
*
In questo caso, l’atteggiamento di chi la fa è non quello d’un semplice ignorante inconsapevole in cerca di informazione, ma di un indagatore utorizzato da qualcuno a da qualcosa che già conosce la sostanza della risposta, ma che la pone per contrallarne la giusta dimenzione, lo stile e la convenienza.
Quale fu la prima domanda dell’umanità e quale la prima all’umanità?
Nei testi biblici ne troveremmo facilmente, così pure nella tradizione legata al mito.
La Sfinge è forse l’esempio classico ed anche tragico dell’indagatore.
Ma nessun professore universitario accetterebbe di precipitarsi nel baratro in caso di risposta esatta d’un alunno qualsiasi, anche di nome Edipo.
Un insegnante così eroico, tragico, capace di sacrificarsi al prorpio Alunno adesso è introvabile nelle nostre scuole, figuriamoci in un ambiente agguerrito come l’universitas.
***
*
Lasciando il mito, ricco di esempi perché nato proprio per fornirne a chi ne fosse a corto o per complicare la vita a chi ne avesse a bizzeffe, credo che il primo paradigma di domanda rivolta all’uomo sia stato del tipo … nghèèè … nghèèè … ripetuto spesso, fino ad ottenere risposta che non fosse del tipo ver\falso oppure … ‘bravo … settepiù …’.
La prima domanda era non solo dialogica, non solo linguistica, ma fortemente caratterizzata da una richiesta di aiuto materiale, di sostentamento.
La risposta non poteva che essere la somministrazione d’una congrua razione di latte.
***
*
La prima domanda, originale per un docente odierno, è rivolta dall’Alunno al docente, ed è una richiesta materiale e pratica, di sostentamento e di mezzi.
Dopo si instaura quel rapporto gerarchico e rigido che trasforma il vero docente, ossia di colui che guida verso la conoscenza di ciò che serve veramente, in un Alunno e l’alunno in un docente serioso, con tanto di cattedra, lavagna e pedana, per esseri un po’ oiù in alto e controllare meglio tutta la situazione.
***
**
*
E’ il neonato che indica, informa, ‘docet’, è lui in fondo il docente.
Senza parole, si spiega e quasi ordina perentoriamente, ma senza violenza.
Il padre, o la madre, e seguono, e una volta comprese sono in grado di precedere.
E’ il neonato a porre domande, test e quiz, vitali ed essenziali, sostanziali e categorici.
§§§
§
La porta Perta, L’aperta porta. Apri la porta e porta la torta con la storta.
Poco più tardi inizierà il gioco dei fonemi, l’apprendimento di quel reticolato di rigidi suoni che, combinati fra loro con regole e controregole, anomalie, analogie ed eccezioni con eccezioni alle eccezioni, costituiranno i linguaggi, belli e brutti, vivi e, vivaddio, morti, secondo una dozzinale distinzione cara a tutti, o ai come\tutti,
Nelle lingue, parlate e scritte, come nelle piazze e nei parchi vi sono i monumenti, i busti, gli appiedati e i personaggi a cavallo.
Questi monumenti ìncliti, alcuni di bronzo, altri logori, alcuni dorati e scintillanti, sono gli scrittori. Ma non tutti...
Non gli scriventi.
No.
Quelli di successo, gli editàti, quelli che fanno abbattere migliaia di poveri alberi – abeti, betulle? – ogni volta che cliccano su word qualche loro anche la più scialba idea.
E pensare che nessuno dei veri ed autentici scrittori ha mai avuto questa ridicola persino facilità di abbattimento boschi.
*
**
***
§
§§
§§§
Ah …
Dimenticavo.
I libri, quelli che giacciono negletti sulle sedie delle case, sui comodini, negli scaffali, quelli che fanno da zeppe alle porte e agli armadi, quelli che in definitiva nessuno ormai legge e tutti si pentono d’aver comprato, si fanno anche con gli stracci.
§
Ora, tutti sappiamo che la materia è una e tutto è in definitiva la stessa cosa, ma sapere che un tale libro che stiamo leggendo è passato per la capitale degli stracci è non è altro che ìstracci' di gente che mai avremmo pensato mai di frequentare, questo poi è veramente esilarante.
Già, dal papiro, arte e genio, fatto di vegetali sceltissimi al libretto ecologico, fatto di stracci, leggiamo sulla stessa sostanza, e i gabbiani lo sanno, lo hanno letto nel vento ....
I poveri stracci, così disprezzati, vanno rivalutati.
Come tutto quello che noi gettiamo, e che spesso è ancora in grado di essere utile.
Tutti siamo stati uno straccio, almeno una volta, e con questo ... ?
Adesso siamo splendidi libri, più o meno papiracei o ecologici ... magari solo ... logici ...
§§§
§§
§
Del resto, mi sembra appropriato.
Diciamo che dalla lirica alessandrina intimista siamo passati all’intimo fatto cartaccia.
E così, fra zucchine e cavoli, CD e cassette, frutta e buon pane, caciocavalli e bufale, nei super e ipermercati conpriamo anche i boxer da leggere, altro che il libro gonfiabile, da scrittori pallini gonfiati.
Contaminiamo la natura avvelenando la genuitità della verdura.
Ma la natura deve aver previsto un antidoto per il figlio che la sta avvelenando, e quando meno lui ci penserà scatterà l’operazione boccia il bocciatore e ripulisci il sito.
Insomma, viene in mente una favola, che si rarrava in ambiente editoriale, ma anche in vecchie librerie polverose di periferie, dove un vecchio libraio poteva rifilarti anche un libro stregato.
Un orbil, che si legge alla rovescia e si può fare a meno di finire, perché si sa già come va a finire, appunto.
La storia diceva che esisteva un tempo una famiglia benestante.
Così da esserlo ovunque si trovasse.
Questa famiglia intraprese la consuetudine di scrivere a turno, la sera, su un ampio brogliaccio, quel che paresse a ciascuno dei componenti.
Alla fine si dovette dare un taglio al volumone, e così fu spaccato con un fendente da un lato all’altro.
Si notò allora che una parte del libro era gialla, scadente, porosa mentre l’altra era bianca come ostia di Natale.
La parte bianca era di pura e fine cellulosa, fatta con gli alberi più teneri, pioppi, betulle, acacie, e l’altra invece si scoprì costituita da stracci reimpastati e trasformati in una carta molle e grezza.
Ecco, dissero gli appartenenti alla famiglia del brogliaccio bipolare, il libro fine e bianco è il libro di Qualità, mentre l’altro è invece da ritenersi confezionato con materia sempre valida e dignitosa, ma con il sospetto che possa essere costituita da indumenti troppo vicini a certe parti molto personali appartenenti anche a persone profondamente antipatiche.
Con la parte dichiarata così più scadente del librone fu fatto un libridinoso agglomerato che, trasformato in satura intimista, venne venduto con forti sconti in certi ipermercati, accanto al pane integralee ai sedani, alla verdura e alla frutta, ma senza fretta, perchè il buon libro, di qualità o di stracci, vuole tempo, pazienza, poca fretta e pretende una dedizione radicale, se deriva da poveri alberi che si sono sacrificati per lui, oppure una aderenza da boxer, se deriva da carta di stracci definita ecologica veramente un pò a sproposito.
*** ** *
In questo modo dal linguaggio ìsono, duttile e strepitoso dei neonati si passava a quello rigido, complesso e semantico degli adulti.
E qui nascevano le specialzzazioni in diverse funzioni del linguaggio, in registri, si separavano i fattori e più in generale si distinguevano più o meno chiaramente le famiglie linguistiche.
***
*
Ora, non che io voglia che siano affidati agli stilisti i libri, o i loro eredi, CD megabitici e pennine gigabitike, altrimenti avremmo vestitu stracciati e logori come un tempo si portavano per necessità, e non per sfregio alla povertà o per possibile difesa dagli scippatori.
Tutti, da giovani, abbiamo avuto jeans sfilacciati e strappati, ma per mancanza di nuovi. Adesso, se compri un paio di vestiti nuovi, se non sono strappati e bucati sei un morto di fame smodato, fuori moda.
Ma ormai dal fango dell’argilla mesopotamica siamo alla mota dell’esibizionismo sfrenato. Esibizionismo del disprezzo della fame e della miseria, l’ultimo gradino della scalinata della torre di Babele.
*** *
La Mesopotamia.
In nessuna parte del mondo il cielo è blu cobalto come lì. Lì hanno trovato le fonti d’ogni scienza.
Astronomia, geometria, quella che chiamiamo matematica e che prima voleva dire ogni sapere, l’economia, la legge della Casa, e po, nei grandi magazzini di Ninive o d’una altra città turrita, con giardini pensili e canali d’acqua intorno, si sono ingegnati, quei mercanti, quei bottegai, ed escogitare un sistema per proderre lunghi elenchi di mercanzie, inventari.
Probabilmente, pochi lo ricordano perché è meglio forse separare la poesia dalla bottega, tutto quello che ora è letteratura, narrativa, storiografia, poesia e così dicendo, nasce dall’inventario delle merci d’un bottegaio.
E poi ci si va a confondere con discorsi su libri di qualità e sulla mercificazione dell’arte.
Quando nella mesopotamia scrivevano, lo facevano su tavolette di fango.
L’uomo, la donna e il libro, almeno come sono i loro nipotini attuali, sono nati oggettivamente dal fango.
Eppure gli homines igienicamente disinfettati, riescono a chiedersi cosa voglia significare ‘libro spazzatura’.
Avete mai visto, e qualcuno lo fabbricherà, un libro con aspirapolvere?
Con su scritto ‘sicut ubra et pulvis vita hominis super terram …?
Ebbene, quello è un libro per spazzare, tanto per dire, no?
No.
Non è così semplice.
Eppure, quando il libri divennero di papiro, si quadagnò tanto di quello spazio da riuscire ad ospitare un numero enormemente più grande di opere in uno spazio davvero molto più piccolo.
Ma il presso pagato fu altissimo, per questo vantaggio. L’immensa biblioteca di Alessandria, l’esempio probabilmente unico e irripetibile di tempio della cultura e della memoria, di museo e di laboratorio ove i bibliotecari erano lettori, autori e modellatori di collocazione e tipi di papiro, andò distrutta da un incendio catastrofico causato dalle eterne risse economico religiose fra europa e asia.
***
L’argilla non sarebbe bruciata.
Ma le sue tavolette, oggettivamente, occupano troppo spazio.
Così la civiltà del papiro, insieme alla maggior parte della letteratura greca, possiamo dire proprio che andò a rotoli.
La perdita fu immensa, ma si possono consolare tutti i nemici del bel tempo passato, tutti i nemici della classicità, della cultura greca e dei faticosi studi letterari. Una parte vastissima dei testi in lingua greca andò bruciata, e questo fu il guadagno dei devastatori di quell’immenso deposito di sapere.
La qualità dell’argilla?
La qualità del papiro.
La qualità dell’argilla può essere squisita.
Quasi tutto quello che sappiamo sulla civiltà sulla terra lo docciamo alla ceramica, all’ostrakon, a quella pasta finissima e sapientemente dipinta e intarsiata che rappresenta l’arte ceramica presso tutti i popoli.
Il periodo geometri greco ne è un esempio altissimo.
Plasmare la creta aiuta ad esprimersi, solleva l’animo, insegna a ciascuno di noi che può imparare ogni momento dagli altri e dalle proprie azioni intelligenti.
Ma la creta può anche essere pessima, può essere fango, metafora di intelligenza perversa, di falsità e di calunnia.
Possiamo noi scrivere un verso sublime sul fango? Si.
Il fango sarà sublimato, pur rimanendo fango.
Possiamo scrivere fesserie sul più fine papiro?
Certo.
Sarà come servire sale sopra fine porcellana.
La qualità materiale non corrompe il portato, e la stupidaggine scritta sulla migliore carta, resta corbelleria.
La qualità è data da qualcosa di sublime sulla materia adatta.
E del resto si sa che la letteratura è nata nelle botteghe mesopotamiche, come lunghissime liste di mercanzie.
La mercificazione dell’Arte? L’arte è nata al servizio della bottega, non sempre dell’economia, che vuol dire ‘legge della Casa’.
Avete fatto caso come nelle Scuole nostre, nei Licei, nei Commerciali, nei Professionali vengano ignoreti i significati primigeni delle parole, e come vengano invece adottai quei tracciati semantici che sono per ultimi suggeriti e imposti da scrittori ‘alla moda’, siti web, televisione?
In genere i giovani non sanno che fax è una parola latina, che significa: scopiazza.
Fac simile!
Economia per loro non vuol dire ‘legge della Casa’, ma contabilità o tircieria.
Web e computer, non sanno cos vogliano dire.
Lanciano, accendono, cliccano, passano notti e pomeriggi a computer magari per giocare al solitario, con le macchine, con i mostri, ma non conoscono che l’ultimo significato delle cose che fanno.
Passami una cartuccia …
Fra cacciatori, potrebbe essere una frase fatale. E’ stata avvistata una povera volpe, una lepre.
Invece è finito l’inchiostro.
***
**
*
Occorrerebbe dedicare un po’ di tempo alla semantica, ma la cosa probabilmente non piace a chi concepisce il linguaggio più come ‘bella menzogna’ che come attività cauta e precisa.
Del resto, del bel tacer, non fu mai scritto …
***
Ma in un paese dove per selezionare i significati delle parole si fa ricorso all’operato quasi invisibile d’una hdèmia che prende il nome quasi dalla pùla, c’è poco da aspettarsi di interessante.
Ma ad ogni modo il sistema linguaggio va avanti così da tanto.
Ad esso, strumento di ‘comunicazione’ , è affidata ogni attività umana, eppure solo da poco esistono deigli speciali codici grammaticali e lessicali, che in genere chiamiamo grammatiche, sintassi e vocabolari.
Ogni sistema linguistico, fissato in una determinata epoca sincronicamente, la le sue grammasintassi e lessici.
Ne deriva un sistema di una complessità persino grottesca, se pensate poi a quanti dialetti, spesso disprezzati, e a quanti gerghi convivano con le aristocatiche lingue parlate e letterarie.
§
§§
Opera naturale è ch’uom favella ma così o così, natura lascia poi fare a voi, secondo che l’abbella …
Paradiso, XXVI, 130\132
§§§
§§
§
Thèja manìa ...chiamava Platone la spinta creativa dell'Artista, di ogni parlante, direi, di ogni utente ed agente o 'attore', fattore ... direbbe un dantista, e ... psykhès jatrèja ... medicamento, laboratorio terapeutico, consolazione dell'anima chiamavano una volta la ... Bilioteca, che in italiano ha un nome sussiegoso ed è frequentata dai saggi, dai veri ... Medici dell'Anima, come ben sapeva anche Seneca ... 'Mater, ad poèmata et Auctores redi ... ad artes liberales ... litterae ... sanabunt vulnus tuus ... Mamma ... lèggi i racconti dei Poeti ... torna alla letteratura ... questa ti guarirà ogni ferita...' ...
§§§
§§
§
L’arbitrarietà quindi del segno linguistico, ossia la sua aleatorietà, affidata ad un tacito e labile patto fra parlanti, è la sua legge più forte.
Ne consente la creatività e ne differenzia gli elementi permettendone la conservazione nel sistema che si basa sulla differenziazione che ne rafforza la memoria.
L’unica vera legge per chi parla è l’improvvisazione su norme e significati convenzionali, capaci di continue mutazioni per improvvise mode, per situazioni e fatti ‘eclatanti ed epocali’ che influiscono sulla semantica spesso con effetti comici e imprevedibilmente impropri.
Ma si sa che … vox populi … vox Dei …
E proprio il termine ‘voce’ è usato per indicare e determinare un campo semantico.
Che comunque è assai vasto, mentre il parlante, anche esperto, ne percorre un ristretto margine.
Così si dice ‘tasse’ quando si deve dire ‘imposte’.
E si insiste col voler far pagare le tasse, rischiando di entrare in conflitto di interesse con i legittimi interlocutori economici, che sono i tassi.
Ma non quello d’interesse.
Insomma, a parte le battute apotropaiche, se ne dicono di belle, quando si parla.
***
**
*
Certo, i responsabili maggiori della babele linguistica sono proprio gli addetti ai lavori, gli scrittori ‘di qualità’, quelli alla moda o ‘alla mota’, gli informatizzati ed i computerantropi, pieni ormai solo di abitudini conformi alle macchine elettroniche, i politici, che spesso sono solo un po’ litici.
Riescono spesso a creare più confusione questi pochi astronauti della kiakkjera che tutto l’equipaggio, spesso occupato in attività di lavoro assai importanti.
§§§
§§
§
Una sera di febbraio era nella biblioteca della grande scuola.
Scriveva appunti su un vecchio computer.
I due computers della teka erano divevtai suoi amici, veri parenti. No erano nuovi, avevano un aspetto vecchiotto ed un monitor grosso. Uno dei due aveva lo schermo più grande.
Lo preferiva.
Non era certo un Omero dei libri, ma la sua vista aveva bisogno d’essere aiutata.
Faceva freddo, in biblioteca.
Lo aveva fatto notare in diverse lettere, tutte protocollate e conservate in segreteria, ma nessuna risposta esplicita gli era ancora arrivata.
§§§
§§
§
Nelle lettere proponeva un modello di biblioteca come lui lo vedeva, basato sulla sua esperienza, sulle letture, sulle ricerche da lui fatte a proposito.
§
Sosteneva anche la necessità di provvedere alla stesura d’un regolamento che facilitasse e chiarisse le operazioni di biblioteca.
Talvolta specialmente i docenti si presentavano nella grande stanza dei libri per depositarvi oggetti come in un guardaroba di teatro, o per segnare i loro buffi segnetti sui registri blu o amaranto.
Insomma, proprio gli insegnanti davano un esempio tiepido, non leggevano i libri, li lasciavano dormire negli scaffali, non integravano con nuove entrate il patrimonio dei volumi ...
Ma per fortuna c’erano gli Alunni, che spesso prendevano in prestito i libri e li riportavano regolarmente, senza aspettare anni, senza perderli, come qualche insegnante.
***
Per la biblioteca la scuola non spendeva neppure un centesimo, lesinava carta, inchiostro, qualsiasi assistenza informatica, tanto che il bibliotecario praticamente doveva finanziare le spese indispensabili, addirittura progettando di comprare i registri di prestito, visto che a scuola non era possibile registrare i prestiti con i vecchi progranni inseriti nei computers e nemmeno era possivile avere dei registri acquistati dalla presidenza e dalla segreteria.
Ma se fosse andato via all’improvviso, avrebbe dovuto lasciare il bel registro, comprato da una ditta di Parma e arrivato con un corriere, alla scuola, quando questa prorpio non lo meritava?
Era una semplice bagattella.
E il masterizzatore?
E i libri di cui non era provvista la scuola e che lui aveva comprato girando il pomeriggio fra le librerie della città?
Avrebbe a poco a poco riportato totte le sue cose a casa, anche perché non le sentiva al sicuro, visto che mezza scuola ameva le chiavi della stanza e trovava sempre le cose spostate, specie i computers, che del resto registrano ogni operazione, a sapere ben guardare, e aveva trovato più di una volta qualcuno a giocare a carte, con i poveri vecchi computers.
Questo non poteva certo approvarlo, in nessun modo.
Non avrebbe più controllato nulla, se avesse aperto la porta ai giocaioli, ai cercatori di siti d’ogni genere.
Le ricerche voleva fossero tutte lecite, per una questione di principio prima ancora che per correttezza verso l’apprendimento che non è vassallo dell’eccessivo atteggiamento ludico emozionale, pur richiedendone una parte.
***
Di sera, prima che lui se ne andasse a casa, verso le dieci e mezza, quando i rumori erano quasi spenti nella grande casa degli alunni, mentre i colombi e le tortore, i passeri e le capinere già da ore dormivano con il capo sotto l’ala, mentre i pini tacevano e l’aria era immobile sotto una luna ridotta a una piccola falce, la grande Stanza dei Sogni si popolava, dai libri uscivano piano gli autori, e intrecciavano conversazioni, a volte accese, ma non certo violente.
Le loro conversazioni erano misteriose, per il loro amico bibliotecario, perché la stragrande maggioranza dei libri da cui sortivano erano di economia.
E per di più erano di qualche anno prima, non seguivano le ultime, farneticanti dottrine economiche.
Gli informatici erano un gruppetto e se ne stavano appartati. Senza poter usare il computer si sentivano finiti.
Gli era stato concesso di usare le macchine più vetuste, i vecchi patanfloni, che erano a loro disposizione tutta la notte.
Quei computers erano i più efficienti, visto che li usavano i migliori esperti di informatica.
***
**
*
Non erano molto potenti, ma erano in rapporti di posta elettronica con i centri culturali, politici ed anche religiosi più evoluti del paese.
Beniamino guardò con simulato stupore l’uomo ben piantato, solido, quasi solenne.
Era uscito da un libro che narrava la sua biografia, la storia d’un maremmano molto ricco ma anche generoso, morto ancora giovane per un malore improvviso, una polmonite.
‘Vorrei, per favore, sapere se in questa città sono stati costruiti quegli apparati che mi riproponevo.
Mi interessai della costruzione di abitazioni per i miei coltivatori e persino ... d’un cimitero per i nostri Morti ... e d’un lazzaretto ... un ricovero ospitale per i malati.
Vorrei sapere da te, giovanotto, se queste cose ci sono, se le hanno costruite …’